domenica 13 maggio 2007

Sinistra, Partito democratico e laicita

Vorrei interloquire con Emanuele Macaluso e Massimo Salvadori sul futuro della sinistra italiana. Dico subito che condivido le loro valutazioni sul carattere che ha assunto il Partito Democratico, ma anche e soprattutto, sui compiti nuovi che attendono le diverse componenti della sinistra italiana e in particolare al movimento Sinistra Democratica per il socialismo europeo.
Con la nascita del PD tutto si è rimesso in moto. E si è aperto un grande vuoto a sinistra. Ma è anche vero che la stessa stabilità del Governo e la coesione del centro sinistra possono essere messi a repentaglio da una dissennata gestione di questa fase politica.
Mi è difficile, tuttavia, non partire da oggi, dal family day. Una giornata particolare. Destinata, temo, a segnare la stessa democrazia italiana per molto tempo. E’ in atto uno scontro tra Stato e Chiesa.
Un danno per la democrazia italiana, perché si divide la società italiana. Si divide l’Italia. Mentre la si dovrebbe unire. Quella della Cei è una iniziativa inusitata, mossa in parte da una mobilitazione mai vista nella storia d’Italia dei parroci e delle parrocchie italiane, contro i Dico, una legge dello Stato e contro il Governo. Oggi l’Italia regredisce culturalmente e politicamente rispetto alle grandi democrazie occidentali, in un aberrante conformismo di molte forze politiche compreso gran parte del PD che, sta portando a forme di populismo clericale mai visto. Se ciò avviene penso ci sia anche una nostra responsabilità, delle forze democratiche di sinistra e socialiste, nell’aver rinunciato ad un battaglia ideale e culturale in difesa della laicità dello Stato.
I laici non sono “condottieri di anime” ma neanche possono essere disposti ad accettare e subire l’invasione delle nostre coscienze che sentiamo ferite nella loro sensibilità, che sappiamo violate nella loro intimità e quasi intimidite da accese minacce che ne condizionano il libero senso di se.
C’è nell’interpretazione del dogma da parte della gerarchia ecclesiastica italiana una irrazionale decadenza che rifiuta il divenire della scienza, il nutrirsi di una società che individua e che aspira a costruirsi da se e per se la propria vita, il proprio destino, secondo forme di umanità mai uguali le une alle altre e che non possono essere imposte. E’ la ridefinizione dell’idea di libertà nelle società multiculturali contemporanee.
Mi si dirà, cosa c’entra tutto questo con il futuro della sinistra italiana? C’entra molto, secondo me. Perché tutto questo, in realtà, ci richiama ai caratteri che il rinnovamento della democrazia italiana dovrebbe assumere, ci sollecita ad una riflessione sulla libertà effettiva delle persone, ci sollecita a scavare sul significato nuovo che devono assumere le parole socialismo democratico e la parola sinistra. Parliamo del destino del nostro Paese, ma anche delle persone.
Sì, torna, come ha scritto Aldo Schiavone su Repubblica, la parola socialismo. In quella forma nuova che, insieme al liberalismo più avanzato e all’ecologismo responsabile, elaborano “figure di equità” inedite perché dettate dalla universalità dei diritti civili, sociali e di cittadinanza. Ma anche da una etica dei doveri, e della responsabilità senza i quali la democrazia non sopravviverà alle domande di libertà individuali e collettive e allo stesso rapporto tra uomo e natura e che reclama una profonda riforma della politica.
Le ragioni per cui abbiamo dato vita a Sinistra Democratica per il socialismo europeo partono anche da qui e sono ambiziose nel senso che si considerano essenziali per il futuro della sinistra italiana. Non vogliamo essere né saremo un partito. Ma un movimento, qualcosa che muove e si muove. Un’azione politica, non un fatto compiuto.
La nostra collocazione nel PSE è una scelta chiara e irreversibile, e attraverso di essa vogliamo affermare anche una scelta di campo inequivocabile nella vicenda politica nazionale.
In Italia c'è bisogno di una forza socialista, democratica, laica e riformista.
In questo senso anche la proposta di aprire una costituente socialista, proposta dallo SDI di Boselli a Fiuggi, è per noi un terreno ideale di confronto politico dal quale partire con una iniziativa capace di aprire a nuove forze e in grado di offrire nuove risposte.
Anche i socialisti italiani, come tutti noi, sono chiamati alla sfida del rinnovamento.
Del resto la forza dei grandi partiti del socialismo europeo è data anche dalla loro natura pluralista, dalla centralità del progetto quale momento reale di scelta, in grado di produrre una proposta di governo in forte sintonia con la società.
Se è vero, come è vero, che il PD ha scelto una collocazione neocentrista e moderata, altrettanto vero è che lo spazio nel quale deve riorganizzarsi la sinistra italiana è molto ampio. Ma la riflessione critica da fare deve essere seria e profonda.
Non convincono quindi né scorciatoie organizzative, che rischiano di avere gli stessi limiti del PD, né le preclusioni aprioristiche e tendenti all'autosufficienza.
Insomma non si tratta solo di riorganizzare la sinistra che c'è, con l’aggiunta di Sinistra Democratica, come qualcuno ha proposto in questi giorni, ma di costruire una nuova forza in grado di moltiplicare i consensi di cui oggi dispongono le forze socialiste e democratiche.
Rivendicare e riaffermare la nostra collocazione nel campo del socialismo italiano ed europeo e promuovere processi di aggregazione ed unità delle forze che in Italia appartengono a quella tradizione e cultura politica, aprendo anche ad altre culture come quella ecologista, significa dare un contributo determinante alla riuscita del compito storico che abbiamo di fronte a noi. La sinistra nel nostro paese deve essere autonoma, caratterizzata dalla proposta programmatica, in grado di esercitare in modo forte i compiti di governo.
Il neoliberismo di questi anni è stato l'anima della globalizzazione. Si è prodotta più ricchezza. Ma anche più disuguaglianza. E si è offerta una visione del mondo che è l'opposto di qualsiasi idea di progresso. Per non parlare del diffondersi delle guerre e della fame.
L’antisolidarismo, l'egoismo sociale, l'antistatalismo sono stati i punti forti della campagna ideologica della destra anche in Italia. Anche la nostra democrazia è apparsa sempre più svuotata nelle sua funzione di rappresentanza e di garanzia delle sue istituzioni di fronte all'invadenza pervasiva dell'economia e della finanza, di fronte alla privatizzazione della politica, di fronte ad una società che non offre ripari, di fronte alla invadenza delle fedi nella sfera pubblica. Una società attraversata da mali oscuri che producono separazioni, muri, steccati. Ma il travaglio della democrazia italiana è segnato dall’antipolitica, dal populismo, dal clericalismo che diventano forme e contenuto attraverso le quali nuove corporazioni tendono ad arrestare l'evoluzione della nostra democrazia verso l'estendersi dei diritti sociali e l'affermarsi di diritti civili. E’ necessaria dunque un’analisi più precisa delle contraddizioni della società italiana. E delle forze che in essa agiscono. Dei poteri che in essa operano. E’ questo uno dei compiti che attendono i “nuovi socialisti”. Anche quello di scavare nei tratti dell’economia italiana che soffre di forme di capitalismo parassitario non basate sul normale sviluppo dell'impresa ma su forme di speculazione frequentemente sostenute da un intervento statale che non sempre promuove sviluppo e benessere. La domanda che ci siamo posti è se in questo contesto che viviamo la sinistra democratica di ispirazione socialista abbia esaurito il suo ruolo, la sua funzione. E abbiamo detto di no.
Ecco perché riaffermiamo la necessità storica della presenza in Italia di una autonoma forza democratica socialista laica riformista parte integrante del partito del socialismo europeo, che è ben distinto da altre forze di sinistra, come Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani, e vogliamo anche contribuire dopo decenni di divisioni e di rotture a far si che maturi in tutte le diverse componenti della sinistra italiana l'esigenza di una netta inversione di rotta offrendo alla società italiana una sinistra plurale e unitaria che nelle sue diverse componenti, nelle sue distinte peculiarità, ritrovi la sua missione di rappresentanza e di governo.
Tutto facile? Tutto semplice? No, non lo è. Non faremo lo stesso errore di quelli che hanno annunciato, facendo il partito democratico, è già tutto fatto. Credo sia giusto seguire con attenzione e interesse il rinnovamento avviato da Rifondazione.
E’ difficile chiedere a Rifondazione di entrare a far parte del PSE.
Ma non lo è da meno chiedere a me e ad altri di uscirne.
Di ciò bisogna prendere atto.
Questo significa non fare niente, stare fermi e bloccati? No, penso che l’unità della sinistra sia da perseguire ma come ha scritto Massimo Salvadori stabilendo da quale sponda la si persegue e su quali basi culturali e politiche essa possa compiersi.
Per me la risposta a questi interrogativi è molto chiara, e penso che ciò sia utile alla democrazia italiana, all’Unione, e al Governo che guida l’Italia.

di GAVINO ANGIUS da il Riformista del 12/05/07

Coprire un vuoto a sinistra (introduzione di Achille Occhetto).

Mi è capitato di dire, alla vigilia dei congressi che si sono proposti di dare vita al partito democratico, che gli uomini e le donne di sinistra stavano provando un profondo disagio prodotto dalla sensazione che la politica italiana che sembrava di precipitare in un buco nero. In sostanza abbiamo temuto che in quel buco nero potesse sparire la sinistra. Ma quella sensazione, se in me non è ancora del tutto scomparsa, perché ancora molte cose devono essere fatte e pensate, si è notevolmente attenuata sabato scorso assieme a Mussi, a Angius e a Giovanni Berlinguer al Palazzo dei congressi dove quel vuoto si è come d’incanto riempito della passione e della speranza di una nuova sinistra. E’ stato detto, per la verità non con molta eleganza, che chi era lì non sarebbe andato da nessuna parte, e che chi non aderisce al partito democratico vuole difendere la vecchia politica e impedisce al nuovo di sorgere.
Peccato però che molti di quelli che si azzardano in simili affermazioni sono stati e sono i più autentici rappresentanti della vecchia politica. Lo sono stati quando si trattava di cambiare il sistema politico italiano, lo sono stati dinnanzi alla prospettiva del bipolarismo e ai referendum sulla caccia e sul nucleare e su tante altre cose. E devo anche dire che ogni volta che si doveva fare qualcosa di nuovo, a torto o a ragione, il primo che vedevo accanto a me era sempre Fabio Mussi. Lo ricordo solo per sbarazzare il terreno dalla falsa caricatura che intende contrapporre il nuovo al vecchio. No, non è di questo che oggi si tratta: il problema è se debba o no continuare ad esistere una sinistra. Questa mia affermazione, come è del tutto evidente, non nasce da una sorta di nostalgia conservatrice per la vecchia sinistra.
E ricordo anche bene che molti di coloro che oggi accusano Mussi di essere per la vecchia politica fecero le barricate contro gli “esterni”, guardarono in cagnesco ogni ipotesi di riforma del modo di essere dei partiti, si presentarono come i paladini dei vecchi apparati, condannarono come una infamia l’ipotesi di partiti meno dipendenti da finanziamenti discutibili. Per non parlare dei lazzi verso l’ipotesi di una grande coalizione, una sorta di Carovana nella quale ogni convoglio mantenesse la propria identità di partenza, ma che fosse ispirata dalla identica tensione ideale e morale verso la nuova frontiera di una politica profondamente rinnovata. Il “Grande Ulivo” del 1996 incominciò ad incarnare questa idea. In quella occasione uomini e donne che il muro ideologico della guerra fredda aveva divisi si ritrovarono dalla stessa parte, dando vita ad un effettiva esperienza unitaria di base. Quella esperienza avrebbe dovuto, senza forzature burocratiche dall’alto, preparare il terreno di coltura di una fecondazione unitaria da realizzarsi nel vivo di una comune esperienza di vita politica e sociale.
Purtroppo quell’idea, come sapete, è stata sacrificata sull’altare della vecchia politica. Ebbene di fronte allo scempio fatto proprio dai rappresentanti della vecchia politica, si poteva rimanere fermi? Bisognava di qui all’eternità mantenere gli stessi partiti e partitini? Certamente no. Non c’era dubbio pertanto che occorresse riprendere, in qualche modo, la via della unificazione a sinistra e della contaminazione tra i diversi riformismi di cui abbiamo tante volte parlato. Ma come farlo? Certamente non nel modo con il quale si è proposta la formazione del Pd.
La mia risposta è: i processi di unificazione dovrebbero essere avviati in un modo totalmente opposto da quello tentato dal Pd. A mio avviso occorre prendere le mosse da un confronto culturale e programmatico aperto, in partenza, all’insieme del popolo di centrosinistra. Nel caso del Pd la scelta non è stata questa; la società civile, nelle sue differenti espressioni, non è stata chiamata a raccolta, e tutta l’operazione politica si è ridotta all’incontro di due apparati molto ristretti, quello dei Ds e quello della Margherita. Mi sembra che ce ne sia abbastanza per affermare che si sta lasciando nella politica italiana un enorme spazio vuoto: quello di una sinistra moderna, capace di reinventare il senso di una attuale ispirazione socialista e democratica.
Per questo è ormai compito ideale e morale di molti di noi di impegnarsi perché la sinistra in quanto tale non sparisca dal panorama politico italiano. Coprire un vuoto abbiamo detto. Ma come? Questo è quello che vogliamo discutere qui oggi in modo aperto, e vogliamo farlo tra compagni della sinistra che vengono da percorsi e tragitti diversi, che in alcuni momenti si sono fieramente combattuti, ma che nutrono la sensazione che oggi si possa riprendere un cammino interrotto. Molta acqua è passata sotto i ponti. Oggi ci muoviamo tutti oltre l’ottantanove, stiamo tutti cercando la strada che porta verso una nuova sinistra plurale, laica, moderna e unitaria. Le divisioni del passato si sono scolorite, e, soprattutto per i giovani, non hanno più senso. Ciò che invece ha ancora un senso è l’individuazione dei fondamenti ideali di una identità alternativa all’attuale modo di essere della politica e all’attuale modello di sviluppo.
Questa precisazione è di fondamentale importanza perché noi, a differenza di quanto è avvenuto per il Pd, non possiamo accontentarci di mettere insieme alcuni apparati all’interno dell’attuale modo di essere della politica. Al contrario dobbiamo dare voce al grido di dolore che sale da tutta la penisola contro il degrado della politica. Abbiamo davanti a noi dei dati impressionanti che ci dicono che il 65% dei cittadini italiani non crede più alla politica. Per questo la riforma della politica e la stessa questione morale rimangono obiettivi centrali del nostro percorso.
Così come centrale, nella nostra visione della politica, rimane il laicismo, che, lo vogliamo ricordare ad alcuni cattivi maestri, non va confuso con il vecchio anticlericalismo, che non ci appartiene. E lo vogliamo ricordare proprio oggi, in un giorno che con il pretesto della difesa della famiglia si rischia di calpestare, per le vie di Roma, non già i sampietrini, ma l’articolo 20 della Costituzione, di quella costituzione fatta da laici e cattolici usciti dalla Resistenza, di quella costituzione che tutti noi vogliamo continuare a difendere anche attraverso la richiesta dei 2/3 per la sua modifica. Ciò che invece va subito gettata al macero è quella costituzione materiale che ha buttato la politica in un pantano, da cui occorre risollevarsi anche attraverso la riforma dei partiti, la diminuzione dei costi della politica, e la realizzazione dell’art. 49 della costituzione. Ciò richiede la costituente di una nuova formazione politica. Il problema non è il se dar vita a una nuova formazione politica, ma il perché, il per che cosa e il come .
Il perché ce lo dice lo stesso Touraine - in un suo recente scritto - quando afferma che è ancora sensato parlare contro il capitalismo e che l’opinione pubblica si aspetta dai dirigenti che mettano dei limiti all’onnipotenza dei mercati e delle imprese e chiede una “sterzata a sinistra”. Mettendo, di nuovo, al centro il lavoro. Nel per che cosa si colloca a pieno titolo non già la negazione, ma la ridefinizione dell’obiettivo socialista, a partire dalla ridefinizione del rapporto tra libertà ed eguaglianza. La separazione tra libertà ed eguaglianza è alla radice di tutti gli errori e orrori della sinistra: ha costituito il dramma del secolo breve. Il socialismo del nuovo millennio dovrebbe porsi l’obiettivo di passare dalla libertà dei pochi alla libertà di tutti.
Qui sta la vera vitalità dell’idea socialista, che non è riducibile allo statalismo, ma al contrario si richiama ad un´ esigenza insopprimibile di socializzazione. I programmi di socializzazione possono essere vari e differenti, ma tutti devono avere come obbiettivi il superamento di ogni forma di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, delle nazioni ricche su quelle povere, dell’uomo sulla natura. Ma ci sono anche la fine dell’alienazione, il pacifismo senza se e senza ma, contro le cosiddette guerre giuste e le guerre cosiddette sante, il superamento del divario tra governati e governanti, e la fine di ogni forma di esclusione dal sapere e dalla cultura. E sopra ogni cosa dall’informazione, trasformando alle radici questo orribile apparato della moderna dittatura di massa.
Tuttavia anche nella definizione di questi che sono valori preliminari per avviare un processo di effettiva liberazione umana – che è cosa ben diversa dal liberismo, anche quello cosiddetto riformista – occorre avere ben chiaro che non si può affidare alla destra il compito dell’accumulazione e alla sinistra quello della redistribuzione. La sinistra non può limitare il suo messaggio al campo della distribuzione della ricchezza all’interno di un modello di sviluppo invariato. Il problema del mutamento del modello di sviluppo rimane una questione capitale. La sinistra del terzo millennio non può esimersi dal tentare l’impresa, sicuramente titanica, di definire, sia pure gradualisticamente e per approssimazioni successive, le linee di un nuovo modello di sviluppo, di un modo diverso di produrre e di consumare, a partire dal problema energetico, e nel contesto di una democrazia planetaria che si proponga di affrontare in modo radicale le grandi sfide della lotta al sottosviluppo e della difesa del pianeta dalla catastrofe ecologica.
Il movimento reale che si batte per tutto questo è il socialismo. Rimane, tuttavia, il problema del come. Nessuno di noi si nasconde la difficoltà dell’impresa. Occorre sicuramente una profonda rivoluzione culturale, ma che non sia un modo per rinviare: che al contrario deve incominciare subito e dal basso, coinvolgendo direttamente i cittadini, i movimenti le associazioni, le personalità della cultura. Per questo abbiamo partecipato con commozione allo straordinario evento di sabato scorso con il quale si è dato vita al movimento della sinistra democratica, un movimento aperto che si pone l’obiettivo dell’unificazione della sinistra.
E dico subito che noi del Cantiere intendiamo essere parte attiva di questo movimento. Con quale obiettivo? Quello di dar vita a qualcosa di nuovo, attraverso una effettiva ricerca aperta, scevra da vincoli e pregiudiziali rispetto alle appartenenze del passato. Infatti mi sembra che oggi non sia molto utile scegliere tra una federazione di comunisti e una federazione di socialisti, se per davvero vogliamo muoverci nella direzione della costruzione di una inedita sinistra democratica. Per questo ritengo che tutti dovrebbero fare uno sforzo per uscire dal proprio guscio.
Personalmente penso che la nuova sinistra debba muoversi nell’alveo storico del socialismo europeo, con l’obiettivo di un suo rinnovamento nella direzione di un avvicinamento tra tutte le sinistre europee. Vedo bene che a questo proposito esistono ancora dei problemi, che tuttavia vanno risolti su due terreni diversi: quello immediatamente politico, attraverso immediati atti di unificazione che ci permettano da subito di affiancare la novità del partito democratico con una ancora più forte novità a sinistra, capace di dare una speranza a quel partito virtuale che oggi è senza rappresentanza; e quello di una ricerca e di un dibattito di più ampio respiro sulle questioni di fondo – sui fondamentali – sui quali dovrà basarsi la nuova sinistra unita.
Mentre sul primo terreno saranno molto importanti le scelte politiche e parlamentari dei gruppi politici già organizzati, sul secondo terreno occorrerà allargare l’orizzonte di partecipazione alla società civile, ai movimenti, alle competenze e alle personalità della cultura. E qui arriviamo al come, a quel come che anche metodologicamente ci differenzia dal processo avviato nella formazione del Pd. Un processo curioso, se si può leggere, in una intervista di Bersani, -badate bene, dopo che i due congressi hanno approvato un documento fondativo, per la verità molto effimero -, che sarebbe importante prima del congresso di fondazione del Pd, dalla data ballerina, “avere una discussione su valori e programma fondamentale”, e che prima di parlare del leader “occorre definire il profilo del Pd, tratteggiare un tratto del suo volto”.
Come si vede si tratta di una confessione clamorosa, dell’espressione di una sincera inquietudine, che tuttavia conferma tutti i nostri dubbi e sospetti; ma si tratta anche di un monito per il nostro stesso futuro.
E il monito è questo: occorre partire prima dai contenuti che dal contenitore. Il come richiama, dunque, l’esigenza – ecco la proposta - di una vera costituente delle idee, presieduta da un comitato di saggi che siano espressione dei grandi filoni riformatori, aperta alla società civile e ai movimenti e che trascenda – senza annullarli – gli attuali apparati partitici. Questa costituente dovrebbe aprire in tutto il paese, attorno ad alcuni nuclei programmatici fondamentali, un confronto reale, un processo di avvicinamento e di reciproca comprensione, una effettiva unificazione delle idee capace anche di prevedere i fisiologici elementi di diversità, legati alle differenti radici politiche, culturali e religiose.
Solo così si può dar vita ad una sinistra plurale, moderna e democratica. Per questo vi invito a non chiudere nel passato il discorso che si deve ancora aprire. La stessa sconfitta di Segolene Royal sta a dimostrare che la sinistra deve reinventarsi, ma non, come pretendono alcuni, sovrapponendo in coppa a una casta politica di sinistra, chiusa e per nulla nuova, lo zucchero a velo dei moderati.
La Francia ci dice ancora una volta che il vero segreto è quello di sapere parlare al centro democratico senza perdere la sinistra, e non mi sembra, me lo permetta Prodi, che questo segreto sia stato scoperto dal Pd. Oggi, se guardiamo al passato, ci serve, al governo, molto di più di tante chiacchiere vuote sulla modernità, la lezione di un riformismo forte, come quello che fu di Riccardo Lombardi.
Ed allora dico: se il partito democratico fosse stato per davvero il partito di tutto l’Ulivo, in quel caso la sinistra avrebbe trovato il proprio posto al suo interno. Ma così come sono andate le cose occorre, paradossalmente per il bene degli stessi moderati del Pd, se vogliono tornare al governo, dare voce e rappresentanza a milioni di cittadini che potrebbero rifugiarsi nell’apatia e persino nell’astensione.
E così perderemmo tutti assieme, appassionatamente, le prossime elezioni: altro che dichiaraci più avanti della sinistra francese! Cerchiamo dunque, tutti assieme, di uscire dal falso dilemma tra sinistre identitarie, ciascuna avvolta nella propria bandiera, e sinistra tecnocratica. Tra sinistra di governo e sinistra radicale. La sinistra è di governo se sa portare al governo non una casta separata ma i cittadini, il proprio popolo. Sta al governo solo se sa stare nel paese; ed è democratica solo se ricerca le nuove vie di scorrimento tra partiti e movimenti, tra rappresentanza e partecipazione.
Siamo riuniti qui, in questa sala, comunisti, socialisti, ambientalisti, laici e cattolici, che non intendono dimenticare le loro radici, ma vogliono, questo sì, essere qualcosa di nuovo con un cuore antico. Vogliono essere sinistra. E lo vogliono soprattutto per i più giovani.
Guardate alle beghe che già dividono il nascituro Pd! Lasciano nel paese un grande spazio vuoto. Ma questo non basta. Bisogna coltivarlo, questo spazio, fargli crescere dentro una nuova speranza; bisogna sapere piantare, nella diversità, il seme dell’unità. Se non sapremo fare questo crescerà solo l’erbaccia del disincanto e della disillusione, verso tutti, moderati o radicali che siano, verso la politica, verso la democrazia.
Ma allora avrà per davvero vinto la destra; dobbiamo impedirlo, facendo rivivere la sinistra!

di ACHILLE OCCHETTO

Un silenzio assordante

venerdì 11 maggio 2007

Giordano e Mussi ripartono da Palme: dibattito sul libro di Aldo Garzia e spunta il «padre» Berlinguer.

Il capitalismo è come una pecora: ogni tanto va tosata ma senza ammazzarla. Al di là dell'ossimoro - o forse è una devianza comunista pensare al capitalismo come a un lupo? - questa frase di Olof Palme aiuta ad aprire un ragionamento sul fallimento del socialismo reale e sulla crisi della socialdemocrazia. E' una semplificazione pensare che il comunismo volesse uccidere la pecora, mentre una sana socialdemocrazia l'avrebbe tenuta sott'occhio, correggendone la rotta con la democrazia e governandone gli squilibri e le dieseguaglianze con il welfare. Ma la metafora aiuta a riflettere chi, nel 2007, non rinuncia a dirsi di sinistra e dopo un paio di decenni almeno di rotture tenta di ricostruire un percorso comune.
La presentazione nella sala della Provincia di Roma del bel libro di Aldo Garzia «Olof Palme/ Vita e assassinio di un socialista europeo» ha offerto a due leader della sinistra italiana «in movimento», Franco Giordano e Fabio Mussi, di cercare in una memoria comune (stessa origine, il Pci) una rotta per doppiare la crisi della sinistra. Mettendo in campo «basi solide e grandi passioni», come suggerisce lo stesso Aldo Garzia la cui formazione è targata manifesto. Negli interventi sono due i fari che illuminano il dibattito: Olof Palme e Enrico Berlinguer, due percosi diversi che spesso si sono incrociati fino ad avvicinarsi sensibilmente dopo la rottura del segretario del Pci con l'Urss («Si è esaurita la spinta propulsiva della rivoluzione d'ottobre»). Non è la presentazione di un libro la sede più opportuna per riflettere sui ritardi di quella rottura, su cui Garzia ha forse delle idee non necessariamente convergenti con quelle di Giordano e Mussi. Ma una cosa vuole dirla Garzia: la svolta di Occhetto e la nascita del Pds non sono state segnate da una ricerca nella via socialdemocratica ma dal nuovismo.
Il segretario del Prc Giordano non ha eluso le domande evidenti nel volto dei partecipanti al dibattito: che fare qui e ora, con i Ds che gettano il velo e confluiscono in una «cosa» che con l'esperienza socialdemocratica europea nulla ha a che fare, mentre chi non sta al gioco dell'autoaffondamento è frantumato in orgogliose «identità»? Giordano suggerisce due assi di ricerca comune per avviare una ricostruzione della sinistra, quello pacifista e quello anticapitalistico, dentro un processo politico-culturale che innovi entrambe le tradizioni della sinistra, comunista e socialdemocratica. Da subito alcune battaglie comuni sono possibili e urgenti, a partire dalla tutela e valorizzazione del lavoro e delle pensioni e dalla lotta alla precarietà, per costruire una rappresentanza politica del lavoro, «un soggetto unitario spendibile politicamente, con una partecipazione di massa».
Per Mussi gli intrecci del Pci con la socialdemocrazia vengono da lontano, «l'omicidio di Palme lo vivemmo come un nostro lutto». Intanto, bisogna ricordare che il socialismo europeo «non è stato acqua fresca», è stato welfare innanzitutto. E l'incontro tra Berlinguer e Palme è avvenuto su un terreno forte: la lotta per il disarmo, per fermare la corsa terribile al riarmo. «Oggi quella corsa riprende pericolosamente, 1.100 miliardi di dollari in armamenti, oltre la metà negli Usa», e i pericoli connessi allo scudo spaziale nel cuore dell'Europa. «In questa situazione si rimpiangono leader come Palme e Berlinguer». Mussi rifiuta l'idea che il futuro sia solo al centro e rilancia l'urgenza di un'alleanza a sinistra: il lavoro e le politiche sociali, un tavolo subito per costruire un programma: «un movimento, non un altro partito, che ha già una certa forza che mettiamo a disposizione di un progetto più ampio. Se non ora, quando?».

di LORIS CAMPETTI da il Manifesto del 11/05/07

giovedì 10 maggio 2007

Un "Ulivo" della sinistra

La corsa all'Eliseo si è conclusa con la vittoria del candidato neogollista Nicolas Sarkozy sulla candidata socialista Ségolène Royal con un risultato finale del 53% per il primo e il 47% per la seconda. Non mi sembra una distanza siderale. Siamo di fronte, come sempre più spesso accade in tutte le democrazie occidentali, al prevalere di misura di una parte sull'altra. Non siamo, però di fronte ad una vittoria dilagante come sembrava a qualcuno. Credo che adesso i socialisti francesi si interrogheranno su quali strumenti adottare per rispondere efficacemente a questa vittoria della destra alle prossime tornate elettorali. Tanto per citare un dato, i socialisti francesi in un sondaggio effettuato in vista delle elezioni legislative di giugno, sono stimati al 30%, una cifra che parrebbe superiore a quella a cui si attesterebbe l'attuale Partito Democratico nostrano.
Stupiscono in questo senso le affermazioni del vice presidente del Consiglio, Francesco Rutelli, secondo cui la sinistra da sola non sarebbe più autosufficiente. Verrebbe da chiedergli, amichevolmente, se pensa che il Pd, invece, possa vincere da solo. Non si tratta di una questione di poco conto, perché o si ha chiaro che in tutti i paesi oggi non esistono più le condizioni politiche, economiche, materiali per l'esistenza di due forze numericamente pesanti a tal punto da egemonizzare un'intera coalizione, oppure si rischia di compiere delle operazioni pasticciate foriere di tensioni di cui non si sente la necessità.
In Italia credo ci sia spazio per una forza socialista democratica che sia parte integrante del socialismo europeo. Ridurre tutto alla scelta fra Partito democratico e Rifondazione comunista è sbagliato e non rappresenta l'articolazione delle forze in campo. La sinistra può essere unitaria e plurale con forze distinte e lavorare ad un progetto comune per il governo del paese. Trovo sbagliata l'idea dello scioglimento dei partiti. Avrebbe avuto più senso, come abbiamo avuto modo di scrivere nella mozione congressuale "Per un partito nuovo, Democratico e Socialista", se a dar vita al progetto non fossero stati solo due partiti ma si fosse lavorato a un progetto un più coinvolgente. Vale a dire la realizzazione di un'operazione che desse maggiore visibilità e percezione della cooperazione tra i diversi riformismi progressisti presenti in Italia quello cattolico democratico, quello socialista, quello ambientalista, quello laico e quello liberale.
Non mi hanno convinto la collocazione più centrista, di cui si rivela il profilo quando si discutono temi come la laicità, e la collocazione nel panorama europeo.
La Sinistra Democratica è all'inizio di un percorso. Il nostro è un movimento della sinistra parte integrante del Pse che collaborerà unitariamente anche con le altre forze riformiste, ambientaliste, laiche, socialiste e anche con quelle più radicali. L'auspicio, e gli sforzi che metteremo in atto, almeno per chi sta scrivendo, è quello di porre le condizioni affinché possa nascere una sorta di Ulivo della sinistra. Perché no? Rendere più chiara la rappresentanza della sinistra di governo sarebbe un'operazione molto utile all'intero centrosinistra italiano. Non è forse vero che oggi al governo del Paese ci sono tutte le forze della sinistra da quelle più riformiste a quelle più radicali? L'avvio di una costituente socialista di cui si sono visti i contorni al convegno di Bertinoro e al congresso nazionale dello Sdi a Fiuggi, è un fatto positivo che dovrebbe interessare tutti coloro che si sentono rappresentati dai valori e dalle forze che aderiscono al Pse. E, aggiungo, dovrebbe interessare anche coloro che ritengono, da sinistra, non più esaustive dei movimenti, reali e politici, il Pse e l'Is nel loro complesso, ma che individuano in quella famiglia lo strumento di partenza per un confronto che abbia sempre alla sua base i valori di uguaglianza, giustizia e libertà.
Ma un altro compito che dobbiamo assolvere è quello di dare il nostro contributo, come sinistra di governo, per rappresentare al meglio anche le spinte più dinamiche e innovative che attraversano la nostra società. Soltanto così renderemo un servizio importante al centrosinistra italiano e al paese nel suo complesso.

di GAVINO ANGIUS da Aprileonline del 10/05/07

mercoledì 9 maggio 2007

La riscoperta del socialismo

Le parole, si sa, spesso durano più delle cose che indicano. E hanno molte vite: sembrano polverose e annerite – ridotte come fossili inerti – ma poi, all´improvviso, tornano (e non si sa per quanto) a riempirsi di luce. Sta accadendo con "socialismo", che adesso tutti riscoprono (dopo una lunga stagione diciamo non proprio fortunata), e fanno a gara per esporre, in un modo o nell´altro, ben visibile sulle proprie bandiere: da Fassino (che si impegna con appassionata solennità a non perderne in alcun modo la memoria), a Boselli (che vuole invece ricongiungere a quel nome il suo partito), per non dire di Mussi e di Angius, che idealmente vi dedicano una dolorosa separazione, fino a Bertinotti, a Diliberto.
E´ utile questo ritorno? A me pare, francamente, di sì, se sappiamo distinguere emozioni e concetti; idee e stati del cuore.
"Socialismo" è una parola che viene da un mondo scomparso. Perduto definitivamente, e che non riapparirà mai più. Ci riporta ai tratti di fondo della rivoluzione industriale; alla morfologia elementare della lotta di classe come motore della modernità; alla natura proteiforme, analiticamente sfuggente ma storicamente schiacciante, dello sfruttamento capitalistico lungo tutto l´arco dell´ascesa e del consolidamento borghese; alla contraddizione fra il carattere sociale della produzione nel sistema di fabbrica meccanizzato e il controllo privato dei suoi fattori e delle sue condizioni (la contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione, nel pensiero degli antichi maestri).
Oggi, di tutto questo non resta più nulla, o quasi, almeno nella nostra parte del mondo. Non la fabbrica meccanica come modello produttivo totale; non le strutture di classe; non il lavoro operaio (o comunque salariato) in quanto produttore della parte dominante della ricchezza sociale. Quasi due secoli di lotte – spesso condotte proprio in nome del socialismo – non meno di una sconvolgente rivoluzione tecnologica, hanno mutato radicalmente lo scenario intorno a noi. E il cambiamento ha travolto anche il fondamento concettuale (e politico) della variante "socialdemocratica" classica, che si fondava sulle stesse premesse materiali – base operaia e grandi industrie – solo prefigurando strategie correttive e rimedi diversi. Craxi e dopo di lui Blair, ciascuno a suo modo, lo avevano del resto capito benissimo e precocemente.
Se dunque, quando diciamo "socialismo", vogliamo riferirci a un´interpretazione trasformatrice della realtà, a un quadro di obiettivi politici definito, o a un´ipotesi concreta di configurazione sociale prospettabile per il nostro avvenire, quel nome non ha letteralmente più senso. Designa solo il vecchio futuro di un passato che ha preso un´altra direzione. Ma il punto è che quella parola non vuol dire solo questo. Due secoli di storia le hanno anche consegnato e radicato un valore evocativo del tutto diverso, e sganciato ormai completamente dal suo autentico e originario contenuto conoscitivo e programmatico. L´hanno tramutata, cioè, da paradigma a metafora, almeno per la coscienza europea.
Ne hanno fatto per antonomasia la metafora della lotta per l´eguaglianza, l´espressione moderna di un´aspirazione antichissima, che ha attraversato e dato forma alla storia dell´Occidente. Ebbene, se richiamarsi al socialismo vuol dire tenere aperto, qui e ora, l´orizzonte dell´eguaglianza, credo proprio che si faccia bene a non smarrirne la traccia, nel momento in cui un intero universo di significati e di esperienze sta sparendo sotto i nostri occhi, e l´intera organizzazione politica della sinistra sta prendendo faticosamente atto, finalmente anche in Italia, che un lungo e tormentato capitolo della sua storia si è chiuso per sempre. No, quel punto di riferimento non va cancellato. La rivoluzione in cui stiamo entrando – la terza rivoluzione tecnologica nella storia umana, dopo quella agricola e quella industriale – farà precipitare su di noi problemi e alternative che non potranno essere affrontati se non riproponendo con convinzione e con forza un´identità egualitaria dell´universalità umana come fine ultimo della nuova forma del mondo.
Ma di quale eguaglianza stiamo parlando?
Dobbiamo, oggi, saper liberare questa idea dalla catastrofe della sua versione comunista – un tragico sogno del mondo industriale, con dentro il fumo delle ciminiere e il sapore del carbone e del ferro – staccandola dal mito della socializzazione dei produttori, dalla falsa immagine di un´economia rovesciata rispetto a quella capitalistica, che potesse miracolosamente generare diffuse condizioni di parità in modo spontaneo e definitivo (il vecchio chiodo di Marx).
Bisogna spostare insomma l´asse dell´eguaglianza dall´economia alla morale: verso un´etica generale della specie e un´ipotesi di soggettività e di cittadinanza capaci di elaborare figure di equità non seriali, non ripetitive, mai divenute e sempre in atto, costruite come doveri della ragione morale e non come necessità dell´ordine economico. E immaginarvi intorno uno stile di socialità mite, dove la solidarietà e l´equilibrio comunitari mitighino la dismisura, la sproporzione e l´asprezza della competizione fra gli individui e fra i gruppi.
Come mantenere aperta questa prospettiva per tutta la specie, e non solo per quella sua parte privilegiata dallo sviluppo degli ultimi secoli, sarà la sfida cui dovremo dare una risposta, e sarà il discrimine fra chi guarda al nuovo come un´occasione di emancipazione e di riscatto, e chi lo vede invece solo come un´opportunità di profitto. Stare fra i primi, forse, vuol dire ancora dirsi socialisti.

di ALDO SCHIAVONE da la Repubblica del 09-05-07

martedì 8 maggio 2007

Coprire un vuoto a sinistra

Per la prima volta si confrontano direttamente sulle prospettive concrete di costruzione di una nuova formazione politica della sinistra i suoi maggiori protagonisti.
Il convegno si propone di fare il punto della nuova situazione venutasi a creare dopo la nascita del Partito Democratico e il battesimo di Sinistra Democratica, in un momento delicato in cui sembra acuirsi la tendenza a una ‘partitocrazia senza partiti', in cui una parte importante della sinistra stenta a riconoscersi.
"Coprire un vuoto a sinistra", creando innanzitutto nuovi stimoli di discussione, è quanto si propone di fare "Il Cantiere", che intende raccogliere in sé le istanze e la voglia di partecipazione di tanti e di tentare di definire il ruolo 'della sinistra' all'interno della politica nazionale e internazionale, anche dopo i recenti avvenimenti politici.

Intervento introduttivo di Fabio Mussi per la nascita di Sinistra democratica

Care compagne, cari compagni
Il congresso dei Ds è finito da 15 giorni. I Ds non ci sono più. Lì – come sapete – fuori dal coro abbiamo parlato io e Gavino Angius per esprimere la nostra contrarietà, la nostra critica al Partito Democratico. Certo, non erano opinioni personali, rappresentavamo un quarto degli iscritti ai Ds. Abbiamo voluto, anche, dare conto della fatica personale contenuta in quella scelta, della pena di un distacco. Ed è stato anche un atto di rispetto verso chi ha fatto una scelta diversa da quella che noi oggi ci accingiamo a compiere. Questi sono i momenti in cui non si guarda alle convenienze, ma si dice esattamente quello che si pensa. Ci si guarda dentro, si fanno i bilanci di una vita. Si chiama “etica della convinzione”, e recita: “fai quel che devi, avvenga quel che può”.

E qualcosa è avvenuto: guardate questa sala, le migliaia presenti: si è accesa una speranza. E quando si accende una speranza subentra un’altra etica: l’etica della responsabilità.

Ora, carissime compagne e compagni, siamo tutti reciprocamente responsabili. Responsabili di realizzare un progetto che serve all’Italia: salvare e rinnovare la Sinistra, garantire un futuro alla Sinistra italiana.
E oggi non vorrei parlare io, vorrei usare parole per dare voce a tutti voi, ai sentimenti e alle idee che vi attraversano la mente e il cuore.
Nella vita politica esiste una funzione dirigente, una “leadership” come ora piace dire. (soprattutto nei dintorni del partito democratico non si discute d’altro che della leadership, di chi deve comandare, di chi deve coordinare, di chi deve presiedere, di chi deve dirigere….)
Ciò che io voglio dire è che non ci sarà mai più una leadership se se non ci sarà una autentica partecipazione. E partecipare non vuole dire ritrovarsi di quando in quando per eleggere i capi, ma esserci tutti ogni giorno, per confrontare le idee, discutere delle scelte e decidere insieme. Uomini e donne alla pari.

Oggi festeggiamo una nascita, nasce il Movimento Politico Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo. Abbiate tutti cura del neonato. Vi chiediamo di farlo crescere in ogni città, di organizzarlo nel territorio, di raccogliere adesioni.
Un movimento, non un altro partito.
Un movimento a disposizione di un grande progetto, il progetto dell’unità della sinistra. Una sinistra – fatemi mettere gli aggettivi – nuova, plurale, laica, autonoma, critica, larga, di governo, del lavoro, della cultura, dell’ambiente, delle libertà, della liberta femminile!
Una sinistra non minoritaria, ambientata in Europa, che rappresenti parti grandi della società italiana e che tenga lo sguardo sul mondo, che diventi parte ineliminabile della storia d’Italia, che prenda di petto la crisi della politica moderna affinché si colmi il fossato scavato tra governati e governanti. Guai se i governanti diventano ceto politico e il ceto politico una casta, guai!
Una sinistra che guardi al nascente partito democratico non come ad un nemico, ma come ad un alleato, perché l’alleanza di centro-sinistra è e sarà il nostro spazio di azione politica: non siamo e non saremo mai quelli delle “mani libere” nelle alleanze.

Il nostro Movimento lavorerà sulle idee e avrà anche una Fondazione culturale perché c’è sete, soprattutto tra i giovani, di cultura e di cultura politica. Solo le idee contano davvero: celebrando i 70 anni della morte di Antonio Gramsci dobbiamo ricordare questa lezione.
Il nostro Movimento avrà una forza, avrà iscritti, tessere, organizzazione, strumenti di informazione a stampa e telematici e potrà contare presto, prestissimo su due forti gruppi parlamentari alla Camera e al Senato. Sarà rappresentato nel Parlamento Europeo da un nucleo di autorevoli eletti che resteranno saldamente ancorati al Gruppo socialista, la nostra famiglia, ma in un dialogo con tutti i gruppi della sinistra europea.
Si formerà un gruppo promotore nazionale. Proponiamo che sia formato dai delegati al congresso delle due mozioni che aderiscono al Movimento e da personalità del mondo del lavoro, della cultura, dell’associazionismo, del volontariato. Vi invito caldamente a formare analoghi comitati in tutto il territorio.
Saremo una forza unitaria, nessuno degli alleati deve temere. E voglio allora, anche a nome vostro, inviare da qui un saluto a Romano Prodi. Da qui gli arriva un messaggio di stima e di amicizia. Noi non dimentichiamo che attorno a lui si è costituita l’Unione che ha battuto Berlusconi, che ha fermato l’ondata di destra populistico plebiscitaria che minacciava il cammino democratico dell’Italia antifascista e repubblicana. Il Governo ha bisogno di sostegno e stabilità. Si vedono i risultati della sua azione, siamo fuori dall’emergenza dei conti pubblici, si intravede la luce in fondo al tunnel. Si sono fatte cose importanti, l’ultima che credo meriti il nostro plauso, è il disegno di legge sull’Immigrazione proposta dai Ministri Amato e Ferrero.
Ora bisogna riprendere speditamente il passo delle riforme, e una riforma importante da realizzare finalmente dopo tanti anni è quella del conflitto di interesse.
Romano non ti lasciare impressionare, vai avanti!
Riprendere il passo delle riforme vuol dire ripartire dal programma dell’Unione. Vedete, dico “riforme” piuttosto che “riformismo”. La parola “riformismo” è inflazionata, e giorno e notte è aperto un ufficio di distribuzione patenti. Ma la parola lascia il tempo che trova perché vale il motto: dimmi che riforme vuoi e ti dirò chi sei.
Riforme per governare un Paese in cui sono cresciute le disuguaglianze, in cui la società è immobile, in cui il figlio dell’ingegnere fa l’ingegnere e il figlio dell’operaio continua a fare l’operaio, se gli va bene, altrimenti fa il precario o il disoccupato. Un Paese in cui crescono i profitti ma scendono i salari, in cui i sistemi dei servizi, della formazione, della ricerca segnano il passo. Su questo vi chiedo un aiuto, stavolta da Ministro. Sto provando a riformare l’Università e la Ricerca, mi ispiro ai principi di uguaglianza, merito e qualità, ma c’è bisogno di risorse, non si può fare il bis della Finanziaria di quest’anno. Il mondo e l’Europa corrono, corrono, corrono, ma con uno sviluppo senza formazione, senza scuola, senza ricerca, non c’è futuro per l’Italia. L’Italia è il Paese di Galileo Galilei. L’Italia ha dato un contributo enorme alla scienza moderna, alla cultura universale. Mi ribello all’idea che diventi la periferia del mondo lanciato nella società della conoscenza. Per questo chiedo, insieme a voi, risorse e investimenti in scuola, formazione, università e ricerca.

L’Italia è il nostro Paese, un Paese di cui andiamo orgogliosi, dove tuttavia ovunque ci giriamo - nella vita civile, economica, politica - si sbatte la testa nella questione morale. Non aveva torto Enrico Berlinguer. Non esisterà mai più buona politica se non risorgerà una etica pubblica, il senso del dovere, il rispetto della legalità, il piacere dell’onestà. Noi su questo saremo intransigenti, radicali.
Si, saremo radicali!
La verità, compagne e compagni. È che per essere realisti, come noi siamo, bisogna andare alla radice dei problemi.

La verità semplice è questa: oggi non si può essere riformisti se non si è anche radicali. “Radicali” viene usato per “estremisti”. Io vi propongo un impegno solenne contro l’estremismo.
L’idea della guerra è estremista. In un mondo in cui si spendono 1100 miliardi di dollari per armamenti, far ripartire la corsa per gli armamenti, magari con lo scudo spaziale, è estremista. L’idea di esportare la democrazia sulle ali dei caccia bombardieri è estremista.
Il fatto che un manager guadagni quando 500 operai e 600 ricercatori, è estremista. Il fatto che si possa controllare una grande impresa controllando una finanziaria che rappresenta lo 0,6 del capitale, è estremista. Il fatto che i giovani siano sempre più precari e possano restare precari a vita, è estremista.
Il Family Day ! - una manifestazione contro i Dico, come sostengono i promotori e come giustamente afferma Rosy Bindi - è estremista. Ma come si fa nel nome della famiglia ad accanirsi contro le persone liberamente conviventi? La rinascente fobia verso gli omosessuali, è un sentimento estremista.

Noi siamo moderati…
Per questo vorremo vedere più rispetto. Rispetto per il lavoro, per le persone in carne ed ossa, per le differenze di etnia, di cultura, di religione, di sesso, per la libera coscienza degli individui. La pensiamo come un grande autore che vive in America Richard Sennet, che é stato il primo a studiare gli effetti sull’uomo della precarietà e in un libro autobiografico si chiede “ma perché nel mondo c’è tanto poco rispetto, una merce così a buon mercato?”. Per questo ci piace la Costituzione Repubblicana, un testo pieno di rispetto, e ci piace ricordare la Resistenza da cui è sorta.

E così, quando invochiamo l’unità a sinistra lo facciamo con rispetto. Verso le posizioni, la storia, le identità di tutte le forze che stanno a sinistra. Ci rivolgiamo a tutti perché ci si metta in cammino. Ci rivolgiamo ai compagni dello Sdi. Saluto Enrico Boselli. Sono andato al loro Congresso. Sono stati coraggiosi, con loro condividiamo l’appartenenza al Pse e la difesa della laicità dello Stato che è lo spazio di libertà di tutti e di ognuno, anche della Chiesa. E saremo al loro fianco in questa battaglia.
Ci rivolgiamo ai compagni del Pdci. Cesare Salvi ha parlato al loro Congresso. Saluto Oliviero Diliberto, che ha detto una cosa importante: “vogliamo una sinistra senza aggettivi”. Mi pare una mano tesa e noi raccogliamo questa mano.
Ci rivolgiamo agli amici del Sole che Ride. Ieri sono stato a parlare alla loro convention, dove sono state dette cose importanti, anche politicamente importanti, e dove è stato approvato un bel documento, un Patto per il clima che ho sottoscritto e che invito tutti a sottoscrivere, perché quello è un punto cruciale degli anni che verranno.
Ci rivolgiamo ai compagni di Rifondazione Comunista, che hanno dato forza al principio della pace e della non violenza. Fausto Bertinotti ha parlato di “massa critica”: vuol dire che nessuno può bastare a se stesso. E a Franco Giordano, che saluto, che propone di cominciare a discutere del tema del lavoro mi sentirei di rispondere: siamo d’accordo, cominciamo subito.
Siamo tutti insieme al governo. Massimo D’Alema tempo fa a detto: “Ma Mussi dove va, che domani ci vediamo in Consiglio dei Ministri…”. Caro Massimo ma domani ti vedi anche con Emma Bonino, con Bianchi, con Ferrero, con Pecoraro Scanio: siamo tutti al governo è questo il fatto nuovo che fino ad ora non si è voluto guardare.

Ci rivolgiamo alle tante aggregazioni che si sono formate in questi anni, i compagni di Rossoverde, di Uniti a Sinistra, dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, al Cantiere di Achille Occhetto, che è qui e che saluto.
E alle tante e ai tanti che in questi anni si sono tirati da parte delusi, che si sono messi ai bordi della strada aspettando qualcosa di nuovo.
Care compagne e cari compagni qualcosa di nuovo sta arrivando tornate in campo tutti. Ci rivolgiamo alle tante e ai tanti che sono impegnati nell’associazionismo e nel volontariato, un esercito di giovani, a tutte quelle persone che restituiscono alla politica la sua alta dignità di impegno civile e di attività volontaria. Non dimentichiamolo mai, con lo stato moderno la politica è anche professione, bisognerebbe dirlo in tedesco con Max Weber: “Beruf” vuol dire “professione” e “missione”.
Ma le cose più importanti della vita, l’amore, l’amicizia, i valori morali, la fede politica, sono gratuite.

Ci rivolgiamo a tutta la società italiana, agli uomini e alle donne delle professioni, della cultura, della impresa responsabile che sa di dover essere sana economicamente e di dover rispondere a tutta la società di quello che fa e di come lo fa.
Ci rivolgiamo al mondo del lavoro, sindacalisti e lavoratori. Agli operai che non sono scomparsi, sono milioni ed è l’ora di non accorgercene solo quando ci fischiano. E bisogna smetterla di parlare degli operai come gli antropologi parlano dei Maori, come qualcosa che va studiata da fuori. Dobbiamo tornare con loro e insieme a loro.

Ci sono mondi nuovi da scoprire e tradizioni da non disperdere. Della migliore tradizione comunista, socialista, azionista, democratica vogliamo custodire gelosamente il senso di una appartenenza e di un dovere nazionale. Noi, lo dico a tutti i nostri amici e compagni, costruiamo questo movimento non per metterci in concorrenza con altri, non aspiriamo alla nostra fetta elettorale, non vogliamo fare le mosche cocchiere.
Ma a tutti abbiamo da dire questo: amici, compagni, “ ora fuori dalle trincee, fuori dalle trincee”. Mettiamoci in campo aperto. Certo non rinunciamo al sogno di un nuovo grande partito vero, plurale e unitario della sinistra italiana. Sarebbe bello se ci fosse subito ora la possibilità di un bing bang, se ci fosse data la possibilità di un qualcosa che assomigli a quanto seppe fare in Francia François Mitterand con Epinay. Ma la strada si fa un passo alla volta.
Ripartiamo dai contenuti, dalle grandi questioni del mondo di oggi, un mondo in cui al tempo stesso è stato svalorizzato il lavoro e depredata la natura, in cui tutto cambia rapidamente e le generazioni viventi si trovano al tempo stesso a dover fronteggiare sfide mai viste e in tempi rapidissimi. Mi ha colpito l’osservazione di uno studioso che ho ascoltato giorni fa, quando ha detto che la storia della nostra specie è questa: mille generazioni hanno comunicato parlando, cento scrivendo, una - la nostra - comunica via internet. Sfide mai viste che richiedono al tempo stesso un salto tecnologico e una grande riforma, la più grande che mai ci sia stata - della società e dell’ economia - per renderle giuste, sostenibili, equilibrate, abitabili per quelli che verranno. L’economia non è un feticcio: è la forma in cui gli uomini organizzano la produzione e gli scambi. Lo sappiamo, si presenta come una “seconda natura”, ma non è natura.
Non è vero che sinistra e socialismo sono cani morti. Come va il mondo richiede più sinistra e più socialismo di quello dei secoli che abbiamo alle spalle.

Compagne e compagni, c’è un lavoro enorme da fare.
Io ve lo dico sinceramente: non sono sicuro del successo. Vedo le difficoltà, gli ostacoli da superare, ma sbaglio se parlando anche a nome di tutti voi dico: non è sicuro il successo, ma oggi tutti insieme sentiamo il dovere di provarci?
Di provarci!
Un dovere verso la sinistra, un dovere verso il nostro Paese.
Avanti compagne e compagni perché stavolta si può.
Viva la sinistra e viva l’Italia.

lunedì 7 maggio 2007

Diliberto: Sinistra democratica nasce ambigua, Mussi scelga

«In un momento in cui tutto si muove, chi sta fermo è fottuto». Oliviero Diliberto ha fretta. Per tenere a battesimo una sinistra del 15 per cento rinsalda l'asse con gli ex fratelli coltelli di Rifondazione, suggerisce a Fabio Mussi di guardarsi le spalle da Gavino Angius che rende «ambigua» la neonata Sinistra democratica e lancia la sfida per l'egemonia: «Chi ha più filo, tesserà». E siccome è convinto che i figli della sconfitta dell'89 siano «rimasti sepolti sotto le rovine», è pronto a fare un passo indietro sulla leadership. «Io non mi candido a essere il capo della sinistra unita».
Mussi l'ha convinta?
«Ecumenico. Angius invece è stato molto chiaro».
Guarda ai socialisti.
«Trovo abbastanza singolare la sua scelta alla luce di una storia politica che è molto più simile alla mia che non a quella di Boselli. Ricordo con affetto che eravamo schierati insieme contro la svolta della Bolognina».
Le vostre strade sembrano destinate a non riunirsi.
«Angius fa una scelta che mostra plasticamente l'ambiguità intrinseca a ciò che è successo sabato al Palazzo dei congressi. Nella Sinistra democratica vi sono due opzioni distinte. Una, molto simile alla nostra, è quella lanciata da Mussi e cioè l'unificazione in forma federativa di tutti coloro che non aderiscono al Pd».
Tutti, Boselli compreso?
«Senza specificare. Mussi è stato molto bravo perché ha volutamente lasciato tutte le opzioni aperte».
Sinistra senza aggettivi, né comunista né socialista?
«Io voglio continuare a essere comunista, ma se Mussi non ha usato aggettivi di tipo identitario è perché avrebbero creato divisioni. Immagino che Angius voglia portare nella costituente socialista la maggior parte dell'ex Correntone».
Angius dentro Sd da cavallo di Troia?
«Nelle sue parole non c'è inganno. Angius fa un'operazione del tre per cento, la mia invece vale il 15. È lo spazio a sinistra del Pd, solo un cieco non lo capisce. Comprendo che Mussi non voglia spaccare il suo gruppo, ma deve scegliere».
Sembra voglia aspettare fino alle Europee.
«I cantieri che rimangono aperti troppo a lungo si trasformano in grandi buche dove si finisce per cadere. Mussi dica in fretta cosa vuol fare. Se nasce il Pd noi stiamo fermi? Il rischio è che non se ne faccia niente».
Giordano lancia un «patto d'unità d'azione». Lei ci sta?
«Mi sembra che il Prc avverta la mia urgenza politica. Dobbiamo partire anche da questa ritrovata sintonia tra due partiti che si richiamano al comunismo».
Nel Pantheon di Mussi ci sono Gramsci e Berlinguer. Nel suo?
«Tutti quelli che rappresentano un pezzo di storia comunista.
Nel mio non c'è Gandhi e in quello del Prc sì, ma sarebbe folle se fosse un elemento di divisione. Guardiamo avanti».
Vale anche per Cossutta?
«Se n'è andato lui, però il percorso unitario riguarda tutti. Ovvio che ciascuno conterà per il consenso che si porta dietro».
Non teme egemonie?
«La sfida per l'egemonia non mi spaventa, chi ha più filo tesserà. Riguardo alla mia persona, io non mi candido a fare il capo della sinistra unita e mi auguro che la leadership sia l'ultimo dei nostri problemi».
La corsa è già scattata.
«Se si vuole unire bisogna iniziare con atti di generosità personale. Non dico che io a 50 anni devo tirarmi indietro, parlo di atti di generosità in nome della sinistra. Se si facesse la confederazione sarebbe una cosa così importante che chiunque ne fosse il capo mi andrebbe bene. Si deciderà insieme e comunque non sarei io».
Nel Pd sembrano aver deciso che la guida della coalizione tocca a loro.
«Non hanno deciso niente, stanno furiosamente litigando su tutto. Il capo dell'alleanza non lo decide un partito solo. Per la maggioranza ci vuole il 51% e il Pd da solo non basta».
La «cosa rossa» avrà falce e martello nel simbolo?
«Il se e il come lo decideremo assieme. Prima dobbiamo riprogettare i contenuti e questo lo possono fare solo quelli che non sono figli della sconfitta dell'89. E cioè la generazione dopo la mia».
Fuori tutti? Diliberto, Mussi, Giordano?
«Noi abbiamo categorie di pensiero datate, mentre chi è nato l'anno del crollo del Muro non è rimasto sepolto sotto le sue rovine».

di MONICA GUERZONI dal Corriere della Sera del 07-05-07

Giordano: «Noi ci siamo. Ora subito l'unità d'azione»

Rifondazione c'è e ci sarà. Senza steccati, senza primogeniture, sgombrando il campo da qualsiasi impedimento, che sia di tipo organizzativo o ideologico. Franco Giordano è seduto in prima fila ad ascoltare Fabio Mussi al Palazzo dei congressi dell'Eur. Vede la sala piena, gli applausi, l'entusiasmo, persino i pugni alzati. E non ha dubbi: «Ora tempi rapidi. Questa partecipazione è una risorsa, non va sprecata. Dobbiamo dare subito risposte concrete. Cominciamo la prossima settimana. Cominciamo dai contenuti».

Mussi ieri ha ribadito che Sinistra democratica non sarà, per ora, un partito, ma un movimento, per lasciarsi così aperte tutte le strade. Che giudizio dai del suo intervento?
La piattaforma politico-culturale presentata da Fabio è largamente condivisibile. Ci sono tutte le condizioni per determinare in tempi rapidi il percorso di una riaggregazione delle forze di sinistra. Noi da tempo abbiamo avuto questa intuizione e vogliamo continuare a prospettarla. A maggior ragione dopo questa assise: il livello di partecipazione, il calore, la volontà di stare in campo, tutto ciò va preso come una risorsa. Anche per questo penso che dobbiamo trovare rapidamente dei punti fermi (il tempo in questo caso è decisivo), definire un patto di unità d'azione sulle questioni concrete che sono oggi sul tappeto. Le stesse che Mussi ha indicato. E mi pare che sulla proposta che ho avanzato nei giorni scorsi ci sia stata un'ampia disponibilità. Adesso si tratta di tradurla operativamente. Per parte nostra, proponiamo la platea del 16 e 17 giugno e la costruzione della Sinistra europea come luogo aperto al confronto e alla discussione tra tutti coloro che vogliono dare vita a questo soggetto unitario della sinistra. Che per me deve essere, insisto, pacifista e antiliberista.
Quando dici tempi rapidi, cosa intendi?
Intendo che la prossima settimana dovremmo incontrarci per trovare l'intesa sui punti di azione comune che diventino dirimenti sia nelle istituzioni che nella società. Vederci subito per definire appuntamenti e scadenze e incidere concretamente sul processo. E per spendere politicamente questo bisogno di unità della sinistra. Perché c'è questo bisogno, qui e ora. Perché c'è una partita aperta adesso; perché la Confindustria non vuole la redistribuzione sociale a favore dei lavoratori; perché con la nascita del Pd c'è una maggiore permeabilità del governo alle istanze confidustriali. Ora dobbiamo spendere politicamente questa forza, spenderla nel paese e nel parlamento, nelle istituzioni. E poi diffonderla a raggiera, farla nascere nelle realtà di base. Guai a permettere una logica solo verticistica.
Credi che i nodi ancora aperti, come l'appartenenza internazionale, possano costituire un ostacolo a questo percorso?
Se stiamo sui livelli identitari è finita. Rischiamo di percorrere le stesse contraddizioni e le stesse logiche, in sedicesimi, della costruzione del Partito democratico. Noi non possiamo fare gli stessi errori. Dobbiamo, invece, denifire l'orizzonte di critica alle forme attuali della globalizzazione capitalistica, definire l'impianto (che è pacifista e antiliberista) e immediatamente stare sull'utilità sociale del nuovo soggetto politico. Una cosa è un soggetto che viene costruito in maniera tale da essere percepito come utile alle lavoratrici e ai lavoratori in una vicenda come quella delle pensioni, o della lotta alla precarietà, o della qualità dello stato sociale. Altra cosa è parlare in chiave puramente identitaria. Noi non possiamo vincolarci e bloccarci sul terreno delle appartenenze ai diversi gruppi europei; dev'essere un confronto di culture. Poi nessuno deve negare le identità degli altri; io non nego la mia, che sto rifondando e che è quella comunista; Mussi non negherà la propria. Ma tutti insieme lavoriamo, confrontandoci sulla direttrice di marcia, per la critica di questa società e per un impianto pacifista e antiliberista. Questo è il punto: non lasciamoci imprigionare da contrapposizioni puramente organizzative o da collocazioni diverse sullo scenario europeo. Dobbiamo discutere e confrontarci, ma adesso facciamo immediatamente azione comune.
C'è chi pensa che nel momento in cui ci fosse una lista unitaria del Pd, a sinistra si dovrebbe fare lo stesso, magari alle europee del 2009.
Credo che questa sia la maniera più sbagliata per affrontare la questione. Ho visto che anche Liberazione insiste molto su questo punto. Io non sono d'accordo. Questo è il tempo delle azioni diffuse e unitarie; poi possiamo pensare ad una soggettività plurale, unitaria, della sinistra; ad una confederazione. Così, infatti, abbiamo definito la Sinistra europea. E credo che dovremmo via via provare ad allargare questo orizzonte. Il resto viene dopo. Guai a legare a scadenze elettorali una progettualità politica. Certo che abbiamo degli appuntamenti, ma li vedremo nel percorso concreto. Altrimenti riproponiamo gli stessi errorri del Pd. Insisto su questo punto, perché queste dinamiche rischiano di far ritardare il progetto.
Hai più volte citato la Sinistra europea. Alla luce di tutto ciò, quella proposta come si colloca?
L'intuizione della Sinistra europea da parte di Rifondazione è stata giustissima. Non può essere in alcun modo definita transitoria; al contrario, è strategica. E io sono certo che il 16 e il 17 giugno ci sarà un grandissimo evento con la costruzione della Se. E siccome questa tappa fondativa non è un punto di arrivo ma di partenza, penso che potremo avere la possibilità di fare di questo evento un'occasione straordinaria di confronto con tutti coloro che vogliono concretamente costruirla. Per essere chiari: io vedo un solo nodo che deve essere in qualche misura sciolto ed è il rapporto con i socialisti. Credo che il confronto con i socialisti sia decisivo, fondamentale e fecondo, soprattuto sul terreno della laicità. E credo che debba continuare una riflessione critica sul futuro della società italiana. Quello che non può essere accettato è una riedizione, in forme aggiornate, del processo di modellizzazione capitalistica che ha segnato la stagione craxiana e che mi pare essere rivendicata dal partito socialista. Per questo penso che bisogna dare una risposta immediata a tanto entusiasmo attraverso un agire concreto, un agire sociale; attraverso la definizione di alcuni obiettivi precisi.
Insomma: subito i contenuti, al contenitore pensiamo poi?
Subito i contenuti, subito l'unità d'azione. E dico di sì, rapidamente, alla proposta di continuare nella riorganizzazione unitaria della sinistra, nelle forme che sempre hanno caratterizzato la nostra iniziativa: i movimenti, la società, le forze politiche. Insomma, l'evento di oggi (ieri per chi legge, ndr) è di grande rilievo e importanza; per questo bisogna accelerare il processo.
L'assemblea si è aperta con le note di "Bella ciao" e "L'Internazionale"...
E' il richiamo all'antifascismo e al mondo del lavoro, dei lavoratori. Secondo me questo è un fatto di grande rilievo. Siamo nel solco giusto, anche dal punto di vista simoblico.

di ROMINA VELCHI da Liberazione del 06/05/07

domenica 6 maggio 2007

Echi trentini dell'assise romana

Con "Sinistra democratica" nasce il nuovo cantiere, quello del socialismo europeo del XXI secolo. A festeggiare la nascita del nuovo movimento a Roma erano in tanti: a Trento quanti saremo? E' presto per dirlo; dovremo parlare di programmi, confrontarci con le diverse anime che si richiamano alla comune tradizione della sinistra, con il mondo ambientalista, con le associazioni impegnate nel sociale. Un dato è certo: il quadro europeo (la sconfitta socialista in Francia, il tramonto del blairismo, la sofferenza della SPD in Germania) ci dice che dobbiamo voltar pagina anche qui in Italia e in Trentino, ridare un volto ad una sinistra che nella "corsa al centro" ha finito per perdere se stessa. Partiamo da casa nostra, il Trentino: esattamente un secolo fa, alle prime elezioni a suffragio universale un socialista, Augusto Avancini, entrava nel Parlamento di Vienna. I socialisti coronavano così dieci anni di duro lavoro, grazie al quale raggiunsero una posizione di prima grandezza nello scenario politico trentino. Cent'anni dopo possiamo dire che la sinistra trentina, nel suo insieme, tocca il punto più basso della sua influenza politica. A nulla sono servite le indicazioni delle forze di sinistra della coalizione di governo nella strategica questione della presidenza dell'autobrennero e sull'eterno ritorno della "PI-RU-BI", assordante è il silenzio sulla questione della difesa della scuola pubblica, impotente l'azione di contrasto riguardo il saccheggio del territorio, ammainate le bandiere in difesa della dignità del lavoro. La difesa del quadro autonomistico regionale, senza il quale ogni speranza di specificità trentina è perduta, è lasciata alla sola e ormai stanca voce di Marco Boato. Urge apprestare un tavolo della sinistra trentina sul quale portare tutte le questioni più rilevanti. Solo così la sinistra potrà riprendere il cammino interrotto e andare ad un leale confronto con il "nuovo soggetto politico" dellaiano.

di VINCENZO CALI'

Uomini e donne in discussione e in cammino: è un buon inizio

Le donne e gli uomini che si sono incontrate a Roma per dare vita alla Sinistra democratica hanno un punto in comune. Guardano alla politica italiana mettendosi in discussione, oltre che in cammino. Quelli che hanno lasciato i Ds al congresso di Firenze, poiché non vi è atto più forte e profondo come separarsi dopo una pratica politica condivisa a lungo nel tempo, nelle idee, nella comunanza di valori e di esperienze. E quelli che tornano a fare politica, dopo essersene allontanati delusi, talvolta anche dall’esercizio democratico del voto, non solo dalla sede di questo o quel partito. Ci mettiamo tutti e ciascuno in discussione. Se lo facciamo è perché sentiamo che la sfida contro il rischio di declino dell’Italia di oggi e di domani non si gioca sui tavoli delle leadership, dei partiti contenitori, dei valori dalle geometrie equidistanti, della pura democrazia deliberativa, quella che si esaurisce nella delega per mezzo di una scheda elettorale ogni cinque anni. Abbiamo invece bisogno di una politica moderna perchè radicata, partecipata, che coltiva una memoria e costruisce una coscienza, forma delle idee. E nessuna politica - se la guardiamo dal coté di sinistra – sfugge alla questione della sua identità oggi, qui ed ora, di quali siano i suoi valori fondativi, di quale sia la sua reale rappresentanza del mondo del lavoro, di quale lingua parli in Europa e nel mondo, dunque della sua collocazione internazionale. Per amministrare una società - ci dice un importante scrittore italiano dei nostri giorni - ci vuole un onesto senso civico e un intelligente spirito di servizio. Ma per decidere che tipo di società si vuole c’è bisogno di una cultura, di una visione del passato e del futuro, un’idea della vita pubblica e privata, dei doveri e dei diritti. Forse proprio qui sta la vera differenza tra i due capitoli che oggi si aprono nella politica italiana, quello del partito democratico e quello di un movimento come il nostro che si propone di lavorare dentro la sinistra nel duplice segno dell’unità e dell’autonomia. Non c’è nessun PSIUP da rifare, né c’è d’aspettare il tempo necessario a Mussi per fare la rivoluzione, come intona Reichlin in un recente articolo su L’Unità con un lessico che mette da parte il suo consueto stile. Non so se Mussi avrà voglia di giocare prossimamente a fare la rivoluzione, quel che è certo è che fin qui il Partito democratico si gioca sulla sfida tra leader e coordinatori, Qualcosa al tempo stesso, caro Alfredo, di più facile ma anche di più difficile che di una vera rivoluzione. Si può avere un’opinione contrapposta sul merito, ma lo stile di Mussi a Firenze è quello racchiuso nell’ultima riga del suo discorso: “l’impresa è difficile, ma si aprono due fasi costituenti, sarebbe bello un doppio successo”. Verrebbe da chiedere a Reichlin d’indicarci quale altra dolorosa separazione politica del passato sia avvenuta in questo modo, capace di tenere insieme un auspicio valido per la nostra gente, per il governo del paese e con esso un programma di lavoro fondato su un’altra e diversa prospettiva politica. E’ un cammino lungo quello che oggi inizia, bisogna saperlo. Perché la metafora della casa di cui parla giustamente Macaluso richiama quella delle fondamenta su cui può essere edificata e reggersi, senza possibili scorciatoie. E’ fuori di dubbio che ogni percorso della politica sia fatto di tappe intermedie e di approdi tattici. Di tempi che spesso si impongono con la loro propria accelerazione. Ma la qualità dell’impresa che inizia non potrà essere segnata solo da questo. E’ proprio questo, infatti, che abbiamo rimproverato al processo di avvio del partito democratico. E’ un bene richiamare, come giustamente talvolta viene fatto, Epinay. C’è più di una similitudine politica con l’operazione mitterandiana di trent’anni fa. Un grande paese a rischio di declino nel cuore d’Europa, una sinistra in parte divisa in parte dispersa. Ma una sfida che appariva improbabile ha avuto successo e quella sfida Mitterandt ha saputo giocarla e vincerla attorno a due precise parole-chiave. Socialismo ed Europa. Ha avuto bisogno di tempo, ha costruito nell’unità, ha lavorato nell’autonomia non solo organizzativa e riaggregativa, ma prima di tutto politica e culturale. E la sinistra è rinata. Qualcosa di simile va fatto oggi in Italia e il nostro metterci in discussione muove da qui. Con chi? Come? Contro chi? Chiede ancora Reichlin, dichiarando di non capire perché sosteniamo che il Partito democratico si profila come partito moderato. Per noi potrebbe rispondere – e ha già risposto infatti – il Manifesto dei valori con la sua equidistanza politica tra lavoro e impresa. Ci sarà pure un punto dello spazio che segna il discrimine tra sinistra e moderatismo, o soltanto in Italia questo punto sfuma sempre più nel vago fino a scomparire?Né può bastare a garanzia del fatto di stare di qua da quel punto piuttosto che di là, la pur ammirevole azione del nostro ministro degli Esteri, se siamo convinti che le giuste e buone azioni dei ministri giovano alla causa dei governi di cui fanno parte e al paese che servono, ma che la costruzione di un partito politico è un’altra e diversa cosa, se non altro per il fatto di non contemperare un uomo solo al comando. Dunque questo punto esiste e anzi si presenta in una più che moderna versione tridimensionale. La rappresentanza sociale e politica del lavoro. L’idea di laicità, delle libertà e dei diritti su cui si fonda con ogni politica lo Stato moderno e contemporaneo. Il campo politico europeo che altro non può essere che quello del socialismo. La casa entro cui si lavora per unire la sinistra ha di solido queste fondamenta portanti. Certo che poi tante forme possono esistere, determinarsi, affermarsi nel corso reale e concreto di un processo che deve saper aggregare ed estendersi, essere popolare ed ambizioso, dentro e non fuori ma neppure succube dei tempi dettati dall’agire politico, dalle scadenze elettorali, da quei passaggi insomma che segnano l’andare avanti o meno di un progetto politico. Ma quel progetto o ha nel suo inizio una qualità nuova della politica o, come progetto, non esiste. Gradualità e tempi giusti, allora. Il 5 maggio è stato un buon inizio.

di GIANNI ZAGATO

sabato 5 maggio 2007

Nasce oggi Sinistra democratica

Nasce oggi “Sinistra democratica per il socialismo europeo”, il movimento politico targato Mussi-Angius-Salvi. L’appuntamento è per oggi pomeriggio al Palazzo dei Congressi dell’Eur, a Roma. Sono attese tra le quattro e le cinquemila persone da tutta Italia. Aprirà i lavori Mussi, mentre le conclusioni saranno affidate a Giovanni Berlinguer. Sul palco si alterneranno i protagonisti del nuovo movimento e prenderanno la parola anche diversi intellettuali. Interverrà Massimo Salvadori ma ci saranno anche Paolo Leon, Mario Morcellini, Giacomo Marramao, Michele Prospero, Luciano Gallino, Stefano Rodotà, Carlo Flamigni. È certo che nelle prime file ci saranno il leader dello Sdi Enrico Boselli, il segretario di Rifondazione comunista Franco Giordano, quello del Pdci Oliviero Diliberto. Non ci sarà Alfonso Pecoraro Scanio, impegnato in una kermesse del partito a Genova, ma i Verdi saranno comunque presenti con una loro delegazione. Non mancherà la Fiom e diversi delegati sindacali, mentre a fare da anello di congiunzione tra il “vecchio” e il “nuovo” ci penseranno Aldo Tortorella, Achille Occhetto, Armando Cossutta.

Questa volta l’unità della sinistra si può fare davvero

Caro direttore,
vorrei, dalle pagine dell’Unità, rivolgere un saluto e una serie di considerazioni alle compagne e ai compagni della Sinistra Democratica che oggi si riuniscono al Palaeur, con i quali ho condiviso tanta parte delle battaglie degli ultimi anni e sono sicuro condividerò anche tanti prossimi impegni. Proprio di questo voglio parlare. Credo che la scelta di uscire dai Ds per dare vita ad un movimento autonomo che si considera transitorio e si pone esplicitamente l’obiettivo di unire la sinistra sia una scelta felice e utile a tutti noi.
Credo anche che occorra accelerare sul terreno dell’unità. Avverto il peso e la responsabilità che i dirigenti della sinistra hanno nei confronti degli elettori, dei lavoratori, dei giovani precari, di tutti coloro che vogliamo rappresentare. Non dobbiamo sprecare questa occasione.
Alcuni passi, importanti, sono stati fatti o si stanno compiendo: penso soprattutto all’iniziativa di coordinare i gruppi parlamentari, tanto in Italia quanto in Europa. Noi, nell’assemblea di Uniti a Sinistra a cui ha partecipato anche Fabio Mussi, abbiamo proposto un ulteriore passo avanti: la riunione di una assemblea di tutti gli eletti della sinistra nel parlamento che strutturi il coordinamento e gli dia una base democratica. Un’assemblea che torni a riunirsi spesso per affrontare i temi dell’agenda politica e di governo, a partire dai «dossier» aperti (penso alle pensioni, al «tesoretto», alla politica internazionale). Una «massa critica» parlamentare in grado di influenzare l’azione di governo. Parimenti, a livello regionale e locale, analoghi coordinamenti e assemblee dovrebbero realizzarsi ovunque. Voglio dirlo esplicitamente: qualcosa che prefiguri la nuova forza politica che dobbiamo costruire.
In secondo luogo, credo sia necessario sin d’ora stringere un «patto d’onore» di fronte ai nostri elettori: alle prossime elezioni di carattere generale e, perché no, anche nelle elezioni amministrative del prossimo anno, la sinistra dovrà presentarsi unita, in un’unica lista, alleata con il partito democratico ma anche concorrente con esso. Questo patto credo possa essere un segnale di impegno e di serietà verso il nostro popolo.
Infine, ma non per ultimo, anzi per prima cosa, occorre mettere in piedi il «cantiere» della sinistra, magari attraverso una grande assemblea nel prossimo autunno che si configuri come dei veri «stati generali» della sinistra ai quali convocare non solo i partiti ma anche i tantissimi movimenti e associazioni territoriali e nazionali in cui tanta parte della militanza politico-sociale oramai si esprime.
Oggi nasce Sinistra Democratica. L’11 Uniti a sinistra, Ars e Rossoverdi si uniranno in un movimento per l’unità della sinistra. In giugno nascerà la Sinistra europea in Italia. I Verdi a Genova discutono di un terreno unitario a sinistra. Dal congresso del Pdci arrivano forti segnali nella stessa direzione. Sappiamo tutti, voi più grandi e noi più piccoli, di essere parziali e transeunti. Ognuno importante per l’esperienza che porta, ma parte di un progetto più ampio. Questa consapevolezza unita al senso di responsabilità verso i nostri militanti ed elettori, mi auguro possa essere il viatico per dare al Paese, non a noi, ma al Paese, ai lavoratori, alle giovani generazioni, una «sinistra senza aggettivi», ma con un sostantivo impegnativo: il nuovo socialismo. Anche per questo occorre non anteporre all’obiettivo dell’unità le nostre appartenenze internazionali, le nostre bandiere parziali, consapevoli che anch’esse sono in via di ridefinizione, tant’è che proprio dai gruppi europei arriva un segnale di unità tra le componenti della sinistra, ovunque collocate. Può nascere così un incontro tra famiglie diverse ma affini che noi, dall’Italia, dobbiamo avere l’ambizione di favorire. Stavolta l’unità della sinistra si deve fare. Abbiamo il dovere di essere all’altezza della sfida.

di PIETRO FOLENA da l'Unità del 05-05-07

venerdì 4 maggio 2007

Il leader Sdi: "Due costituenti, la nostra e quella della estrema sinistra: non si può aprire un unico cantiere."

I socialisti nel cantiere della Cosa rossa?
«No. Le costituenti sono due. Quella nostra, e quella della sinistra estrema. Non si può aprire un unico cantiere». Enrico Boselli, alla vigilia del parlamentino dello Sdi che oggi scioglie gli ultimi dubbi, anticipa il no alle avances di Diliberto e Bertinotti, e tende la mano a Mussi e Angius: «Hanno abbandonato la nave del Pd in nome del socialismo europeo, che è esattamente la nostra ragione sociale».
Onorevole Boselli, sta chiedendo a Mussi di scegliere, o voi o Bertinotti?
«L´avevo già detto al nostro congresso di Fiuggi: non è che si può stare tutti insieme solo in quanto anti-Partito democratico. I progetti in campo restano due».
La Cosa rossa aspira a riunificarsi in una sinistra senza aggettivi, né comunista né socialista. Non è un passo avanti?
«Intendiamoci. Guardo con grande rispetto al processo che si è aperto, Bertinotti ha avviato una riflessione seria. Ma il suo orizzonte si chiama Sinistra Europea. Il nostro è una forza politica profondamente radicata nel socialismo europeo, laica e riformista».
Però avete già indicato il nome della costituente: Psi.
«Il glorioso nome del 1893, non quello del 1993. Del grande partito nato a Reggio Emilia, non di quello di cento anni dopo. Nessuna nostalgia».
Ma a Fiuggi sono tornati anche De Michelis e Formica, oltre a Bobo Craxi.
«Finalmente abbiamo chiuso la diaspora, ed è positivo, ma il nostro cantiere sarà largo, non riguarda solo chi ha militato nel Psi e nel Psdi. Penso per esempio ad alcune personalità che hanno rotto con i Ds, come Caldarola, Turci, Macaluso. Ai laici della Margherita. Ai radicali. E al movimento di Mussi e Angius».
Che però sembrano intenzionati ad un coordinamento dei gruppi parlamentari con Prc e Pdci.
«Vedremo. Con Mussi e Angius ci siamo ritrovati sulla stessa lunghezza d´onda, che sta alla base del loro addio al Pd: senza il socialismo europeo, hanno detto, in questa operazione non ci stiamo. Ecco il punto che ci unisce, che ci fa incontrare».
Basterà la bandiera del Pse per mettere su politicamente casa insieme?
«Ci sono altri punti importanti di sintonia, come la difesa della laicità, della scuola pubblica. La prima occasione di confronto sarà per il 12 maggio prossimo, in piazza Navona, alla manifestazione che insieme ai radicali promuoviamo per ricordare la grande vittoria del divorzio nel ‘74».
Una contro-manifestazione rispetto al Family-day dei cattolici.
«Ma io spero che anche in piazza Navona vi siano molti cattolici, è una manifestazione di tutti. A San Giovanni, come ha sinceramente ammesso Pezzotta, andrà in scena invece un raduno contro un progetto di legge del governo, i Dico. Il clima della vigilia è sconcertante. Con l´attacco a Rivera, l´Osservatore romano vuole esasperare lo scontro o far censura preventiva».
Tornando ai cantieri, tanti "lavori in corso" non rischiano di far ballare il governo?
«Il rischio per il governo ha un solo nome: legge elettorale. Ds e Margherita credono di scaricare i problemi interni di concorrenza sui piccoli partiti, cancellandoli con un tratto di penna».
Si illudono?
«Lo voglio ricordare al senatore Latorre, che avverte i piccoli spiegando che "100 mila voti non possono condizionarne 10 milioni". Socialisti e radicali, al centrosinistra, hanno portato un milione di voti. Che diventano molti milioni insieme agli altri "cespugli". Li dobbiamo buttar via?».

di UMBERTO ROSSO da La Repubblica del 04-05-07

Una costituente di sinistra

Sinistra: un altro terremoto, una nuova geografia, una diversa grammatica. Dal Movimento della Sinistra Democratica (il Correntone ex-Ds) al "Cantiere" proposto da Fausto Bertinotti.
Ne hanno parlato a "Otto e Mezzo" in onda su LA7 Oliviero Diliberto, segretario del Partito dei Comunisti italiani, Franco Giordano, segretario di Rifondazione comunista e Gavino Angius, vicepresidente del Senato, che nei giorni scorsi ha lasciato i Ds.
Diliberto stesso proprio nei giorni scorsi al congresso dei Comunisti italiani svoltosi a Rimini, ha lanciato la proposta di una unione delle sinistre che non si riconoscono nel Partito Democratico in un momento in cui anche Franco Giordano parla di un nuovo soggetto politico a sinistra del Partito Democratico.

giovedì 3 maggio 2007

Ho fatto un incubo, anzi un sogno

Ho fatto un incubo. Ho sognato di ritrovarmi un giorno senza il mio partito; sì proprio quello per cui ho sempre votato, anche se ha cambiato tante volte nome e simbolo. Nell'incubo però questa volta non era come tutte le altre volte: non solo si cambiava nome e simbolo, ma proprio ci si scioglieva, e si faceva un altro partito. E tanto per peggiorare le cose, addirittura questo nuovo partito non era più un partito di sinistra, socialista, ma un'altra cosa. Con il simbolo, il nome, la nostra storia, il briciolo di identità che ci era rimasta, sparivano anche le sezioni, i luoghi dove incontraci, tante compagne e compagni con cui, seppure su posizioni diverse, pure avevo fatto un pezzo di strada.
Ma poi durante il sogno mi rendevo conto che con tutte queste cose, erano sparite anche altre. Era sparito, ad esempio, un arrivismo esasperato e talvolta amorale, un correntismo personalistico e accaparratore. Erano spariti i "capi bastone" - come si dice con eleganza nella mia amata Campania - che elargivano favori e contavano voti e tessere. Erano sparite le ultime e indecenti liste elettorali. Erano sparite le spartizioni dei posti nei consigli di amministrazione senza nessuna cura delle competenze e senza nessuna trasparenza. Erano sparire le riunioni convocate alle 17,00 del pomeriggio, iniziate puntualmente alle 22,00 e finite con votazioni improbabili alle 4 del mattino. Ma erano finte anche le riunioni di area convocate alle 11,00 del mattino, come se tutti lavorassimo negli assessorati... Erano finite le liturgie di partito, vuote, il vocabolario logoro di politichese, in cui non si dicono mai le cose vere, la guerra tra compagni/e. Non c'erano più dirigenti arroganti che arrivano tardi, parlano troppo e, ovviamente, se ne vanno senza ascoltare, e con loro se ne erano anche andati quelli che hanno sempre l'ultima parola, ai quali non puoi mai dire nulla, perché sono loro che debbono dire tutto a te. Non c'erano più i professionisti della politica, quelli candidati a vita, quelli che non mollano mai la presa, quelli che bisogna sempre sistemare in un modo o nell'altro. Ovviamente erano spariti i signori delle tessere e quelli che non riesci neppure più a parlargli non appena hanno una briciola di potere (vi ricordate i numeri di cellulare cambiati appena finita la campagna elettorale? Candidati/e disponibili, eletti/assessori/e ecc. irreperibili, secondo copione). Insomma era un incubo o un sogno?
La verità è che non basta uscire dai Ds perché gli incubi si trasformino in sogni; per questo occorre avere il coraggio dell'autocritica, di guardare in faccia ai limiti che hanno investito anche la nostra area. D'altronde stare in un partito come i Ds non poteva essere senza conseguenze anche per chi come noi ha tentato di esserci in maniera diversa, critica. Se, come credo, Fulvia Bandoli ha ragione quando dice che il Pd sarà difficilmente un partito partecipato, essendo la somma di partiti come i Ds e la Margherita che non lo sono affatto, mi chiedo cosa abbia significato per noi della/e sinistra/e Ds stare dentro quel partito. Che prezzi abbiamo pagato, non solo in termini di emarginazione e scarsa considerazione, ma soprattutto in termini di identità, di qualità del nostro personale politico, delle modalità di azione e pratica politica?
Mi piacerebbe che ci chiedessimo, e ancora di più che lo chiedessimo a chi se ne andato dalla nostra area e dal partito in tutti questi anni e a chi è rimasto, cosa c'era che non funzionava, dove sembravano troppo uguali e molto poco diversi dalla maggioranza del partito. Personalmente ho condiviso la storia della sinistra Ds fin dall'origine e ho sempre creduto che questa identità fosse più forte di quella stessa del partito; ho sempre sentito l'esigenza di specificare la mia militanza, che era sì nei Ds, ma in particolare in quella parte dei Ds nella quale mi sentivo a casa. Questo non vuol dire, tuttavia, che non abbia avvertito spesso il disagio di pratiche politiche che mi lasciavano insoddisfatto.
L'occasione della fine dei Ds mi pare che apra tra le tante anche quest'occasione: la possibilità insomma di trasformare l'incubo di ritrovarsi senza partito nel sogno di un partito nuovo, che vada ben oltre il rimpianto per quello che abbiamo perduto (lasciatemelo dire, non è che fosse granchè).
Certo dovremo discutere della collocazione internazionale della nuova formazione politica, dell'attualità del socialismo, della federazione o del partito unico, del rapporto tra identità diverse e unità, dovremo smontare retoriche stolte che contrappongono riformisti e radicali; certo dovremo discutere di leadership, di peso elettorale, di organizzazione dei gruppi parlamentari, regionali ecc..
Insomma so che ci sono tante questioni serie e importanti. Tuttavia, con un po' di timidezza e con la mia congenita ingenuità, mi piacerebbe suggerire che tutti insieme discutessimo anche di cose più piccole, quotidiane. Di come si organizzerà la vita della nostra nuova forza politica, come si prenderanno decisioni, come avverrà finalmente una vera partecipazione, come conteranno le/i militanti, come concilieremo la valorizzazione di chi ha maturato grande esperienza nelle istituzioni con la promozione di nuove/i compagne/i. Di come, concretamente, faremo diventare centrale la questione morale. Mi piacerebbe che il nuovo partito al quale lavoriamo si ponesse il problema della sostenibilità della politica, ovvero che proponesse pratiche politiche sostenibili per chi non sia un politico a tempo pieno (non mi fraintendete, non ho nulla contro chi ha la fortuna di fare politica a tempo pieno e il mio non è affatto il solito panegirico della società presunta civile), che valorizzi le competenze, che coinvolga tante e tanti più che garantire pochi, che non si riduca a lotte tra bande, spesso chiamate con i cognomi di compagni, che non perda le caratteristiche di una grande avventura umana tra donne e uomini che condividono gli stessi sogni.
Davvero un brutto incubo può trasformarsi in un bel sogno.

di MARCO ARMIERO da AprileOnline

mercoledì 2 maggio 2007

Per una sinistra unita e plurale

Cosa deve fare la sinistra per definirsi tale?
Il bisogno di una sinistra nuova che sappia riconoscere e attivare la ricchezza e la varietà di culture e storie politiche individuali e collettive, di donne e uomini, di realtà organizzate partiti e movimenti, non nasce certo adesso ma è almeno l'eredità degli ultimi trent'anni del Novecento. Oggi però con maggiore urgenza moltissimi cittadine e cittadini sentono il bisogno di innescare un processo che, ricomponendo e rifondando l'attuale sinistra frantumata e divisa, inizi a proporre quelle risposte alle grandi questioni aperte del nostro tempo, in base alle quali si possa identificare una sinistra del ventunesimo secolo.
Quasi un anno fa - il 5 giugno 2006 con l'assemblea del Fuligno - in un gruppo di persone a Firenze, provenienti da esperienze e lotte molto diverse: nei partiti (DS, Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani), nel sindacato, nella società civile, nei comitati per la difesa del territorio, abbiamo dato vita al percorso "X la sinistra dell'Unione". Nello sviluppo dell'attività e della coesione a sinistra, così da caratterizzare l'Unione tutta e sostenere la realizzazione del programma, vedevamo la strada giusta per sconfiggere il berlusconismo nel paese. Ci siamo impegnati su contenuti precisi, come la legge regionale sulla partecipazione, e i risultati sono stati sorprendenti: invece di constatare tristemente quello che ci divide (vecchia prassi della sinistra italiana), abbiamo trovato molti punti in comune, un rispetto reciproco, la voglia e l'entusiasmo di lavorare insieme.
Di fronte alle difficoltà del Governo nazionale dell'Unione registrate nelle ultime settimane, al profondo modificarsi del quadro politico in direzione del nascente Partito Democratico e di una nuova stagione di confronto fra le forze politiche della sinistra in una prospettiva di unità, ci sembra confermata e ancora più urgente la necessità di estendere e intensificare il lavoro comune, valorizzando la nostra attività di laboratorio territoriale sperimentale della sinistra, contribuendo in prima persona a innescare un processo di collaborazione in rete e di coordinamento orizzontale e verticale, di ricerca e di elaborazione collettiva.
Sentiamo fortemente, e cerchiamo di praticare, il bisogno di una nuova visione della politica, più vicina ai cittadini, meno auto-referenziale, animata da uno spirito di collaborazione e di servizio, rivolta ad affermare la democrazia di genere e a rendere inclusivi e non competitivi i microprocessi della vita politica, con grandi aperture ai mondi del lavoro, ai giovani, ai drammatici problemi della disuguaglianza nel mondo attuale. Siamo convinti che la sinistra abbia moltissimo da offrire, in termini sia di valori sia di pratica politica, in tutti e tre gli "spazi" della politica attuale: territoriale, nazionale e globale, senza ridurne alcuno all'altro con scelte laceranti e frustranti ma di ciascuno cogliendo potenzialità, nel percorrerne e nel trasformarne i canali di comunicazione e d'interrelazione.
Non coltiviamo illusioni di scorciatoie organizzativistiche: un processo costituente della sinistra italiana non può che partire dal pieno riconoscimento della crisi della politica e della rappresentanza e da un grande lavoro collettivo che ne "elabori il lutto" creativamente, riferendosi al molto che in questi anni è cresciuto in Italia e nel mondo sul versante della democrazia partecipata e sui contenuti di un'alternativa possibile e costruita giorno per giorno.
Un così delicato e decisivo compito non può essere determinato dai soli stati maggiori di sigle, col rischio di cedere presto al ritorno di logiche identitarie e autoconservative, ma non possiamo nemmeno illuderci che anche sul fronte della società civile tutto rimanga com'è: pensiamo a un effettivo cammino partecipativo, in cui tutti e ciascuno possano uscire diversi da come sono entrati. Molteplici sono gli attori dell'impresa: i partiti, i gruppi e le associazioni variamente organizzati nei quali si è solidificato il portato dei movimenti di questi ultimi anni, ma anche le migliaia di individui consapevoli e dissenzienti, portatori di domande sensibilità culture ed esperienze che molto avrebbero da dare, se attivamente coinvolte e mobilitate. Solo così si potrà costruire quella "massa critica" in quantità e qualità che possa davvero portare a una sinistra nuova unita e plurale.