venerdì 25 maggio 2007

La sinistra nella crisi della politica

CI SONO due strade per cercare di uscire dalla crisi della politica che è sotto gli occhi di tutti. La prima, è quella di denunciare i ritardi e gli abusi della classe dirigente – tutta – lavorando per una riforma del sistema che è necessaria e urgente, ma che forse è ancora in tempo per salvare le istituzioni dal collasso e per evitare che l´antipolitica diventi il sentimento prevalente del Paese. La seconda, è quella di puntare direttamente sul collasso del sistema, vellicando l´antipolitica per arrivare se non a una seconda ribellione popolare in quindici anni almeno a una delegittimazione dei poteri costituiti: in modo da aprire la strada agli "ereditieri", quel pezzo di classe dirigente che non sa fare establishment ma sa proteggere molto bene la sua dubbia imprenditorialità e la sua scarsa responsabilità, sperando addirittura di ereditare il Paese. Come se in una democrazia, anche malata, la cosa pubblica fosse scalabile al pari di un´azienda in crisi, trasferendo in politica il network italiano delle scatole cinesi che consente di comandare senza essersi guadagnati il comando, senza aver costruito o almeno riammodernato qualcosa – come un partito, un movimento, un sistema culturale – che parla ai cittadini e raccoglie il loro consenso semplicemente perché "poggia su una intuizione del mondo". Bisogna dire che i partiti e i loro leader fanno di tutto per deludere chi crede nella prima strada, e aiutano chi punta sulla seconda. Solo la cecità e la sordità italiana consentono di dire che l´allarme nasce oggi, all´improvviso. In realtà, prima di Natale il Presidente della Repubblica Napolitano (destinato ad avere un ruolo come quello di Pertini, denunciando la crisi del mondo da cui proviene) aveva parlato chiaro e forte, lanciando un vero e proprio allarme per la "tenuta" della democrazia, lamentando il "distacco" tra politica, istituzioni e cittadini, ammonendo tutte le parti politiche, perché nessuna si illudesse di "trarne vantaggio". Cosa ci voleva di più? Siamo da almeno cinque mesi davanti al rischio conclamato di una regressione democratica, con lo Stato che ritorna Palazzo, separato, trent´anni dopo. È chiaro che la sinistra, guidando il governo e il Paese, ha le responsabilità maggiori di questo disincanto democratico, ed è naturale che ne subisca le conseguenze maggiori, in termini di consenso. Ma è altrettanto chiaro – e ripeto quel che ho scritto altre volte – che c´è qualcosa di più generale, di sistemico, che sta intaccando le istituzioni e corrode lo stesso discorso pubblico senza distinzioni, perché salta ogni intermediazione riconosciuta e accettata, sia di tipo organizzativo che di tipo culturale, dunque è la doppia anima della politica che viene colpita. Tutta la politica. Quando il sistema dei partiti fa lievitare in modo indecente i costi della politica e si trasforma in "classe" privilegiata, autoprotetta e onnipotente, controllando gli accessi, premiando l´appartenenza, puntando sulla cooptazione dei fedeli e dei simili, lottizzando ogni spazio pubblico con l´umiliazione del merito, corrodendo così la stessa efficienza della macchina statale, allora diventa impossibile fare distinzioni tra destra e sinistra. Quando a tutto questo si aggiunge da un lato l´esercizio disinvolto e automatico del denaro pubblico per mantenere e far crescere questo sistema autoreferenziale e dall´altro lato l´esibizione pubblica dei privilegi, diventa difficile non parlare di "ceto separato", un tutt´uno dove le differenze culturali e politiche che – per fortuna – dividono e connotano i due schieramenti di destra e sinistra finiscono per essere travolti dal sentimento indistinto di rifiuto e di lontananza che cresce tra i cittadini. Naturalmente l´anima originaria di Berlusconi, il suo istinto mimetico del senso comune dominante e il carattere della destra italiana possono portarlo a fingere di interpretare il risentimento democratico come una sua possibile politica, perché in realtà l´antipolitica è una forma primaria di espressione del populismo, che se ne giova mentre la nutre. La sinistra, semplicemente, non può. Questo sentimento di progressiva perdita della cittadinanza – perché di questo si tratta – la colpisce al cuore, distrugge il canale di dialogo e di incontro con la sua gente perché fa venir meno una piattaforma identitaria comune, ogni appartenenza sicura, qualsiasi cultura di riferimento: come se con l´agibilità dello spazio politico pubblico venisse a mancare un territorio in cui muoversi da cittadini consapevoli dell´ambito di libertà nostro e altrui, del portato di storia e di tradizione che ci definisce, dei nostri diritti e dei nostri doveri. In questo senso, è drammatico il vuoto di ogni proposta di cambiamento nel costume e nel metodo politico (la rinuncia alla lottizzazione, la riduzione drastica del numero dei ministri, il rifiuto dei privilegi, la riorganizzazione del tempo di lavoro del parlamento) da parte del centrosinistra tornato al governo, dopo il quinquennio berlusconiano. La sinistra radicale, mentre vuole cambiare il mondo vuole intanto cambiare anche il cda delle Ferrovie, per avere un posto. La sinistra riformista, non vede la riforma più urgente: e che credito riformatore può avere – si è chiesto qui Adriano Sofri – una politica che non mostri di saper riformare se stessa? Un ritardo reso tragico dal paragone con i tempi del nuovo presidente francese Sarkozy, che in due giorni ha fatto il governo, lo ha ridotto ai minimi termini, lo ha rinnovato per metà con ministri-donna. Un ritardo reso amaro dall´abbandono di Blair, che lascia il governo inglese all´età in cui da noi normalmente vi ci si affaccia e lo fa nella convinzione di poter avere una "second life" altrettanto piena e soddisfacente, cancellando lo stereotipo della politica non come professione, ma addirittura come vitalizio. Sia in Francia che in Gran Bretagna, nei discorsi di addio e di investitura la retorica dei leader usa la coppia concettuale formata da "io" e "voi", due parole che trasmettono molto semplicemente l´idea del vincolo di mandato e anche l´idea del vecchio partito come animale politico vivo e vitale, soggetto politico obbligatorio di riferimento, anche per leader carismatici e decisionisti. Da noi, i partiti sono nati tutti mercoledì scorso, non hanno storia, tradizione, valori consolidati, una cultura di riferimento: tutte quelle cose che fanno muovere e garrire le bandiere, che infatti non ci sono, o restano ammosciate. Anche qui, ancora una volta, la nuova destra berlusconiana prende a prestito i valori e i precetti nel deposito di tradizione millenaria della Chiesa, mentre riempie il vuoto culturale con un carisma vagamente paganeggiante e idolatrico che finge di restituire la politica ai cittadini trasformati in folla mostrando il corpo mistico del leader: mentre in realtà sottrae loro ogni partecipazione reale e per sempre, ipotizzando addirittura una successione in forma dinastica, capricciosa e incontrollabile, comunque autocratica. Ma la sinistra, quanto può resistere sul mercato politico senza una rifondazione di pensiero, senza idee-forti che diano sostanza alla sua politica, la pre-determinino, e parlino della vita e della morte, dei grandi temi, al cittadino? La parte radicale ha ancora il comunismo nelle sue bandiere, e finché dura quel simbolo sconfitto dalla tragedia che ha suscitato, ogni altra idea non è accostabile. I Ds sembrano credere che diventare riformisti significhi annacquare ogni mattina la propria identità nel mare turbolento del senso comune altrui. Come se gli strumenti propri di una sinistra riformatrice, serena e radicale insieme, non fossero oggi probabilmente i più adatti a governare le contraddizioni della fase: basterebbe saperlo, e usarli, a partire dalla laicità. Davanti a questi ritardi conclamati, al camaleontismo della destra, alle cifre del disincanto svelate da Ilvo Diamanti, la sinistra ha tuttavia una carta, che è il Partito democratico. Può banalizzarla, come sta facendo, giocandola tutta dentro il mondo chiuso degli apparati, facendo di questo partito l´ultima della creature politiche del Novecento, e allora si misurerà soprattutto il ritardo, l´affanno, il costo tardivo dell´operazione. Oppure, può farne il primo soggetto diverso del nuovo secolo, per una nuova politica, contagiando la "cosa" che dovrà nascere nella sinistra radicale, e forse persino il futuro partito conservatore, a destra. Un partito, ha scritto Mario Pirani, forte perché leggero, potente in quanto disarmato: e soprattutto, scalabile, infiltrabile, contendibile. Da qui non si scappa: perché la riforma della politica parte da qui, se si vuol fare sul serio. Altrimenti, si inseguirà il fastidio popolare crescente, da gregari spaventati, sperando che non si condensi in quell´antipolitica in cui si entra tutti insieme, ma si esce soltanto a destra. Sperando in più di evitare un nuovo collasso e una nuova supplenza, anche perché non sempre il supplente si chiama Ciampi. "Benissimo il Governatore – diceva allora l´avvocato Agnelli – ma ricordiamoci che dopo di lui c´è solo un generale o un cardinale". I generali non so, ma i cardinali sarebbero anche pronti. Proviamo a dire che non è il caso, perché non ce ne sarà bisogno.

di EZIO MAURO da la Repubblica del 23/05/07

Non temo l'accusa di tradimento sarà una DC che guarda a sinistra

Marco Follini aderisce al Partito Democratico. L’ex segretario dell’Udc lo definisce un "passaggio" obbligato, perché l’idea del centro può sopravvivere solo nel nuovo soggetto. Che "assomiglierà ad una Dc che guarda più sinistra".

Quindi è ufficiale ?
"Sì, ci sono anche io nel Partito Democratico".

Perché?
"Siamo dentro un cambiamento. C’è un’accelerazione della crisi della politica e noi dobbiamo accelerare sulle risposte da dare a questa crisi. Il Partito Democratico è una risposta convincente".

Qualcuno potrebbe chiedere: ma lei che c’entra con il Pd?
"Guardi, il centrosinistra sta cercando una nuova identità, non può rimanere alle identità tradizionali. Non per niente è un progetto che solleva più di una perplessità a sinistra e suscita qualche attenzione in più al centro".

Vuole dire che sarà un partito di centro?
"Non perdiamoci nelle definizioni geografiche. Certo non sarà una Forza Italia rovesciata, assomiglierà ad una Dc che guarda più a sinistra".

Come diceva De Gasperi della sua Dc.
"Lasciamo da parte il Pantheon. Il Pd è la casa comune di riformisti e moderati. E’ un partito che dovrà cercare di rompere la spirale dei particolarismi di cui tutti siamo stati vittime e anche protagonisti".

Se sarà come lo descrive lei, allora ha fatto bene la Sinistra Ds, Mussi, Angius ad andarsene.
"Non sta a me giudicare. Non voglio ingaggiare una disputa o combattere una guerra di posizione tra il centro e la sinistra. Ma è un fatto che il progetto del Pd sta cambiando in corso d’opera. Non vola sulle ali della vittoria, cammina sulle gambe della difficoltà. E questo cambia un po’ le cose".

Dovrà allontanarsi dalla sinistra radicale?
"La mia idea è che quel rapporto dovrà cambiare un po’. Non si fa un nuovo soggetto per lasciare le cose come prima. Io penso a un partito che dovrà sforzarsi di convincere più Mario Monti che il mio amico Franco Giordano"

Lei sarà un membro del comitato costituente. Quali saranno le sue priorità?
"Io vedo il Pd come un quadrilatero che si affaccia su quattro grandi priorità. Primo, modernizzazione e ricambio generazionale. Come ice Enrico Letta la politica oggi è troppo schiacciata sul presente. I cinquantenni devono liberarsi della sindrome di Carlo d’Inghilterra e chi ha meno di 40 anni va recuperato alle istituzioni perché oggi è fuori. Secondo, pacificazione con la fine dei grandi conflitti della Prima Repubblica. Terzo, pluralismo. Occorre che i partiti ritrovino al civiltà democratica che hanno perso. Oggi sono delle caste chiuse o delle casbah vocianti. Quarto la meritocrazia. Bisogna riconoscere che nell’Italia di oggi il merito viene perfino prima del bisogno".

E’ sicuro che ne nuovo soggetto potranno davvero convivere laici e cattolici?
"Lo vedo come il punto in cui avverranno tante ricuciture e come un antidoto allo scontro di civiltà, anche quello di casa nostra. C’è posto per tutti. Quelli che hanno partecipato al Family Day e quelli che battono sul tasto laicista nelle istituzioni".

A proposito di Family Day, da ex democristiano sarà redarguito dalle gerarchie ecclesiastiche.
"No. Un dirigente politico deve comunque mettere nel conto le critiche. Pero’ insisto: mi ostino a non vedere una guerra tra guelfi e ghibellini".

Lei è stato eletto nelle liste del centrodestra, è stato nel governo Berlusconi. Non teme di essere accusato di tradimento?
"Mi è stata già scagliata addosso quando ho votato al fiducia al Senato. Ho attraversato la linea del confine e so bene che questo passaggio sconvolge gli opposti dogmatismi. Ma nel mio piccolo sento di proseguire la politica che resta mia. Continuo a coltivare il valore di una posizione centrale e mi auguro che nel Pd possa trovare accoglienza".

Qualche tempo fa disse che l’Udc, il suo ex partito, e Casini avrebbero seguito il suo esempio. Ne è ancora convinto?
"Se li ritroverò dalle mie parti, prima o poi, ne sarò contento. Se li vedrò rintanarsi nel centrodestra, ne sarò meno contento. Ma lo dico per loro".

Un progetto analogo al Pd non può essere intrapreso anche nella Cdl?
"E’ difficile che avvenga simultaneamente da una parte e dall’altra. Vedo un centrodestra molto forte nel paese ma molto debole e ripetitivo nella politica. Mi sembra un disco rotto: Berlusconi dice le cose che diceva 3-4 anni fa. Fini dice le cose che diceva 3-4- anni fa. Casini dice le cose che diceva 3-4 anni fa. Invece bisognerebbe scoprire nuove frontiere".

Qualcuno sospetta che la nascita del Pd possa essere il preludio per le larghe intese.
"Mi sembra improbabile. A quell’appuntamento, però, avremmo dovuto arrivarci prima, ora è difficile rincorrerlo".

Ora che lei è ufficialmente un militante Democratico, può anche dire chi sarà il leader del nuovo partito.
"Rivendico il diritto delle antiche scuole politiche che mettevano questa scelta alla fine dei processi politici e non all’inizio. E’ questo che fa la differenza tra una Monarchia e una Repubblica".

di CLAUDIO TITO da la Repubblica del 23/05/07

mercoledì 23 maggio 2007

Trarre il dado

E' ora e tempo anche per la sinistra trentina di trarre il dado; il nostro Rubicone è quanto ci impone la "lealtà" ai processi nazionali in atto. Come avevamo previsto, qui da noi il processo di avvio del partito democratico segna il passo per la proclamata volontà della Margherita trentina di dar luogo, a settembre, alla nascita di un partito territoriale senza aggettivi. Giorgio Tonini protesta e cerca di richiamare all'ordine Lunelli e soci, ricordando loro che, o il processo peculiare trentino si muove entro giugno, o i tempi saranno scanditi unicamente dall'agenda nazionale: a ritorno dalle ferie, a fine settembre, a detta di Tonini, saranno pronte le liste nazionali con le candidature per la costituente del PD con tanti saluti al "progetto trentino". Lunga vita quindi ai DS del Trentino, almeno fino alle provinciali 2008? Direi proprio di no, visto il precipitare della crisi politica generale che vede i partiti al punto più basso di legittimazione della loro storia. Anche in Trentino è bene dare avvio ad una associazione di tendenza, che includa iscritti e non iscritti ai DS, che dia avvio al lungo e faticoso processo di nuovo radicamento sociale di cui la sinistra ha estremo bisogno, pena la sua riduzione a fenomeno del tutto marginale nello scenario alpino. Una sinistra trentina degna di questo nome, aperta a tutti i contributi (salutiamo con favore il ritorno di Bertinotti allo spirito riformatore di Lelio Basso) deve partire come abbiamo convenuto tutti dai reali problemi di questa comunità alpina: sviluppo ecologicamente compatibile, rispetto degli usi civici, laicità della scuola, centralità e dignità del lavoro. Dobbiamo dare vita ad una sinistra trentina, europea per definizione vista la nostra collocazione geografica, che sia consapevole di dover intraprendere un cammino tutto in salita. Se procederemo con il passo fermo del montanaro (lontano per definizione dai circuiti massmediatici e dai salotti televisivi) i risultati arriveranno, a riprova che le valli e le città alpine, ora come cent'anni addietro, possono ancora trovarsi alla testa dei processi di crescita civile e non in coda, come ci appaiono purtroppo nel tempo presente.

di VINCENZO CALI'

E Bertinotti cancella il comunismo dalla sua rivista

Bertinotti si accomiata dalla parola «comunismo», l'abbandona, non la cita più, e la sostituisce con «socialismo», definito «il possibile approdo» della sinistra alternativa. Per ora la svolta sta nelle bozze della sua rivista, Alternative per il socialismo, ma è chiaro che l'orizzonte è più ambizioso, che prima o poi a parlare non sarà più il «direttore» Bertinotti, ma il leader storico di Rifondazione. Solo che per arrivare al «possibile approdo» non vuole usare scorciatoie, «è necessaria un'operazione culturale che stia distante dalla quotidianità politica», ha spiegato il presidente della Camera alla sua redazione: «Altrimenti già lo vedo lo scontro tra apparati, la diatriba sugli organismi dirigenti... No, il progetto farebbe la fine del Partito democratico». Se Bertinotti ha deciso di fare il primo «strappo» attraverso le pagine del suo bimestrale, è perché vuole preparare il gruppo dirigente al distacco da una simbologia che costringe l'area radicale in un recinto angusto. Solo così potrà sfidare il futuro Pd, «ambire anche a superarlo nei consensi». Mentre progetta l'«Epinay» della sinistra alternativa, racconta di quando «poco più che ventenne fui chiamato a scrivere un pezzo sull'unità sindacale per la rivista di Lelio Basso, Problemi del socialismo». Non a caso il nome del nuovo periodico — che uscirà il primo giugno da Editori Riuniti — incrocia da una parte l'esperienza di Alternative, foglio culturale del Prc, e dall'altra richiama lo storico giornale di uno dei fondatori del Psiup. Parla del futuro usando insegnamenti del passato: «Noi siamo per il socialismo di sinistra, non saremo mai socialisti di sinistra». Ragiona sulla «crisi contemporanea della politica italiana» e la misura accostandola alla Francia, «perché la sera in cui ha vinto Nicolas Sarkozy, vedendo le immagini di place de la Concorde in tv, mi è venuta la pelle d'oca»: «Avete notato il suo gesto, la mano tesa a quella parte del Paese che non l'aveva votato e che era stata quindi sconfitta? Lì c'era il senso dello Stato». E certo nessuno a sinistra potrà dubitare di Bertinotti, «però ci sarà un motivo se Max Gallo è rimasto affascinato da Sarkozy». Insomma, in Francia c'è stata una rivoluzione, a destra. Lui vorrebbe farne una in Italia, a sinistra. Comincia con carta e penna, scrive dell'Europa sfruttandola come metafora. È vero, il presidente della Camera si sofferma sul «vuoto politico» nel Vecchio Continente, ma la sovrapposizione con i problemi nazionali è evidente. Accenna ai «conflitti di sistema», e scorge i limiti della rivolta nel 2005 delle banlieues francesi, «perché questo genere di proteste blocca la capacità degli oppressi di organizzarsi». Poi però, quando nella critica al capitalismo attacca «le classi dirigenti e gli economisti» che «badano solo alla crescita del Pil», si scorge un riferimento alla polemica italiana sul tesoretto, che sta dilaniando il centrosinistra. Come non bastasse, sostenendo che «la sfida radicale su lavoro e diritti sociali riguarda direttamente la politica e non solo il sindacato», Bertinotti avvisa che «per entrambi è in causa la loro stessa esistenza». Ed ecco che il caso italiano prende il sopravvento, sta nel passaggio in cui il «direttore» descrive l'avvento di «tentazioni neopopuliste», i processi di «spettacolarizzazione e personalizzazione» che «marginalizzano i partiti o li riducono a mero ruolo di supporto», mentre «avanza la centralità dei governi». Aveva promesso che sarebbe stato «per nulla ortodosso», e infatti non scarica solo sulla destra la responsabilità dell'antipolitica: «Anche a sinistra si manifesta una crescente propensione a mutarsi in antipolitica». Bertinotti non la demonizza però, dice che «vista la profondità della crisi, la rinascita della politica non potrà fare a meno di una certa dose di antipolitica». Ma a fronte di una «mutazione» della sinistra socialdemocratica, l'unica risposta dell'area radicale «per colmare il vuoto» sarà dare «un'adeguata organizzazione ai movimenti»: «Come sinistra alternativa in questi anni abbiamo investito nel movimento. Un'opzione che per un po' ha consentito di ridurre il vuoto della politica e forse anche il gap tra la società e la politica. Ora però l'andamento si è fatto più carsico», anche se «i movimenti non si sono esauriti». Ma questo «magma non può costituirsi in alternativa se non incontra la politica e un'adeguata organizzazione». Serve pertanto «un punto di partenza», che Bertinotti vede nel richiamo alla «questione del socialismo». Ecco lo «strappo». E sarà pure il «direttore» a scrivere, ma sembra già di sentire il discorso che verrà del leader storico del Prc. Bertinotti per ora si limita a fare i complimenti alla sua redazione: «Siamo riusciti a non citare mai Romano Prodi e Silvio Berlusconi». Se per questo, non è stato mai citato nemmeno il termine «comunismo». «Bene così, dobbiamo guardare avanti».

di FRANCESCO VERDERAMI dal Corriere della Sera del 19/05/07

martedì 22 maggio 2007

L'Italia in fuga dalla malapolitica

L´immagine del Palazzo è antica, parla di distanza, privilegi, addirittura di sopraffazione. Entra nella pubblica discussione italiana quando se ne impadronisce Pier Paolo Pasolini e la brandisce come un´arma per denunciare corruzione politica e abusi di potere, invocando per il massimo responsabile, all´epoca indicato nella Dc, un Processo. Nessuno, già allora, poteva dire "non so", ma quasi tutti si comportavano come se non sapessero.
Anzi, chi invocava "austerità" e parlava di "questione morale" veniva accusato di volere una politica triste, di cedere al moralismo, parola in Italia usata con disprezzo per affrancarsi anche dagli obblighi minimi della moralità. Era Enrico Berlinguer che lanciava quei moniti, e so bene che questo è un ricordo scomodo per chi vuole entrare nel futuro senza memoria, costruirsi un pantheon di comodo, affannarsi alla ricerca di qualsiasi legittimazione. Ma è un ricordo importante proprio perché oggi si discute del rapporto tra politica e società, tanto logorato da far temere una catastrofe. Quando Berlinguer morì, un´onda di emozione attraversò il Paese, che non era solo un fatto di sentimenti (che pure contano assai), ma che si tradusse in consenso politico nelle elezioni europee di poco successive, guadagnando al Pci uno storico sorpasso sulla Dc. Rigore, misura, onestà erano percepiti e dichiarati come valori dai quali la politica non doveva separarsi.
Dopo di allora cominciò un´altra stagione. Il realismo cinico faceva scuola, i machiavelli si compravano a un tanto al chilo, ai massimi livelli di governo si proclamava che la politica era "sangue e merda", che la tangente doveva essere legalizzata, che alla politica si doveva applicare la logica del supermercato dove, più che arrestare i ladri, si scarica sui prezzi il costo dei furbi. Sappiamo come è andata a finire. Man mano che si smagliava la rete di protezione pazientemente costruita negli anni, e i vecchi equilibri venivano spazzati via dalla caduta del Muro, cominciavano a comparire sulla ribalta giudiziaria vicende per lungo tempo tenute al riparo dall´attenzione della magistratura da un sapiente gioco di dinieghi, di autorizzazioni a procedere, e spostamenti di inchieste e processi. E fu Mani pulite.
Negli anni successivi la tesi del complotto, del colpo di Stato giudiziaria ha progressivamente preso il sopravvento. Questo è stato il vero colpo di spugna con l´oblio fatto cadere sull´abisso di corruzione pubblica e privata che era stato scoperchiato. Le responsabilità erano tutte dalla parte dei giudici e non dei politici, che hanno così potuto tornare a tessere robustissimi fili di corruzione e ritenersi legittimati da una privatizzazione senza precedenti del denaro pubblico. Alla corruzione più o meno nascosta si è così affiancato il saccheggio delle risorse dello Stato.
Ed eccoci qua a stracciarci le vesti, a scrivere libri sul costo della politica, chiedendo che si recuperino risorse tagliando qui e là, cosa sacrosanta, ma che rischierebbe d´esser un esercizio inutile se non sarà accompagnato da un recupero della risorsa sostanziale, la moralità pubblica perduta e dileggiata che è anche questione di misura, sobrietà, rispetto degli altri.
Ho visto il pomposo Chirac in una mattina di domenica invernale, scendere da una macchina accompagnata da un´unica auto di scorta e, solo, senza codazzi e turbinii di guardie di corpo, entrare nel grande anfiteatro della Sorbona per celebrare i vent´anni del Comitato nazionale di bioetica. Vedo quasi ogni giorno davanti a Sant´Andrea della Valle passare rombanti, con palette agitate e sirene spiegate, auto di piccoli potenti, impediti da tutto quel frastuono di ascoltare le maledizioni loro rivolte dalle persone che si trovano sui marciapiedi.
L´apparire sfarzoso, o solo chiassoso, sostituisce il potere declinante. La disoccupazione è lenita dagli stipendi ai consiglieri circoscrizionali. Le Camere soffrono di emarginazione, compensata da bonus aggiuntivi e riduzione dei carichi di lavoro.
Anni fa, proprio su questo giornale, suggerivo una piccola riflessione. Che cosa accadrebbe se un imprenditore, proprietario di due aziende, scoprisse che una di esse produce lo stesso numero di pezzi con metà dei dipendenti dell´altra? E´ proprio quel che accade in Parlamento, dove il Senato fa esattamente lo stesso lavoro della Camera con metà degli "addetti". Calcolavo poi che i parlamentari attivi, quelli che mandano avanti la baracca, sono poco più di un quinto dei componenti delle Camere, sicché insieme a Luigi Ferrajoli si organizzò un convegno polemicamente intitolato "Una Camera cento rappresentanti".
Detesto le logiche aziendalistiche trasferite nella politica e so bene che il Parlamento ha una funzione rappresentativa che va bene al di là della produttività legislativa. Quando però la funzione rappresentativa è sequestrata da oligarchie che si riproducono la macchina legislativa si inceppa, diviene forte il bisogno, non dirò la tentazione di tagliare senza troppi riguardi.
La riduzione del numero dei parlamentari sarebbe un segnale importantissimo, anche se non si può vivere di soli segnali. Ma sarebbe pure una misura insufficiente, se i restanti parlamentari continuassero ad essere selezionati come è avvenuto in questi anni, a venir sommersi da decreti legge, a essere prigionieri di quella macchina produttrice di corruzione istituzionale che è divenuta la legge finanziaria, a non avviare e sperimentare forme nuove di rapporto con la società.
Ma il dialogo con l´opinione pubblica, il recupero della fiducia non possono essere affidati solo ad una politica dell´immagine. E soprattutto a quel modo di intendere l´immagine di cui la politica italiana sembra ormai rassegnata prigioniera. In tutti i paesi che frequento non ho mai registrato una bulimia televisiva pari a quella italiana, una overdose di politici (non di politica, che è altra cosa) nei più disparati talk show, da quelli sportivi a quelli in cui si tirano e si prendono torte in faccia. Forse vi sono politici che, senza questo continuo apparire si sentirebbero morti. E invece è proprio un´immagine di morte, o almeno di rinuncia alla dignità quella che proiettano, essendo giustamente percepiti come una logora compagnia di giro, con le sue maschere fisse e che porta in tournée i suoi battibecchi, solo nelle apparenze e nelle parole legati ai problemi delle persone e del mondo. Il Palazzo sembra essersi tutto dissolto nei network televisivi.
Attenzione, però. Ilvo Diamanti ha opportunamente messo in guardia contro frettolosi paralleli tra le cause che portarono al collasso dei primi anni ‘90 e la situazione attuale. Ma il discredito che avvolge la politica sta rafforzando gli altri poteri, da quelli economici a quelli criminali, soprattutto per quanto riguarda la loro legittimazione sociale. E´ da lì che si attingono modelli, sono quelli i Palazzi che si vogliono frequentare.
Il sedimentarsi di questo modo di sentire produce una fuga dalla politica, rendendo ancor più difficile un vero rinnovamento della classe dirigente. Se l´entrata in quel Palazzo diventa un marchio d´infamia, un segno permanente di impurità, chi vorrà varcarne la soglia? E chi lo avrà fatto con spiriti diversi dalla pura carriera e dall´arricchimento, da quel mostruoso connubio con il denaro e la corruzione, dovrà essere additato in eterno come partecipe di una congrega che ha perduto per sempre il diritto di essere presente sulla scena pubblica? In questo modo non si favorirà chi nell´ombra dei poteri, ha coltivato una finta indipendenza?
La politica è una cosa sporca, ha sempre proclamato un perverso senso comune. Per evitare che questo si consolidi come l´unico modo di guardare alla politica bisogna non dare segnali ma avviare azioni concrete. Ristabilire la legalità, prima di tutto: può uno specifico Palazzo, quello di Montecitorio, continuare ad essere il rifugio di chi, condannato in via definitiva dovrebbe da tempo averlo lasciato? Abbandonare i fasti di Palazzo: le Camere devono lavorare o organizzare mostre? Rinunciare all´immagine a favore della trasparenza: presenza televisiva o presenza di soggetti nuovi che seguano da vicino una serie di scelte e ne certifichino la correttezza? Denunciare gli abusi e cominciare ad accompagnarli con l´indicazione precisa di chi li rifiuta e li combatte: è illusorio pensare che la moneta buona possa cominciare a scacciare quella cattiva?
E, soprattutto, spazio parola e mezzi proprio ai moralisti, per avviare quella ricostruzione di un´etica pubblica senza la quale è vana la ricerca di ogni consenso tra i cittadini.

di STEFANO RODOTA' da la Repubblica del 22/05/07

Sbagliano i Ds a darla per esaurita, la sinistra conta ancora e va unita

Il Pse ha definito un nuovo programma sociale. Esso riparte da alcuni principi che hanno delineato la cultura politica socialista nel corso del secolo scorso e prova a definire i contenuti di una politica moderna in grado di affrontare i problemi della piena e buona occupazione, della conoscenza e dell'innovazione, della parità tra uomini e donne, dell'inclusione sociale e coesione, dell'integrazione.
Un tentativo concreto di definire il socialismo del XXI secolo.
Una vera sfida per le classi dirigenti dei partiti socialisti europei al governo o all'opposizione nelle singole realtà nazionali.
Per la stesa ragione la legislazione di alcuni paesi europei ha ottenuto grandi risultati nel campo dei diritti civili.
Grande ritardo c'è invece nella capacità di innovazione delle politiche ambientali coniugate allo sviluppo. Se è vero che al solo mercato non può essere lasciato il futuro delle nostre società, ancor più vero è che al mercato non può essere lasciata la conservazione di un bene così raro ed esauribile come la qualità dell'ambiente in cui viviamo.
Al recente congresso di Fiuggi Boselli e lo SDI hanno lanciato il progetto della costituente socialista. E' una proposta giusta e coraggiosa per rispondere in modo positivo alla debolezza del progetto PD sul tema della laicità e alla sua rinuncia di far parte del PSE.
Turci e Caldarola hanno intrapreso un viaggio nella ricchezza politica e nel patrimonio umano della "diaspora" socialista.
I DS invece hanno deciso di sciogliere il Partito e di farlo confluire nell'indistinto contenitore democratico.
Una moderna forza socialista non sarebbe certo rimasta indifferente rispetto ad un risultato elettorale insoddisfacente, segno di una difficoltà, non contingente, di entrare in rapporto con il Paese reale per raccogliere più consensi e così contribuire al successo della coalizione con la quale competeva alle elezioni.
Il gruppo dirigente di un Partito socialiste europeo avrebbe messo in discussione se stesso, non l'esistenza del proprio partito.
Il 5 maggio scorso Mussi ed Angius e molti di coloro che avevano sostenuto le mozioni di minoranza al Congresso dei DS hanno fondato Sinistra Democratica per il Socialismo europeo. L'obiettivo che si è dato il nuovo movimento politico è ambizioso: raccogliere i numerosi consensi di chi non pensa che la sinistra abbia esaurito la propria funzione in Italia.
La sinistra radicale ha una rappresentanza vivace ed oggi responsabilmente coinvolta nel governo del Paese. Unire la sinistra è una preziosa suggestione, ma per farlo, senza replicare ciò che sta facendo il PD, occorre innanzitutto dare una rappresentanza politica unitaria a chi si riconosce nel PSE e quindi concentrare il confronto sulle soluzioni adeguate alle richieste di giustizia sociale che provengono dagli italiani attraverso un serio confronto.
Nessuno può pensare che una fase nuova in grado di generare una forza di governo socialista e della sinistra italiana, con un robusto insediamento elettorale ed una vera capacità di elaborazione, possa passare attraverso scorciatoie. I tempi devono essere brevi, perché il lavoro da fare è molto, ma le condizioni in cui effettuarlo non sono semplici né scontatamente propizie.
Ecco perché l'orgoglio di non voler smettere di definirci socialisti in Europa e di poterci finalmente affermare come tali in Italia è alla base della decisione che molti di noi hanno preso, stanno prendendo e prenderanno nei prossimi giorni di non aderire alla fase costituente del PD.
Sinistra Democratica per il socialismo europeo è nata anche per questa ragione.

di ALBERTO NIGRA da Il Riformista del 19 maggio 2007

lunedì 21 maggio 2007

Il Cantiere e i rischi del Partito democratico, l'unità tra le forze antagoniste

Giovanni De Luna, docente di Storia contemporanea all'Università di Torino, è uno degli osservatori più attenti della realtà politica italiana. La persona giusta insomma alla quale chiedere un parere autorevole sui cambiamenti in corso all'interno del centro-sinistra. Dalla prossima scomparsa dei Ds e della Margherita, con la conseguente nascita del Partito democratico, al tentativo di mettere assieme tutte quelle forze che non partecipano appunto all'iniziativa di Fassino e Rutelli, dalla sinistra Ds a Rifondazione.

Professor De Luna, mi viene in mente in questo momento un libro di Massimo D'Alema uscito dodici anni fa, Un paese normale , che auspicava appunto la trasformazione dell'anomalo sistema politico italiano in uno scenario più europeo, dove appunto da un lato poteva collocarsi la destra e dall'altro, evidentemente, un grande partito socialista o socialdemocratico. Non crede che proprio la nascita del Pd, del quale D'Alema è uno dei fautori, perpetua ad aeternum questa anomalia?
Le perplessità che io ho nei confronti del Partito democratico sono proprio rispetto ad una sorta di tara genetica che vedo nel suo processo d'impianto. Perché ho la sensazione che, orientandosi decisamente verso il centro, finisca obiettivamente per privilegiare chi al centro c'è già. La Margherita e gli altri soggetti dell'ex galassia democristiana, i quali naturalmente e senza nessuna forzatura occupano quella posizione, si trovano così oggettivamente ad essere privilegiati. Tanto da configuare, per gli ex Ds, il rischio di essere dei puri e semplici portatori di voti, rispetto a chi non ha sensi di colpa, a chi non ha un passato da rimproverarsi, a chi non deve prendere nessun tipo di distanza dalle proprie radici. C'è dunque tra i due partner che stanno contraendo questo matrimonio un'oggettiva differenza.

La ricerca dei padri di questa nascente formazione sembra rispecchiare lo scenario che ha appena descritto...
Per quanto mi riguarda, rispetto al mio osservatorio, la costruzione del pantheon va proprio in questa direzione: da un lato c'è chi, naturalmente, vede in De Gasperi il re di questo pantheon, e dall'altro chi si deve affannare a trovare appunto un pantheon all'interno del quale Craxi possa coesistere con Berlinguer.

Tutto questo lascia aperti degli spazi a sinistra. Che cosa pensa del tentativo di aggregazioni delle forze che non condividono l'operazione Pd?
Si configura per la prima volta nella storia d'Italia la possibilità di creare un partito esplicitamente di sinistra che copra un'area vasta di consensi elettorali, stimati intorno al 10-12%. Ma anche questo non è un passaggio né facile né indolore. Perché comunque i soggetti sociali e politici che coprono questa area devono in qualche modo anche loro imparare a far politica in senso diverso e ad intercettare consensi più ampi di quelli tradizionalmente legati alla propria base elettorale.

Tutto il centro-sinistra sta dunque attraversando un momento delicato e denso di incognite...
Il problema non si può configurare come una sorta di viabilità umana al traffico, di posizioni da occupare al centro, di divieto di svolta a sinistra, di sensi unici alternati. Qui c'è un problema di categorie. Io ho l'impressione che la dimensione post-novecentesca faccia molta fatica a filtrare nella realtà della sinistra italiana. Questi ondeggiamenti, queste spaccature, questi conflitti sono la spia di difficoltà che accomunano tutti, da D'Alema a Bertinotti, da Mussi a Diliberto. Va insomma riformulato un progetto che riveda le categorie del '900.

Per esempio?
Mi viene in mente la dimensione delle comunità locali, Serre, la Val di Susa, Vicenza. Queste realtà fanno i conti con una sinistra che ha alle spalle l'idea che la comunità locale appunto era da dissolvere perché ciò che contava era la grande dimensione di classe. Le comunità erano incrostazioni protonazionalistiche, segnate dall'egoismo particolaristico e dallo stretto riflettere i propri interessi specifici contro i grandi interessi collettivi della classe. Adesso passare ad accettare fino in fondo la logica di queste comunità è un salto pazzesco dal punto di vista concettuale e teorico perché nel dna della sinistra è assente il localismo, la comunità locale e ci sono invece i grandi aggregati, le grandi masse, le classi appunto. Da qui sorge la difficoltà di padroneggiare un registro unico di riferimento, oscillante tra l'esaltazione e l'esecrazione. Oppure penso all'emergenza criminalità e ordine pubblico. Anche in questo caso la sinistra non si è mai confrontata nei termini con cui si propone oggi in Italia il problema legato all'immigrazione e alla sicurezza. Sono tutti temi che appunto vanno affrontati marcando una forte discontinuità con le categorie ereditate dal '900. Però ho delle forti perplessità che si possa andare in questa direzione perché temo che tutto venga risolto sul piano delle formule politiche con poco spazio dedicato a questo tipo di rifondazione culturale. L'operazione del Partito democratico non è rassicurante da questo punto di vista proprio perché nasce più all'insegna di sigle politiche che si mettono insieme che sulla base di una progettualità evidente. E così anche la riaggregazione a sinistra è più un'ansia di occupare uno spazio lasciato libero che non una sorta di cambiamento concettuale.

Non crede però che le forze a sinistra del Pd abbiamo le carte più in regola per affrontare una situazione nuova?
Però il passaggio tra l'esecrazione e l'esaltazione è troppo brusco, troppo repentino. Nella tradizione comunista la comunità locale era qualcosa da combattere, rappresentava la resistenza all'industrializzazione. Adesso diventa di colpo qualcosa di positivo. Ma così non funziona, non ce la facciamo. C'è bisogno di qualcosa che in qualche modo recuperi anche la vecchia tradizione che guarda almeno con circospezione a questo tipo di fenomeni, perchè lì dentro precipita la resistenza alla globalizzazione ma anche il piccolo egoismo della comunità locale che comunque è un dato che il '900 ci ha lasciato. E ho l'impressione che in tutta la discussione che si è aperta queste ferite vengano poco tematizzate, privilegiando la realtà degli schieramenti e delle piccole rendite elettorali. Non si può, bisogna avere la forza di dissolvere queste rendite all'interno di un progetto più ampio.

di VITTORIO BONANNI da Liberazione del 19/05/07

sabato 19 maggio 2007

Caro Piero, queste sono braccia alzate

Caro Piero, te lo dico con affetto: fatico a capacitarmi. Lascerei da parte la «questione vaticana» di gramsciana memoria. Che pesi assai è un fatto, che chiunque governi la debba tenere in conto pure. Ma qui nessuno propone di ridurre il papa e la chiesa al silenzio o di impedire ai parroci di farsi sentire fuori dalle parrocchie. Qui si parla di laicità della politica e dello Stato, di valori cioè che dovrebbero accomunare credenti e non credenti; e di allargamento dei diritti di cittadinanza. E tu, di questo sono certo, ne sei convintissimo: basta pensare a come ti sei battuto per varare il ddl sui Dico, anche se ben prima della grande manifestazione di piazza San Giovanni sapevi, immagino, che non aveva (particolare non trascurabile) alcuna possibilità di passare in Senato. Hai aspettato però San Giovanni (e naturalmente anche piazza Navona, a tuo giudizio minoritaria, laicista, e convocata soprattutto per mettere i bastoni tra le ruote a te e al Pd) per farci sapere che, a impiccarsi alla formula “o Dico o morte”, si rischiava di diventare subalterni. Bene, mi sono detto, adesso Piero ci dirà come fare (ancora Antonio Gramsci) a diventare egemonici. Poche ore, e ci hai spiegato come: sedendoti a un tavolo con Savino Pezzotta, che si è dichiarato disponibile al riconoscimento dei diritti attraverso alcune modiche al Codice civile, per vedere insieme quali articoli si possano modificare. Lo avessi sostenuto qualche mese fa, prima di intraprendere la lunga marcia dei Dico, prendendo atto che, per quanto siano nel programma dell’Unione, non c’è la maggioranza per approvarli, applausi certo non ne avresti presi, ma un po’ di comprensione per il tuo realismo politico la avresti sicuramente avuta. A sentirtelo dire adesso, dopo San Giovanni, non siamo esterrefatti solo noi rompiscatole del Riformista ma, credo, tanti tuoi compagni e tanti tuoi elettori che della promessa del Partito democratico assai più di noi sono convinti. Una «mano tesa» al popolo di piazza San Giovanni, come dici tu? Caro Piero, perdona la franchezza, ma queste sembrano di più braccia alzate. In segno di resa.

di PAOLO FRANCHI da il Riformista del 19/05/07

venerdì 18 maggio 2007

La luce alla fine del tunnel?

Alcune delle recenti uscite nel mondo della sinistra italiana lasciano pensare che la nascita di Sinistra Democratica abbia rilanciato una riflessione di sinistra nel nostro Paese. Un movimento come Sinistra Democratica, che propone l'unità, l'ascolto della società civile, il ritornare a ragionare sulle grandi questioni, può essere un contributo a far vedere agli italiani la luce dopo un tunnel durato più di un ventennio.
Franco Giordano e Paolo Ferrero si sono recati in settimana davanti ai cancelli della Fiat, nuovamente assorbendo i malumori e l'indifferenza degli operai. Hanno potuto offrire poche prospettive ma, almeno, si sono rimessi ad ascoltare. Lo stesso Giordano ha ripreso gli avvertimenti e le analisi di Salvi e Villone nel loro libro sui "costi della politica" e ha auspicato una riduzione degli incarichi stipendiati alle centinaia di migliaia che campano di partito.
Finalmente si sente parlare di abbassamento di stipendi e pensioni di parlamentari e consiglieri regionali, di tetti più rigorosi ai guadagni di manager pubblici. Insomma, la sinistra potrebbe tornare a fare massa critica in nome un riavvicinamento della politica ai cittadini. E' una bella notizia.
C'è la conferma nel mondo sindacale che l'epoca delle concessioni segna il passo e si darà inizio ad un'epoca delle rivendicazioni. I sindacati confederali non hanno più timore di ammettere che dagli anni Ottanta ad oggi vi è stato un gigantesco spostamento di risorse dal lavoro dipendente in direzione di profitti e rendite. Hanno iniziato migliaia di pensionati all'Eur a chiedere che il risanamento non passi per le loro misere pensioni e speriamo finiscano centinaia di migliaia di precari in un'altra piazza d'Italia, questa volta in una manifestazione organizzata e animata dai sindacati confederali.
Il sindaco Walter Veltroni, che deve aver fiutato l'aria, propone un reddito di cittadinanza, finalmente riconoscendo che i poveri non sono solo in Africa e che la città che cresce oltre il 3 per cento l'anno è anche la capitale del lavoro nero, del lavoro sottopagato e di quello precario, oltre che vittima di un'emergenza abitativa senza precedenti. Personalmente (memore del fatto che anche il Cile di Pinochet garantiva un reddito di cittadinanza) preferirei misure strutturali come il ritorno all'equo canone e gli sgravi fiscali per gli affitti, il miglioramento del servizi a spese dei costruttori, una metropolitana che funzioni, rispetto a misure di carattere "compensativo" come il reddito di cittadinanza. Ma almeno il sindaco inizia ad occuparsi non solo di Roma (cosa che ha ben fatto) ma anche dei romani.
Persino Pierluigi Bersani, in un intervento pubblicato da l'Unità e rivolto ad un giovane uditorio, si concede toni alti e rievoca l'idealità della politica. Nel ricordare come si avvicinò alla politica ricorda il contributo per l'alluvione di Firenze, la solidarietà di migliaia di giovani convenuti. Visto che però riesce a non nominare mai la classe operaia o la lotta al capitalismo come ragione del suo impegno nel Pci, ci si domanda perché non si sia iscritto a qualche associazione cattolica per esprimere al meglio la sua vena solidale.
Giovanni Berlinguer, nella sua splendida intervista con Valentino Parlato che lo conferma come padre spirituale del nuovo movimento, ha giustamente fatto osservare come il tema dei beni comuni costituisca il nuovo fronte della sinistra. Non si è spinto fino a criticare le privatizzazioni dei servizi operate durante i precedenti governi di centro-sinistra, e forse noi in questo potremmo essere meno pudici.
Se a questi temi riusciremo con proposte concrete ad aggiungere anche quello di un ripensamento della Nato e quindi di una reale politica estera europea, e quello di come rilanciare la democrazia nei luoghi di lavoro, dalle fabbriche alle grandi società dei servizi, la sinistra italiana sarà finalmente riuscita a ritrovarsi.

di GIULIANO GARAVINI da Aprileonline del 18/05/07

giovedì 17 maggio 2007

Intervista con Giovanni Berlinguer: il partito da costruire dopo l'Assemblea dell'Eur

La bella assemblea dei «resistenti» alla deriva del cosiddetto «partito democratico», quella del 5 maggio al Palazzo dei Congressi dell'Eur., mi ha molto colpito e incoraggiato. Per questo cerco incontri per vedere che cosa si può fare insieme in questa difficile stagione della politica. Riesco ad afferrare Giovanni Berlinguer, che all'Eur ha fatto un bel discorso e che è un antico amico. Di una amicizia senza eccessi di confidenza: una amicizia tra comunisti, uno sardo e l'altro siciliano - due isole. Vado a incontrarlo a casa sua. Una casa austera: un po' di quadri neorealisti e tutte le pareti coperte di libri. Comincio io, un po' tumultuoso.
All'Eur hai parlato di «energia aggregante», ma se non aggrega presto l'energia si disperde, e poi che si fa? Non ti rendi conto che bisogna reagire in fretta? Che c'è una «privatizzazione» della politica che aiuta il populismo di destra? Che se volete dar forza alle speranze dell'Eur dovete indicare obiettivi caratterizzanti, forme di organizzazione, una rilettura di un nostro passato che è stato rimosso se non condannato. Insomma si può andare oltre l'assemblea del 5 maggio?
Si deve andare oltre. E' vitale, nel senso politico e anche biologico, rispondere alle sfide di oggi e, innanzitutto, rivalutare la nobiltà della politica. Quel che tu dici sulla privatizzazione della politica, personale o di gruppo, è il fenomeno più devastante di questo tempo, in Italia e altrove, ma in Italia molto più accentuato Non è un caso che in questi ultimi mesi siano apparsi ben quattro libri su questo tema: I costi della politica di Villone e Salvi, La casta di Rizzo e Stella, Élite e classi dirigenti di Carboni e poi La democrazia che non c'è di Ginzborg. Ho letto ieri su Le Monde un articolo di Henry Weber, uno dei segretari del partito socialista francese, che dice: «tutti i partiti sono costituiti da eletti circondati da aspiranti a essere eletti». In Italia c'è anche una corsa a posti di comando non elettivi, e quindi più sicuri. Il fenomeno è diffuso in tutte le democrazie e sconfina spesso verso l'illegalità e il codice penale. Non combattere seriamente questa deriva mette a rischio serio la democrazia.
Forse eccedo, ma in questa situazione vedo, non per domani ma tra un po', un serio pericolo di destra. Ci sono analogie tra il presente e il periodo successivo alla prima guerra mondiale. Non penso a Mussolini, ma a qualcosa di fortemente oppressivo.
Non mi convince il tuo paragone con i primi anni Venti, ma la regressione può essere più profonda. Introiettata, condivisa e perfino benedetta. Difficile da combattere.
Certo non vengono le camicie nere e neppure le camicie verdi, ma qualcosa di più moderno, più profondo e forse più duraturo.
Giustissimo. E tutto questo si collega molto strettamente al monopolio dell'informazione, alla selezione delle notizie nelle quali predominano i delitti e i fatti di cronaca nera.
Penso a Rignano.
E' un piccolo episodio che evidenzia la fragilità dell'informazione, i limiti della magistratura e anche della coesistenza tra cittadini.
C'è uno stravolgimento della gerarchia delle notizie: spesso le aperture dei quotidiani sono demenziali. Una privatizzazione dell'informazione, più profonda delle liti con Mediaset e Berlusconi.
D'accordo. C'è una selezione dell'informazione che genera paura col messaggio: «il nemico è tra noi». E la tv, con le solite facce dei dirigenti politici che dicono le solite cose, contribuisce al rigetto della politica.
Al Palazzo dei congressi c'è stato un appassionato no a questa deriva, ma se l'appassionato no non va oltre un generico «vogliamo il meglio» restiamo allo stesso punto. Ci vorrebbero proposte chiare e distinte, come dicono i francesi.
La premessa è che anche il nostro comportamento deve cambiare radicalmente. Se cadiamo nelle stesse logiche spartitorie degli altri, rischiamo di crollare nelle prime settimane. Il punto è che prima di «parlare alla gente» dobbiamo «ascoltare le persone». Si deve cominciare con una grande campagna di ascolto, dialogo e proposta.
Il vecchio Pci ascoltava la gente, con la sua organizzazione territoriale. Ma adesso chi ascolta? Come si ascolta, quando la stampa e la televisione sono come sono e i partiti non ci sono? E poi come la metti con la crisi delle ideologie, cioè delle grandi speranze, che investe anche il mondo cattolico?
Io penso che oggi il punto di partenza non siano i sogni, ma gli incubi, che dobbiamo allontanare con le nostre scelte fondamentali. Ci sono grandi tragedie che si stanno consumando. La prima è lo sconvolgimento della natura, che tende a deteriorare quelle condizioni originali e irripetibili che hanno consentito la crescita della nostra specie. Il capitalismo selvaggio degli ultimi decenni ha accelerato questo degrado degli spazi vitali soprattutto per chi non è ricco, non può comperarsi la casa al mare, avere i condizionatori d'aria e farsi un clima «ad personam». Questa crisi sta portando in primo piano la questione fondamentale dei «beni comuni»: l'aria, l'acqua, le foreste, il clima, il sapere, la salute. Su questa base sta nascendo un movimento importante e promettente, soprattutto di giovani, che va promosso e sostenuto da chi vuole rinnovare la politica. Questa lotta per la vita travalica le attuali distinzioni, anche fra destra e sinistra.
Ma il problema dei beni comuni può essere la base, come dire, di una rifondazione comunista?
Sicuramente.
Da giovani pensavamo alla socializzazione dei mezzi di produzione. Ora la crescita capitalistica mette in primo piano il carattere sociale dei beni fondamentali?
Queste idee erano presenti nelle antiche origini del comunismo. La politica dei beni comuni è una base straordinaria per la lotta per l'eguaglianza. A partire dalla fine dei '70 c'è stata una crescita esponenziale delle diseguaglianze in tutti i campi. Dal reddito alla libertà al sapere.
Dopo la seconda guerra mondiale c'era stata una crescita dell'eguaglianza nel sapere. Ora la diseguaglianza è drammatica, anche per lo sfascio della scuola di massa.
E' vero anche per altri campi. Nei decenni successivi alla seconda guerra c'è stata, per esempio, maggiore equità nel campo della salute. C'è stato un allungamento della vita media in tutto il mondo, ma negli ultimi trenta anni le differenze di qualità e durata della vita sono diventate sempre più accentuate, anche perchè si è fatto di tutto per demolire il criterio dell'universalità nell'accesso alle cure. Il problema delle diseguaglianze pone l'urgenza di una trasformazione di questa società, non certo della conquista di un'altra società, come qualcuno si ostina a dire.
Non capisco. Quando eravamo comunisti e parlavamo di un'altra società non pensavamo a una società calata dal cielo, ma a una profonda, rivoluzionaria, trasformazione della società capitalistica.
Ma la pensavamo anche in termini violenti, come conquista del Palazzo d'Inverno. Il cambiamento non è nominalistico. Oggi il rifiuto della violenza è un dato acquisito.
Ma nella società la violenza è ben presente.
Ma non è detto che a una violenza si debba rispondere con un'altra violenza, a un'oppressione con un'altra oppressione.
Ma anche nel vecchio Pci l'idea della conquista del Palazzo d'inverno era stata messa in cantina e c'era il rifiuto della violenza. Quando sento Bertinotti affermare come novità il rifiuto della violenza, mi sembra un passo indietro.
C'è ancora chi la violenza l'ammette e la pratica. Sia pure frange. I problemi centrali e attuali sono l'ambiente e la diseguaglianza; oggi la lotta per la vita e quella per l'equità coincidono. La natura ce lo ha insegnato: lo Tsunami colpisce i deboli.
Ma, torno all'Assemblea dell'Eur: tutto questo non dovrebbe portare alla definizione di un programma e alla costituzione di una forza politica, di un partito?
Certamente.
E in che cosa questo partito sarà diverso dagli altri? Certo sono evidenti, al primo posto, i problemi dell'ambiente e della diseguaglianza, ma come volete affrontarli nella lotta politica di questi tempi?
Per passi successivi, ma rapidi. Bisogna dar vita a un'aggregazione larga, laica, plurale, ecologica, che lotti per le idee della sinistra. E che abbia soprattutto una base diffusa di organizzazioni, associazioni, centri di iniziativa, e sappia utilizzare i mezzi di comunicazione. Penso, oltre ai giornali e alle riviste, all'informazione elettronica e ai siti on-line. C'è per esempio un mensile (Zai Net, «zainetto e network») di giovani che comunica con 30.000 scuole.
Insomma invece che una commissione di massa, come nel Pci, una commissione di ascolto?
Non una commissione, ma un habitus di tutti, dirigenti in testa. Ascolto e dialogo, confronto e proposta.
E i tempi di questo processo?
Ci stiamo già attrezzando per dare continuità alla «sinistra democratica per il socialismo europeo». Con la manifestazione del 5 si è trasmesso un notevole entusiasmo e i 4-5 mila che erano all'Eur sono già al lavoro.
«Il manifesto», per la sua storia, dovrebbe diventare quantomeno un luogo di questo dibattito e di questa costruzione.
Ne sarei più che lieto, perché l'esistenza di strumenti di informazione e di cultura politica è fondamentale.
Fate riferimento al socialismo europeo. Che però a sua volta non versa in ottime acque.
Infatti, non dobbiamo chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Il fatto è che 10-12 anni fa tredici paesi su quindici avevano governi socialisti o di centrosinistra; e adesso, sui 27 Commissari dell'Unione europea che rappresentano i vari governi, solo 7 sono socialisti. Inoltre due paesi modello, come la Svezia e la Finlandia, adesso hanno governi di centro-destra. Qualcosa non funziona e bisogna innovare profondamente, come hanno fatto sia Zapatero che Ségoléne Royal.
Sarkozi non è Chirac.
Certamente. E' più pericoloso.
E' un po' gollista e colbertiano. Molto statalista francese.
Ma è anche xenofobia, lotta alle banlieues, condanna della racaille. Comunque, la cosa più grave che ha detto Sarkozi è che la Francia deve difendersi dalla globalizzazione.
Ma la globalizzazione può diventare la colonizzazione dei deboli.
Bisogna evitarlo, ma non si può ignorare che la globalizzazione è il modo di vita del XXI secolo e - come avrebbe detto Togliatti - un terreno più avanzato di lotta. In tanti casi, ha creato condizioni migliori per diversi paesi: penso all'America latina, ma soprattutto alla Cina e all'India e anche ad alcuni paesi dell'Africa. E' stata l'apertura delle frontiere, e con tutti i suoi limiti il libero mercato. Molti squilibri, è vero, sono stati anche aggravati, e molte nazioni sono state spinte alla rovina; si deve sottolineare che il mercato e la scienza non creano naturalmente benessere. Ma la globalizzazione è il campo nel quale si deve combattere. E' terreno obbligato, e pertanto le idee politiche non possono più avere una dimensione solo nazionale.
La conversazione prosegue. Parliamo dell'internazionalizzazione comunista che, in qualche modo, anticipava la globalizzazione. Berlinguer è piuttosto critico, io di meno. Poi parliamo anche della radiazione del gruppo del «manifesto» e facciamo un ragionamento con il se: se il Pci, allora avesse accettato la posizione di quel gruppo, forse i danni del crollo del Muro sulla sinistra italiana sarebbero stati minori. Berlinguer consente. Poi quando ci salutiamo mi regala un suo libro, I duplicanti. Guardo l'introduzione e leggo le prime righe: «La politica è passione civile o male ereditario, nella mia famiglia, da tre generazioni, ed è stata sempre vissuta all'opposizione: nonno repubblicano, padre antifascista, figli comunisti. Anche chi fra di noi è divenuto totus politicus non ha mai pensato di entrare a far parte di un ceto particolare: altri erano gli scopi, diverse le situazioni. Da una decina d'anni, però, ho cominciato a sospettare e poi a constatare che questo ceto - stavo per dire casta - di cui avevo sempre contestato l'esistenza è una realtà; che esso ha una irrefrenabile tendenza moltiplicativa invasiva e pervasiva; e che io stesso, in qualche misura, vi appartengo».

di VALENTINO PARLATO da il Manifesto del 17/05/07

mercoledì 16 maggio 2007

Perché le compagne e i compagni di Sinistrarossoverde aderiscono al movimento di Sinistra democratica

Le compagne e i compagni dell’associazione Sinistrarossoverde hanno deciso di aderire al Movimento della Sinistra democratica per il socialismo europeo. Si tratta di compagne e compagni della Lombardia, Piemonte, Friuli, Liguria, Toscana, Lazio, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna. L’associazione Sinistrarossoverde continuerà il suo autonomo lavoro per l’unità e il rinnovamento della sinistra. L’adesione al Movimento, a cominciare dalla mia, che sono il coordinatore nazionale, sarà – com’è giusto che sia - individuale. Essa nasce da un percorso comune e condiviso.
Effettivamente ci sono oggi alcune condizioni per unire, rinnovandola, la sinistra italiana. Tutta, o la sua grande parte. La straordinaria manifestazione del 5 maggio a Roma promossa dal Movimento per la sinistra democratica per il socialismo europeo lo conferma. Ma occorre avere la consapevolezza che tale possibilità di unità è un fatto storico, mai avvenuto in passato.
La storia della sinistra italiana è storia di scissioni o di separazioni. Certo, vi sono state anche parziali convergenze e piccole fusioni. Penso alla confluenza del Psiup nel Pci, o alle fusioni fra Psi e Psdi. Penso alla grande aspirazione unitaria fra Pci e Psi nel dopoguerra, naufragata il 18 aprile. Penso ai timidi tentativi, mai trasformatisi in atti politici chiari, di unità con Psi all’inizio degli anni sessanta. Ma mai era avvenuto quello che può avvenire oggi. E cioè che, di fronte alla scomparsa dei Ds e dunque del più grande partito della sinistra italiana, si predispongano forze socialiste, comuniste, ex comuniste, ambientaliste, disposte a impegnarsi per l’unità della sinistra italiana.
Ciò che ha colpito maggiormente alla grande manifestazione dell’Eur del 5 maggio è stato l’entusiasmo. Chiamiamola passione, chiamiamola speranza. Perché ha colpito? Perché l’entusiasmo non era scontato. Ho partecipato nell’ultimo anno a un grande numero di iniziative politiche, alcune di avvio, di fondazione di qualcosa. Quell’entusiasmo non c’era. Come mai all’Eur sì? Io ho interpretato quella passione come la forma tramite cui si chiede di partecipare ai processi politici, e si pensa che tale partecipazione nel luogo chiamato Movimento di Sinistra democratica sia finalmente possibile.
La questione è essenziale perché non esprime un generico bisogno di fare qualcosa, ma manifesta la volontà di spezzare la più grande maledizione che è caduta sulla politica italiana e quindi anche sulla sinistra italiana. Questa maledizione è la rottura del rapporto fra dirigenti e diretti, fra rappresentanti e rappresentati.
Riconquistare la partecipazione è elemento fondamentale per restituire alla politica, alla nostra politica, il suo carattere di rappresentanza trasparente e condivisa di interessi sociali, a cominciare – e mi riferisco a una cosa modernissima – agli interessi dei lavoratori.
Se la partecipazione muore, la rappresentanza diventa arbitraria e la delega tende a trasformarsi in notabilato. Viceversa un meccanismo democratico, o quantomeno costituzionalmente democratico, funziona se c’è un circuito virtuoso fra delega, rappresentanza degli interessi, partecipazione. Invece nel vuoto di partecipazione, nell’evaporazione della rappresentanza, cresce l’antipolitica, le oligarchie, il populismo, cioè la destra italiana.
I processi in corso oramai da mesi fanno pensare che si sta chiudendo una fase politica, quella della cosiddetta Seconda Repubblica. Essa ha dichiarato fallimento e si è esaurita. Il sistema dei partiti della Seconda Repubblica, che aveva in sé, per ragioni obiettive, il tarlo del personalismo, è via via degenerato al punto che la grande parte dei partiti si sta modificando, è in via di ricomposizione o di scioglimento. Quel sistema dei partiti non è stato in grado di svolgere la sua funzione propria di collegamento fra società e istituzioni, come invece era avvenuto durante la cosiddetta Prima Repubblica. Al contrario, è sorta dentro la politica una nuova questione morale. E’ fallita un’idea della governabilità che, come chiave per essere al passo della modernità, umilia la rappresentanza.
Ma la Seconda Repubblica, per ciò che riguarda la sinistra, si era avviata anche con lo scioglimento del Pci e la dissoluzione del Psi. Oggi quella fase si è chiusa. E si è chiusa anche per la nascita del Partito Democratico, che è tutta iscritta nel cambiamento di fase attuale. Essa non è un accidente della storia. E’ un fatto enorme che avvia il cambiamento del sistema politico italiano e apre un vuoto a sinistra. Non convince chi sostiene che comunque si sarebbe aperta la fase dell’unità a sinistra, a prescindere dalla nascita del Partito Democratico. Certo, le spinte all’unità c’erano. Certo, c’erano e vi sono forze generose che da tempo si battono per questa prospettiva. Ma l’elemento concretamente - cioè politicamente - determinante per concretizzare la prospettiva dell’unità a sinistra, è stato la nascita del Movimento della Sinistra democratica. Esso non è un elemento in più nella costellazione delle forze che propendono per l’unità a sinistra. E’ invece il fatto politico senza il quale la prospettiva stessa dell’unità a sinistra sarebbe stata monca, parziale, forse politicamente impossibile.
In questo crogiuolo sono avvenuti i fatti politici più importanti per la sinistra italiana negli ultimi mesi: le lungimiranti aperture di Bertinotti, la faticosa costruzione di Sinistra Europea, il lavoro prezioso di varie associazioni, fra cui Sinistrarossoverde, per avviare le nuove fondamenta di un pensiero critico della sinistra come condizione per la sua unità, l’ampio dibattito politico nell’area storica dei socialisti italiani. Segnalo a questo proposito, al convegno promosso da Occhetto e dal Cantiere a Roma l’11 maggio, l’intervento positivo e unitario di Boselli.
Il giorno dopo il 5 maggio è apparso, da esponenti di altre forze di sinistra, qualche distinguo. Non c’è da stupirsi. C’è una spinta all’appartenenza e all’identità che non può essere snobbata. Ma c’è una contraddizione fra i tempi lunghi dei partiti e l’urgenza unitaria. C’è una grande attesa nella nostra gente. Se tale attesa fosse frustrata sarebbe un disastro. Ma l’urgenza deriva anche dalla situazione politica scivolosa e difficile. Se questa precipitasse con una sinistra ancora divisa, l’alternativa non sarebbe la vittoria di questa o quella identità preesistente, ma la marginalizzazione della sinistra italiana.
Occorre perciò, con pazienza e determinazione, avviare la costruzione di una comune appartenenza. L’identità storica di ciascuno è un fatto nobile ed ineliminabile. Ma non può essere vissuta come un’icona, separata dalla realtà, o come un’ancora di salvezza. L’ancora pesa, e in qualche caso può far affondare. Occorre lavorare per una nuova identità collettiva che sarà un di più, non un di meno delle precedenti e parziali identità.
Con la costituzione di Sinistra democratica si può avviare un processo che rompa l’incantesimo delle vecchie e nuove divisioni della sinistra italiana. Ma l’incantesimo si rompe solo se tutte le culture politiche si fanno protagoniste di una forte e radicale innovazione, non per nuovismo, ma perché è il mondo ad essere fortemente e radicalmente cambiato. E’ tornata la guerra, e sembra senza ritorno. Il lavoro salariato, per la prima volta nella storia, si è universalizzato. La contraddizione uomo natura sta esplodendo, dichiarando il fallimento dell’idea positivistica della sviluppo. Occorre un’idea alternativa e popolare. Chi, se non una sinistra unita e nuova la può costruire?
Per questo la possibilità dell’unità a sinistra non è nel sommare ciò che c’è, ma nel sintetizzare innovando. Ciò che c’è ha del buono, ma anche spinte alla divisione, propensioni alla nicchia, un modo di far politica che dobbiamo radicalmente cambiare. Non basta parlare di sinistra senza aggettivi. Occorre praticarla. L’errore più grave sarebbe parlare di unità e poi decidere chi ci deve stare, chi non ci deve stare, chi è ambiguo. Attenzione alle forme unitarie che sono solo la somma dell’esistente. Ci dev’essere un salto di qualità.
Si sta avviando una fase di transizione che va accelerata. Mi piace pensare a una prospettiva in cui si dia vita ad una formazione politica. Nominiamola: un nuovo partito che sia un partito nuovo, ove si cambino, rispetto al passato, riti e miti, regole e rendite di posizione. Suggestiona pensare al Congresso di costituzione del Psi a Genova nel 1892. Allora leghe, fasci, società di mutuo soccorso, partiti territoriali, operai, intellettuali, contadini, diedero vita a un partito nazionale che avviava l’idea del partito di massa, faceva della storia della sinistra un pezzo essenziale della storia dell’Italia e della sua unità, cambiava il rapporto fra popolo e politica. Certo, la storia non si ripete, né noi vorremmo ripeterla. Ma con partiti, pezzi di partiti, movimenti sindacali, associazioni di massa e d’opinione, cooperative, volontariato, intellettuali, persone in carne ed ossa, si potrebbe avviare un processo per qualche aspetto analogo.
E’ con questo spirito e con questa volontà politica che entriamo in Sinistra democratica. Portando con noi l’entusiasmo e la passione che abbiamo vissuto insieme a tanti altri il 5 maggio.

di GIANFRANCO PAGLIARULO

Si insediano i gruppi parlamentari di Sinistra Democratica

Si sono costituiti i gruppi parlamentari di "Sinistra Democratica, per il socialismo europeo": 21 deputati, 12 senatori.
Presidente del gruppo del Senato è stato eletto Cesare Salvi, vicepresidente Silvana Pisa. Presidente del gruppo parlamentare della Camera è stata eletta Titti Di Salvo, vicepresidente Valdo Spini.
Alla Camera le donne sono 8 su 21: è il gruppo più "rosa", ed è l'unico presieduto da una donna.
Di "Sinistra democratica" sono i vicepresidenti del Senato, Gavino Angius, e della Camera, Carlo Leoni.
Valdo Spini sarà indicato alla presidenza del comitato promotore del movimento "Sinistra democratica", fondato a Roma il 5 maggio.
"Sinistra democratica" è rappresentata al Parlamento europeo da quattro deputati, (Pasqualina Napoletano, Claudio Fava, Giovanni Berlinguer, Giulietto Chiesa), e fa parte integrante del gruppo socialista.
Sono membri del Governo, con il Ministro dell'Università e della Ricerca, Fabio Mussi, i sottosegretari Alfiero Grandi, Chiara Acciarini e Famiano Crucianelli.

Gruppo SD Camera
Capogruppo: Titti Di Salvo
Vice capog.: Valdo Spini

Fabio Mussi, Carlo Leoni, Marco Fumagalli, Fulvia Bandoli, Gloria Buffo, Katia Zanotti, Marisa Nicchi, Alba Sasso, Lalla Trupia, Olga D'Antona, Arturo Scotto, Raffaele Aurisicchio, Antonio Attili, Fabio Barbatella, Franco Grillini, Angelo Lomaglio, Claudio Maderloni, Luciano Pettinari, Antonio Rotondo.

Gruppo SD Senato
Capogruppo: Cesare Salvi
Vicecapog: Silvana Pisa

Gavino Angius, Nuccio Iovene, Giorgio Mele, Guido Galardi, Massimo Villone, Paolo Brutti, Gianni Battaglia, Piero Di Siena, Giovanni Bellini, Accurzio Montalbano.

Dai contenitori ai contenuti

Chiusa la stagione dei congressi le forze politiche che a livello nazionale fanno capo all’Unione, l’inedita alleanza prodiana con l’intera sinistra al governo, si trovano qui nel Trentino a fare i conti con scadenze elettorali prossime venture che obbligano a prender partito riguardo a concrete questioni che stanno a cuore agli elettori: la difesa del territorio sarà una priorità programmatica, anche a costo di un ridimensionamento della bulimia turistica che minaccia di trasformare l’intera provincia in un unico carosello sciistico o in un corridoio di passaggio? La scuola pubblica sarà al centro del programma di governo nonostante il parere contrario degli ambienti confessionali? Il valore aggiunto dell’autonomia verrà usato per incoraggiare la Ricerca e la sperimentazione vincendo le resistenze microcorporative ben presenti nel sottobosco universitario? Nel campo culturale, una sorta di laghetto alpino colpito da eutrofia per eccesso di alimentazione, vi sarà il coraggio di adottare politiche più rigorose nella valutazione della ricaduta dei mille eventi che quotidianamente affollano il quadrante trentino? Il costo della macchina politico-amministrativa trentina è destinato ineluttabilmente a crescere? E’ possibile che la riforma istituzionale, pur facendo i conti con una necessaria esistenza di 223 comuni, porti ad un di più di responsabilizzazione civica e non a un di meno della stessa? Sono alcuni esempi dei temi che un tavolo costituente locale dovrà porre all’ordine del giorno, più che preoccuparsi di che tipo di contenitore sarà quello del nuovo soggetto politico trentino di centrosinistra . Tenere la barra del timone su un programma così impegnativo che richiede sacrifici da parte di tutti richiede esperienza. sangue freddo e un forte radicamento sociale. La sinistra trentina sarà all’altezza della sfida? E’ lecito dubitarne, visto il balbettio programmatico che ha contraddistinto negli anni la sinistra di governo e la scarsa incisività della sinistra di opposizione. Voltar pagina vuol dire smetterla di far riferimento a contenitori politici nazionali astratti: perseverando con questa pratica si finirebbe come in Provincia di Bolzano, dove, come ha giustamente osservato Riccardo Dello Sbarba in un recente dibattito con Lorenzo Dellai e Roberto Pinter, i partiti nazionali italiani sono ridotti a effimere presenze. Perché il Trentino non è in fondo , a parte la lingua parlata, socialmente molto diverso dal Sudtirolo, per cui solo una declinazione in senso autenticamente federalista può dare senso in questa terra ad una presenza politica degna di questo nome. I valori che stanno a cuore al popolo di sinistra potranno essere difesi solo se troveranno accoglienza all’interno del programma di un partito territorialmente ben radicato. Rimbocchiamoci quindi le maniche e cominciamo ad affrontare le questioni nella loro concretezza.

di VINCENZO CALI'

Ripensare sinistra e sindacato

Superficialmente la crisi del comunismo occidentale, il crollo dell'Unione Sovietica e con essa del "socialismo reale", hanno lasciato il sindacato molto meno in crisi del mondo politico della sinistra. La sinistra politica in Italia è stata infatti letteralmente travolta dal crollo del muro di Berlino. Il Partito comunista italiano si è frammentato, all'inizio solo in due orientamenti, e poi in vari altri perennemente agitati dal tentativo di autodefinirsi. Il partito socialista è sparito come attore politico, delegittimato dalla sua totale identificazione con la macchina del governo. Per quanto si possa criticare l'operazione, è certo che la nascita del Partito democratico segna un passaggio chiaro oltre il socialismo, oltre la sinistra, oltre la forma del partito di massa e verso una politica meno ingombrante intesa come amministrazione e professione.
Ma l'Italia non è un caso isolato.
I grandi partiti di sinistra in Europa, che ovunque sono le socialdemocrazie, sono in crisi in quasi tutti i paesi con l'eccezione della più recente democrazia spagnola: in parte nascono nuovi forti movimenti alla loro sinistra (Olanda e Germania), in parte restano dissanguati dall'impegno in una guerra coloniale (Gran Bretagna), in parte vengono semplicemente percepiti come nobile elemento di conservazione (Francia e Svezia).
Il Partito democratico nasce per uccidere la sinistra italiana in quanto questa ancora possa rifarsi ad un'idea socialista, avere un contatto con movimenti sociali e di partecipazione, e sostenere più o meno direttamente il primato della politica e delle idee sul marketing. Ma l'omicidio non sarà facile come preventivato dai potenti sponsor industriali e mediatici del Pd, se la sinistra riuscirà a riguadagnare una capacità di dialogo con la società anche al di fuori del Parlamento e della stretta prospettiva di governo.
Ma mentre il mondo politico della sinistra viveva questi drammi, qual è stata la vicenda sindacale in Italia?. Il sindacato confederale (la Cgil ha appena festeggiato il suo centenario) ha oramai rinunciato alla trasformazione socialista della società, ha assecondato la privatizzazione di alcuni importanti servizi pubblici, ha dovuto accettare che la politica economica venisse impostata dalla Banca centrale europea, ha subito un aumento consistente del lavoro precario non tutelato da alcuna forma di diritti.
In sostanza, anche la Cgil dopo il 1989 ha definitivamente abbandonato qualsiasi orizzonte socialista (prospettiva che ne aveva assicurato la nascita), qualsiasi esplicito riferimento alle analisi marxiste, in favore di una politica di responsabile cooperazione con la Stato e i partiti politici che oggi ne detengono le leve. E d'altra parte le organizzazioni dei lavoratori sono riuscite in una violenta, incredibilmente vivace ed esaltante opposizione quando sono stati messi in discussione alcuni diritti altamente simbolici come lo Statuto dei diritti e la modifica delle pensioni. Nonostante lo spostamento gigantesco ed epocale del reddito nazionale da salari a profitti e rendite, nonostante in Italia il salario medio reale sia rimasto sostanzialmente invariato nell'ultimo decennio, il sindacato confederale nella sua maggioranza ha vissuto la fase di transizione assai meglio e in modo meno distruttivo della sinistra politica.
Oggi però non è più così. Il sindacato vivrà nel prossimo futuro lo stesso travaglio che sta vivendo la sinistra politica. Dovrà scegliere se limitarsi ad arginare l'esistente o se rituffarsi nell'analisi del mondo contemporaneo, se rimettere in discussione gli assetti iperfinanziari dell'economie, se ragionare nuovamente di partecipazione dei lavoratori sia ai guadagni che alla gestione delle imprese, se battersi per bloccare l'ulteriore privatizzazione dei servizi pubblici, se rilanciare l'idea del pubblico, della gestione cooperativa nelle imprese di più vaste dimensioni. Paradossalmente, tutti questi temi sono infatti molto più attuali ora che alla fine dell'Ottocento: la classe lavoratrice è costituita anche di persone altamente istruite e ambiziose in grado di gestire e coordinare il lavoro d'impresa, grazie ai mezzi di comunicazione è possibile una più approfondita conoscenza delle interdipendenze fra culture ed economie, l'Italia è un paese immensamente più ricco di un secolo addietro.
Per compiere questo lungo percorso ovviamente il primo passo è ridare dignità al lavoro manuale, e attaccare strutturalmente la disoccupazione e il precariato, investire nella conoscenza, compreso nella conoscenza dei meccanismi che governano l'economia a livello nazionale e internazionale.
La crisi del sindacato è testimoniata dalla forte adesione ad iniziative che esso, tranne suoi spezzoni come la Fiom, non aveva condiviso. La marcia dei precari del 4 novembre che ha avuto uno straordinario successo. La lotta contro la base americana a Vicenza che solo in parte è stata sostenuta dal sindacato confederale e troppo presto dimenticata. Evidenti contraddizioni nell'azione sindacale sono emerse in trasmissioni televisive prestigiose come "Report" che evidenziava la chiusura dei confederali nei confronti dei precari della sanità. Ma le difficoltà in cui si dibatte il sindacato sono ancor più evidenti nel settore della ricerca e nel pubblico in generale che stanno in piedi grazie al lavoro precario, ancor più che nel privato dove il lavoro precario è spesso del tutto in nero. Sono contraddizioni di cui credo il sindacato non abbia ancora appieno valutato la profondità.
Se la sinistra ha intenzione di ripensare il socialismo per adattarlo al nuovo secolo, il processo non ha possibilità di riuscita se allo stesso tempo non coinvolge anche il sindacato in un ripensamento dell'azione sindacale che ha svolto negli ultimi decenni che, pur meritoria, segna il passo.

GIULIANO GARAVINI da Aprileonline del 15/05/07

martedì 15 maggio 2007

Il Pse va bene ma non basta. Il grande vuoto lasciato dal Pd e le nostre idee per colmarlo.

La nascita del movimento politico “Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo”, con la straordinaria manifestazione del 5 maggio, è stata colta non solo dai numerosi partecipanti, ma da tutti gli osservatori e dai commentatori come una vera e consistente novità nel panorama politico italiano.
Tutti hanno capito che facciamo sul serio, che vogliamo portare a sinistra una forte spinta all'unità e al rinnovamento politico e culturale.Proprio per questo ci vengono subito poste tante domande e ci viene richiesto il massimo di chiarezza sul progetto politico che abbiamo in testa.
Ci si chiede, innanzitutto, se l'ancoraggio al Pse resta per noi un punto strategico o se è stata soltanto una bandiera strumentalmente agitata durante i congressi dei Ds. Ci si chiede, poi, se siamo più attratti dalla “costituente socialista” o dalla “Sinistra Europea”, dalla sinistra “riformista” o da quella “radicale”, e così via.
Provo a rispondere.
Vogliamo innanzi tutto rimanere coerenti con quanto affermato nel corso del congresso Ds a proposito della costruzione di una grande forza della sinistra italiana e della nostra appartenenza al Pse. Sono concetti che continuiamo ad affermare in questi giorni, in ogni iniziativa pubblica che organizziamo o a cui veniamo invitati.
Proverei a riassumerli così:
1) Ci chiamiamo “Sinistra Democratica per il socialismo europeo”, perché siamo una forza socialista che ha il suo punto di riferimento nel Pse: quel campo di forze che in Francia è tornato ad esprimere una vitalità ed un consenso che, qui in Italia, sono stati sottovalutati solo per valutazioni tattiche di corto respiro.
E' logico, dunque, che per noi sia molto importante il rapporto con il partito di Enrico Boselli, che del Pse e dell'Internazionale Socialista è membro effettivo ed autorevole.
Ma da socialisti europei non abbiamo mai mancato di dire che il Pse ha bisogno di un profondo rinnovamento e di più coraggiose aperture, in una direzione però opposta a quella desiderata dai promotori del Pd.
La globalizzazione neoliberista ha aggravato i problemi del pianeta: sperequazioni sociali tra i diversi paesi e al loro interno, l'allarme sul clima, l'aumento delle vittime (in particolare bambini) delle guerre, del terrorismo, della fame, dell'Aids, l'indebolimento delle istituzioni politiche sovranazionali, sono purtroppo dati della realtà.
Ma se è fallita questa globalizzazione -che ha aggravato e non risolto i problemi del mondo- lo stesso si può dire riguardo alla risposta prevalente che è venuta dalla sinistra europea: la “terza via” (in Gran Bretagna), la “neue Mitte” (in Germania), e la “rivoluzione liberale” (in Italia).
Il documento “Per una nuova Europa sociale” di Delors e Rasmussen, approvato al congresso del Pse di Porto, va chiaramente al di là delle suggestioni blairiane e si colloca più nettamente nell'ambito di un nuovo progetto socialista per l'Europa del futuro.
Ci consideriamo quindi politicamente parte del Pse, ritenendo indispensabile una sua più coraggiosa apertura alle culture critiche della globalizzazione, al pacifismo e all'ambientalismo, nella prospettiva di una nuova Europa sociale.
2) La costruzione del Partito democratico lascia un vuoto a sinistra. Lo spazio non più presidiato dai Ds, che stanno per sciogliersi, è quello della sinistra italiana, senza altri aggettivi. Uno spazio che non riusciranno a coprire, da sole, né la “costituente socialista”, né “Sinistra Europea”, né il “patto per il clima” proposto dai Verdi.
Intendiamoci: si tratta di cose serie, alle quali guardiamo con grande interesse, che dimostrano una disponibilità a mettersi in discussione e a produrre fatti nuovi. Ma la sfida che sta di fronte a tutti noi domanda risposte ancora più coraggiose e richiede, prima di ogni altra cosa, che ci si lasci alle spalle la distinzione - questa sì ideologica- tra riformisti e radicali. Una distinzione che non ha alcun riscontro nella realtà politica ora che, per la prima volta nella storia italiana, tutta la sinistra è impegnata nel governo del Paese.
Guardiamo a cosa è successo sabato. Davanti all'attacco senza precedenti alla laicità dello Stato, culminato col Family day, tutta la sinistra ha saputo spontaneamente ritrovarsi insieme e avverte, comunemente, l'esigenza di difendere un valore fondante della nostra Repubblica. Un valore fondante della nostra civiltà.
Non basta dunque allargare di più ciò che si è già oggi. E neanche “confederare” le attuali organizzazioni della sinistra. Bisogna lavorare per una nuova grande forza unitaria e plurale, di governo, che attualmente non so dire se sarà un partito (nel senso tradizionale del termine). Cominciamo però a considerare i modelli e le forme di cui già si parla in questi giorni. Ragioniamoci.
In ogni caso, oggi all'ordine del giorno non c'è la formazione di un partito, ma l'avvio di un processo di confronto e di convergenza programmatica che investa tutta la sinistra italiana: sui temi che ci stanno a cuore (pace, lavoro, ambiente, laicità e questione morale). Non vedo ostacoli pregiudiziali a lavorare tutti insieme.
Basta iniziare e, ovviamente, basta volerlo.
Sono tante e tanti quelli che non vogliono più giocare di rimessa, che non vogliono più continuare a votare solo “contro”: dobbiamo restituire nelle loro mani il futuro unitario della sinistra italiana.

di CARLO LEONI da il Riformista del 15/05/07