venerdì 13 giugno 2008

Classe. La strana gente che sa sfidare la vita. Di Vittorio li avrebbe pianti e rimproverati

Muoiono come mosche, gli operai. Muoiono come nel passato anche se non c'è più Achille Beltrame a ritrarne il dramma sulla Domenica del Corriere . Vanno a lavorare e le famiglie temono di non rivederli, come i minatori di Marcinelle o gli edili dei palazzoni che hanno cambiato il volto e le periferie delle città negli anni Sessanta. Muoiono nelle fabbriche, nei cantieri, sulle navi, nelle cisterne mentre a Taipei, negli Emirati, negli States a centinaia parlano al cielo a cavallo di lunghissimi grattacieli e la sera tornano a casa per guardare la tv e bere una birra. Carlo Marx rabbrividirebbe. Charles Dickens lascerebbe i suoi bambini e il terribile Fagin di Oliver Twist , rivalutato dal cartoonist Will Eisner, per scrivere di loro, infelici operai moderni.
Sei morti a Mineo, Catania, mercoledì soffocati in un depuratore comunale. Due ne morirono il 18 gennaio nella stiva di una nave a Porto Marghera. Cinque a marzo a Molfetta in un'autocisterna della Truck Center. Sette alla Thyssen Krupp di Torino alla fine dello scorso anno. Bruciati, soffocati, morti violente e dolorose. Morti eroiche. C'è qualcosa di prezioso in questa classe operaia che ricompare solo negli annunci di morte.
Muoiono in tanti perché fra quelli che muoiono ci sono i soccorritori. Anche i pompieri che hanno estratto i corpi di Mineo correvano rischi. Le cronache raccontano storie che avrebbero commosso Victor Hugo. A Mineo il prete dice che gli operai sono morti abbracciati cercando di darsi reciprocamente aiuto. Nella stiva di Porto Marghera il secondo morto stava cercando di soccorrere il primo in difficoltà. A Molfetta è il padroncino dell'autocisterna a perdere la vita quando si accorge del dramma. Alla Thyssen altra storia di solidarietà. Solo fra gli operai troviamo tracce di questa antica cultura dell'aiuto. Su You Tube ha fatto epoca quel filmato in cui si vede un uomo falciato in una strada cittadina della grande America, ma poteva accadere anche qui, e per dieci minuti macchine e passanti fingevano di non veder il corpo sull'asfalto.
Voltare la testa dall'altra parte, salvarsi senza occuparsi dell'altro, non farsi turbare dallo spettacolo terribile sono la cifra della nostra epoca. Non per gli operai. Oggi sono minoranza, sono peggio pagati, lavorano come bestie, parlano spesso lingue strane e hanno facce di diverso colore. Ma si soccorrono. Forse erano una classe e lo sono tuttora non perché legati dalla produzione ma perché la produzione esaltava lo loro umanità.
Il mio compagno di lavoro non è più l'amico della vita, forse non so neppure dove abita, ma è il mio compagno di lavoro, se è in difficoltà io sono con lui. È una solidarietà laica, una umanità ribelle all'indifferenza che insegna come si sta al mondo.
Sono bestie strane questi operai. Vanno per conto loro anche quando rischiano inutilmente la vita. Tutti gli incidenti che abbiamo letto, visto in tv, ascoltato dai sopravvissuti dicono che i morti potevano non morire. Un casco, una maschera a gas, come a Mineo, una maggiore prudenza. Niente, anche nel cantiere di Montecitorio per un paio di mesi potevi fotografare l'operaio senza casco. In Italia muoiono come mosche mentre in altre parti del mondo, pensiamo ai giganteschi ponti in costruzione in Oriente e all'Ovest, accade molto di meno e non vedi un operaio che non abbia un casco, una maschera che li tuteli.
Spesso gli operai che muoiono sono operai-padroncini come a Molfetta, spesso il padrone è crudele come la Thyssen, ma a Mineo era il comune, non c'era la frusta a tener viva la loro dedizione. È che gli operai hanno certezza di sé, sanno come si lavora, il pericolo non lo allontanano con la maschera o con quel coso in testa ma con un mestiere appreso faticosamente che è quello di famiglia, il più delle volte. Operai testardi che sanno sfidare la vita e per questo spesso la perdono. Di Vittorio li avrebbe pianti e rimproverati.
Noi li piangiamo senza capirli assuefatti alle statistiche che ci dicono che sono scomparsi o rumeni. Invece salgono sulle impalcature, scendono nelle stive e vada come dio vuole. Alla salvezza ci pensano da soli, sorretti dal mestiere e dall'esperienza, l'uno fratello dell'altro. Operai italiani che non hanno letto l'invettiva di Umberto Saba contro gli italiani, abitanti di un paese in cui non si possono fare le rivoluzioni perché nella storia, da Romolo e Remo in poi, ci sono solo fratricidi e non parricidi. Loro non ammazzano i fratelli. Si fanno ammazzare per i fratelli.

di Peppino Caldarola da il Riformista del 13 maggio 2008

L’«Economist»: Pd troppo buono, opposizione fantasma altro che britannica

ROMA. Per l’Economist Walter Veltroni «rischia di essere troppo buono con Silvio Berlusconi» e il suo governo-ombra potrebbe diventare «un’opposizione fantasma». Nel numero da oggi in edicola, il settimanale britannico critica fortemente il leader del partito democratico e gli rinfaccia di essersi lasciato sfuggire «una serie di occasioni per mettere in imbarazzo il governo» e di aver così contribuito al rafforzamento della popolarità di Berlusconi. Tra le occasioni perse, l’Economist cita la mancata richiesta di maggiori dettagli sulle accuse mosse al presidente del Senato Renato Schifani dal giornalista Marco Travaglio per «rapporti di affari con persone poi condannate per mafia« e i mancati affondi contro il governo per il caso Alitalia, per le «aspre misure su immigrazione e sicurezza» e per la «messa al bando di gran parte delle intercettazioni telefoniche compiute dalla polizia». «Veltroni ha un’idea dell’opposizione che non appare assolutamente britannica», sottolinea la rivista, memore del fatto che nel Regno Unito l’opposizione non perde mai un’opportunità per attaccare il governo in carica. A giudizio dell’Economist Berlusconi ha senz’altro da guadagnare dalla politica del dialogo tenacemente portata avanti da Veltroni mentre «i benefici per la sinistra sono meno evidenti». «Ancor prima delle elezioni, Veltroni - spiega il periodico londinese ai suoi lettori - ha detto di volere la cooperazione con Berlusconi sulle riforme elettorali e costituzionali allo scopo di rendere l’Italia più facile da governare. È un obiettivo nobile ma è una strada che è stata tentata prima, con conseguenze disastrose». Secondo l’Economist la strategia elettorale di Veltroni è fallita, così come si è dimostrata «dolorosamente sbagliata» la candidatura di Francesco Rutelli a sindaco di Roma e la politica del dialogo impedisce quella «sofferta autopsia» di cui avrebbe bisogno il Pd.

da l'Unità del 13 giugno 2008

lunedì 12 maggio 2008

Claudio Fava: «Ora proviamo a rifondare la sinistra democratica»

«C’è bisogno di maggiore partecipazione e soprattutto di contaminarsi. Noi non possiamo essere la mozione dei Ds che ha scelto di andare altrove. Fino ad oggi siamo stati questo: una mozione congressuale che con grande senso della coerenza ha tenuto ferma la propria posizione, e di questo va dato atto a Fabio Mussi. Però noi non possiamo essere più i “reduci” della mozione». Nell’indicare l’orizzonte nel quale si muove la Sinistra Democratica, il nuovo coordinatore Claudio Fava usa spesso la parola «apertura», ma parte dall’analisi della sconfitta elettorale, che, se «solo in parte» imputa «alle menzogne degli altri, al voto utile», ritiene da attribuire fondamentalmente alla «mancata verità nella Sinistra Arcobaleno quando diceva: “Siamo un nuovo soggetto politico alla prima prova elettorale”. Eravamo soltanto un cartello elettorale. Nel momento in cui insieme ci presentavamo sul palco di un congresso tenendoci per mano come boy scout, alcuni dei soggetti fondatori di Sa nelle piazze organizzavano il tesseramento per i loro partiti».

Che fare adesso?
«È un errore da non ripetere quello di ritenere che a sinistra si debba stare tutti insieme, a prescindere dalle vocazioni, dalle volontà, dalle categorie interpretative che si mettono in campo. Abbiamo condiviso questo percorso elettorale parlando allo stesso Paese ma con linguaggi diversi. C’era chi riteneva che il malessere, il disagio, la povertà diffusa potesse essere interpretata con il concetto di classe e di lotta di classe, senza rendersi conto che ormai la povertà sociale e la precarietà economica è una categoria profondamente interclassista che affligge il ricercatore universitario, l’operaio, il pensionato, l’operatore del call center. E quindi pieno rispetto per chi ritiene di dover rispondere a questo voto con la Costituente comunista. Noi scegliamo un’altra strada, che è quella di considerare una Costituente di sinistra un modo intanto per ripensare profondamente al modo d’essere, di parlare e di agire di questa sinistra».

Quando parla di Costituente di sinistra guarda a quello che sta succedendo dentro il Prc...
«Certamente. Ma tutto questo vorremmo farlo senza aspettare i congressi degli altri, e quindi senza dover dipendere dalla legittima discussione che si svolge a casa degli altri. Vogliamo rivolgerci a una parte di società che probabilmente nulla ha a che fare con Sd o con Prc, e che in questi anni si è mostrata e ha chiesto un nuovo senso politico. Penso alla provocazione salutare di Nanni Moretti a Piazza Navona, ai tre milioni che si ritrovano a Roma per tutelare l’articolo 18, agli autoconvocati di piazza San Giovanni, fino ai centomila di Bari, della grande manifestazione di Libera per riprenderci la lotta alla mafia come lotta civile di tutto il Paese. Insomma, esiste un Paese che non so se oggi partecipa, è schierato, milita nel nostro movimento, nel Prc, nei Verdi o altrove, ma che vuole essere rappresentato e che ha difficoltà ad accettare l’autosufficienza del Pd».

Come vi muoverete rispetto al Pd?
«Dobbiamo lavorare per un nuovo centrosinistra che nulla abbia a che fare con l’esperienza dell’Unione, che è stata pessima per la sua stagione di governo ma anche per la molteplicità di voci, di storie, anche di interessi che rappresentava . Noi pensiamo che il centrosinistra sia un luogo di politica coerente, ma dentro questo crediamo che ciascuno debba fare la propria parte con autonomia. Allo stesso tempo deve esserci una convinzione di fondo, e cioè che nessuno è autosufficiente. Che non è autosufficiente il Pd e non è autosufficiente nemmeno questa sinistra di nuovo conio. Questa autosufficienza sta nel senso e nella qualità di una collaborazione nel rispetto delle reciproche autonomie».

Per lei la fase è ancora fluida...
«Noi pensiamo di lavorare per un centrosinistra che possa incontrarsi nel merito delle scelte politiche. Tutto questo va fatto non attraverso processi di annessione ma nell’autonomia delle nostre posizioni e in un convincimento comune che soltanto un centrosinistra rinnovato può offrire una stagione di governo a questo Paese».

di Eduardo Di Blasi da l'Unità del 12 maggio 2008

giovedì 8 maggio 2008

Alla sinistra del Pd

C’è qualcosa di inquietante nel panorama politico che è apparso ai nostri occhi dopo che i fumi dei fuochi d’artificio della campagna elettorale si sono depositati sul terreno. Lo spettacolo a sinistra è desolante. La duplice sconfitta della cosiddetta “area radicale” e del progetto riformista moderato del Pd, ci consegna una lacerante divaricazione tra una sinistra che perde se stessa lungo la strada del moderatismo e una che si abbarbica alle antiche radici intese non già come linfa vitale di una rigenerazione ma come feticcio o, ancor peggio, come mera difesa di piccole rendite di posizione.
Tra questi due poli divaricanti dovrebbe collocarsi una nuova sinistra. Ma chiediamoci: esiste lo spazio politico ideale per questa nuova sinistra?
Una cosa è certa: la sinistra arcobaleno non è riuscita a rappresentare tale esigenza. In verità, non ci ha nemmeno provato. Sono venuti meno alcuni presupposti - una cultura di governo e l’accettazione dell’orizzonte ideale del socialismo europeo - che potevano rendere credibile quel tentativo. L’anelito verso la ricerca di una nuova frontiera, che ha contraddistinto l’impegno di Sinistra democratica e di un parte di Rifondazione, è stato contraddetto dai ritardi e dalle resistenze che di fatto hanno ridotto l’insieme dell'iniziativa a un mero cartello elettorale. Lo stesso vagheggiamento dell’opposizione per l’opposizione ha favorito la macchina micidiale del “voto utile” che ha spinto gran parte degli stessi elettori di Rifondazione comunista a votare per il Partito democratico.
In questa commedia degli equivoci è rimasto sconfitto tutto il centrosinistra, vittima delle reiterate azioni autolesioniste con le quali i vecchi gruppi dirigenti partitici hanno, in vari momenti e in vari modi, affossato il “Grande Ulivo”. Ora, cosa possiamo fare?
Per debellare il male oscuro che ha paralizzato le diverse coalizioni di centrosinistra occorrerebbe superare alla radice l’idea nefasta delle due sinistre, una di governo e l’altra di opposizione. I due capisaldi - cultura di governo e identità socialista - chiamano in causa una sinistra che sappia superare la divisione tra riformisti e sinistra radicale, che sia ferma nei principi, ma di governo. Una simile sinistra non sta al governo ad ogni costo, ma non sta nemmeno ad ogni costo all’opposizione. Svolge il proprio ruolo - quello che le è stato affidato dai cittadini - con la medesima cultura di governo.
Tuttavia qualcuno potrebbe ancora obbiettare: al di là delle ragioni della politica, quali sono le ansie, i problemi, le rivendicazioni che potrebbero definire, sia pure a grandi linee, lo spazio di una nuova formazione politica?
Credo che per rispondere in modo compiuto - e non solo politicistico - a questi interrogativi, occorrerebbe ridefinire il terreno sociale ed economico sul quale si manifestano le contraddizioni del nuovo millennio. Ciò richiederebbe, come ciascuno può ben comprendere, una ricerca di ampio respiro. Tuttavia non intendo esimermi dal sottolineare alcuni temi di scottante attualità che contraddicono la cultura dominante neoliberista. Quella cultura che è la matrice di tutte le teorie tendenti a dichiarare morto e sepolto il mondo del lavoro salariato, inesistenti le contraddizioni - vecchie e nuove - interne al modello di sviluppo capitalistico, assurdamente palingenetiche le richieste di un rinnovamento radicale delle società attuali, al punto tale da rendere obsoleta, se non risibile, l’esistenza stessa di una sinistra alternativa.
In realtà tutto ci dice che siamo di fronte a una nuova fase critica del capitalismo su scala mondiale. Mutano i soggetti e la forma delle contraddizioni, ma rimane la sostanza della critica.
Prima considerazione. Il mondo del lavoro.
I dati parlano chiaro e in modo agghiacciante. Quando Marx era celebrato, copiato, vezzeggiato e usato da quasi tutta la cultura mondiale, i lavoratori salariati erano solo cento milioni. Adesso che l’intellettualità, cosiddetta moderna, si fa beffe dell’idea stessa dell’estensione del lavoro salariato, i lavoratori salariati sono passati da cento milioni a due miliardi.
Seconda considerazione. Di questi due miliardi una parte rilevante è costituita da un miliardo e mezzo di nuovi lavoratori globali aventi diritti e salari minimi e mezzo miliardo di lavoratori dei paesi sviluppati aventi diritti e salari elevati.
Terza considerazione. Si ripropone in una forma nuova la tesi di Marx sulla funzione dell’“esercito industriale di riserva” (i disoccupati) nel determinare contraddizioni interne al mondo del lavoro e indebolire l’azione degli occupati per più alti salari e per la difesa dei diritti sindacali.
In tale contesto, la stessa flessibilità, oltre a trasformare la precarietà nel lavoro in precarietà di vita, contribuisce alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative.
Questa immane lotta tra i poveri su scala planetaria reca con sé nuovi conflitti sociali all’interno del popolo, determina una concorrenza cieca e senza esclusione di colpi di cui si alimentano tutte le nuove contraddizioni: da quelle legate agli attuali biblici movimenti migratori, ai temi stessi della sicurezza, su cui si fonda la scissione, anche nel voto, dello stesso operaio, tra la sua figura di produttore (che risponde ai sindacati) e quella di cittadino (che sente il richiamo della destra sui temi dell’immigrazione e della sicurezza).
Un altro terreno su cui mutano i soggetti e la forma delle contraddizioni, ma non la sostanza della critica all’attuale stato di cose, è quello ecologico. Anche questo è un tema che è diventato banale, fino a sfumare in un conformismo riformistico che si infrange impotente contro le alte scogliere delle cittadelle fortificate dell'attuale modello di sviluppo. Ciò avviene perché non si è ancora compreso che occorre ripensare la nozione stessa di progresso, dal momento che viviamo le laceranti contraddizioni tra la necessità di uno sviluppo allargato all’intera umanità e l’esigenza della difesa della natura e dell’equilibrio ecologico del pianeta; tra tecnologia e occupazione; tra internazionalizzazione dei processi produttivi e accentramento delle sedi di decisione e di controllo; tra sovranazionalità e particolarismi e conflittualità etniche e religiose.
E che dire del tema capitale su cui è nata la sinistra mondiale, quello della giustizia? Ormai tutti possono vedere che la più grande ingiustizia che sconvolge la comunità umana è il divario pauroso tra la ricchezza di pochi e l'abissale povertà della maggioranza degli uomini. Come non cogliere che tutto ciò non lo si risolve con la carità redistributiva - che pure è insufficiente - ma chiama in causa l’organizzazione economica e sociale, i modelli produttivi, di vita e di consumo, dei paesi più ricchi?
Chi rappresenta tutto questo? Chi darà voce al mondo dei salariati, dei precari, ai nuovi soggetti figli dei drammi del nostro tempo?
Ho visto che alla notizia della scomparsa della sinistra “radicale” dal Parlamento, alcuni commentatori si sono chiesti attoniti: ma ora chi rappresenterà le tensioni sociali? Correremo il rischio di manifestazioni violente? Il problema è ben più ampio.
C’è da rappresentare un universo in movimento. Questo universo plurale e articolato non può essere compiutamente espresso né dalla sinistra radicale né da un riformismo pallido e appannato. Ci vuole una forza animata da una effettiva cultura di governo. Ma che abbia nello stesso tempo il senso e la dignità di un progetto autonomo.
Ho più volte affermato di non avere alcuna nostalgia conservatrice per la vecchia sinistra e di non avere nemmeno alcuna prevenzione verso la formazione di un nuovo partito democratico, che si inscrivesse nell’area della sinistra, capace di fondere, attraverso una effettiva contaminazione ideale e politica i diversi riformismi della tradizione politica italiana. Ma a mio avviso si è scelta una scorciatoia sbagliata. Sarebbe stato meglio meno ma meglio.
Quella ipotesi infatti, a mio parere, doveva essere favorita dal formarsi di una grande coalizione - soggetto politico - nella quale ogni componente, pur mantenendo, almeno all’inizio, la propria identità di partenza, fosse tuttavia ispirata dalla medesima tensione ideale e morale verso una politica profondamente rinnovata.
Era l’idea della Carovana. Il “Grande Ulivo” incominciò a incarnare quella idea. In quella occasione uomini e donne che il muro ideologico della guerra fredda aveva divisi si ritrovarono dalla stessa parte, dando vita ad una effettiva esperienza unitaria di base.
La rottura di quella esperienza perpetrata nel nome del primato dei vecchi partiti è stata un vero e proprio delitto politico. La formazione di un partito democratico che è rimasto isolato nel campo, ormai deserto, del vecchio centrosinistra ha fatto il resto. Rimane tutto intero il problema della rappresentanza politica di grandissima parte delle tensioni e delle aspirazioni che attraversano la nostra società.
In questa situazione abbiamo davanti a noi due strade da percorrere. La prima è quella di dar vita, tra il Pd e le componenti residuali di una vecchia sinistra radicale, ad una nuova formazione politica che, muovendosi all’interno dell’orizzonte ideale del socialismo europeo, vada oltre le antiche appartenenze. Si tratterebbe di un’opera immane, che oltretutto sarebbe costretta a muoversi contro il senso comune semplificatorio che sta infuriando alla cieca sul sistema politico italiano. La semplificazione - da me più volte invocata - rispetto al proliferare di partitini che non hanno alcuna ragione storica al di fuori dell’autovalorizzazione dei loro apparati, è un conto; altro conto è l’autentica rappresentanza di un imperativo di riscatto morale e ideale che sale da una parte rilevante delle moderne società sviluppate. Se non ci poniamo il problema di questa ineludibile “rappresentanza”, tutto il sistema politico italiano rischia di precipitare in una crisi irreversibile e la stessa gigantesca opera compiuta dopo la Liberazione da Togliatti e da De Gasperi per far uscire le masse popolari italiane dal sovversivismo endemico di cui erano ancora prigioniere, verrebbe vanificata.
Queste osservazioni mi suggeriscono l’ipotesi di un modello flessibile, insieme unitario e articolato. Un modello che si proponga l’obiettivo di costruire un nuovo centrosinistra.
Qualcuno ha anche suggerito di riorganizzare la sinistra di cui sto parlando all’interno del Pd.
Non mi faccio il segno della croce: anche questa seconda ipotesi potrebbe essere presa in considerazione. Tuttavia è da escludere un innesto di sinistra all’interno dell’attuale impostazione organizzativa, oltre che ideale e politica, del Pd. Anche in questo caso occorrerebbe un modello flessibile, insieme unitario e articolato. Qualcosa che sia una sintesi più alta tra l’attuale Partito democratico e l’esperienza del “Grande Ulivo”. Ma anche tale ipotesi richiederebbe un ripensamento collettivo delle prospettive strategiche dell’insieme dell’area di centrosinistra.
Lo stesso Pd, o ha un’ipotesi che riguarda l’insieme delle forze di centrosinistra, oppure da solo, come si è visto, non va da alcuna parte. Il gruppo dirigente del Pd, invece di pensare di reclutare, dopo la comune sconfitta di tutto il centrosinistra, piccole pattuglie di sbandati, dovrebbe avere la forza politica e morale dei momenti storici cruciali. Una forza che non si affida alle rese dei conti dentro la nomenclatura, che lasciano il tempo che trovano, ma che si pone il problema effettivo di un ripensamento generale.
Ciò comporterebbe la decisione di dar vita a una seconda costituente del Partito democratico e del nuovo centrosinistra.
Tuttavia in entrambi i casi, sia in quello dell’immediata formazione di un nuovo partito di sinistra, sia in quello di una flessibile e articolata ricostruzione del “Grande Ulivo”, non si potrà prescindere dalla presenza di una grande sinistra democratica e popolare.

di Achille Occhetto da l'Unità del 8 maggio 2008

martedì 29 aprile 2008

Perché l’occidente non va a sinistra

Francesco Algarotti, umanista insigne, racconta, in una novella bizzarra di quel fischio che si congelò in inverno per rifischiare allegro in primavera. Più di venti anni fa, su Micromega, ripresi quello scherzo come metafora di una sinistra che mi sembrava congelata augurandomi, ma con qualche dubbio, che riprendesse a fischiare in una nuova primavera politica. Quel rifischio non l´abbiamo mai sentito. Anzi, in un libro intitolato Il mostro mite Raffaele Simone, riferendosi proprio a quel mio articolo, ne riprende il tema, sviluppandolo in una analisi rigorosa e impietosa, nella quale si domanda «perché l´Occidente non va a sinistra».
Per rispondere alla domanda è impossibile evitare quella che viene prima, ovvia e abusata. Ha ancora significato quella distinzione tra destra e sinistra? Io credo di sì (e il miglior modo di rivelarla è proprio quello di porre questa domanda. Si può stare sicuri che chi risponde che quella distinzione non ha significato è di destra). Ma credo anche che abbia mutato significato. Per circa due secoli, dalla rivoluzione francese in poi, la destra è stata identificata con la conservazione, la sinistra con l´innovazione.
Da tempo non è più così. Si sarebbe tentati dal pensare che le parti si siano invertite. La destra è carica di spiriti irruenti, sedotta dall´innovazione, votata alla crescita, incline alla competizione, anelante al successo. La sinistra richiama l´osservanza delle regole, la fedeltà alle istituzioni, l´ordine della convivenza, la moderazione degli "animal spirits" in nome dell´eguaglianza. Insomma, la destra è all´attacco, la sinistra è sulla difensiva.
Di solito l´indebolimento politico della sinistra – poiché di questo si tratta – è attribuito ai suoi errori e ai suoi orrori.
Agli orrori del comunismo, certo: mai una rivoluzione emersa come potenza liberatrice si è rovesciata e corrotta nella più tetra e lugubre delle oppressioni. Che qualcuno ne nutra nostalgia è materia non di politica ma di psichiatria. Anche agli errori e agli eccessi di un´invadenza statalistica e sindacale che hanno guastato in parte il successo peraltro grandioso del solo socialismo realizzato: quello delle socialdemocrazie e del welfare state.
Ma né gli orrori né gli errori della sinistra spiegano il vero e proprio "rovesciamento della prassi" politica intervenuto nel recente mezzo secolo. La causa principale del quale sta nella scomparsa della "questione sociale" dal centro della scena politica: del conflitto storico tra capitalisti e operai, dovuta a una rivoluzione del modo di produrre e del modo di pensare.
Il formidabile aumento della produttività ha consentito di ridurre la pressione capitalistica sul lavoro spostandola sulle risorse naturali attraverso un gigantesco aumento dei consumi (Reichlin lo ha ben spiegato in un suo recente articolo). La massa omogenea del proletariato industriale si è articolata in un mondo del lavoro dotato di miriadi di competenze specifiche. L´effetto combinato di queste due correnti pesanti ha causato uno spostamento del fulcro dell´economia dal lavoro al consumo e dal lavoro collettivo al lavoro individuale.
Questa torsione del modo di produrre ha generato nelle grandi masse un nuovo modo di pensare. Mentre l´antagonismo dei rapporti di lavoro si riduceva, aumentava l´interesse comune al consumismo. Mentre nel nuovo mondo di un lavoro eterogeneo si attenuava la spinta alla solidarietà, si accentuava l´attrazione verso la cornucopia permissiva traboccante dai mille specchi della pubblicità. Ciò che la neodestra propone – dice in sostanza Simone – è un patto con un diavolo sorridente, con un "mostro mite", che promette di tutto e di più mentre offre un lavoro che può spingersi fino ai limiti del trastullo; come fa Google quando raccomanda ai suoi "ospiti" (come chiamarli altrimenti? lavoratori?) di dedicare almeno un quinto del tempo di lavoro a sane distrazioni. Tocqueville, che aveva previsto proprio tutto, pronosticò l´avvento di un governo «che vuole che i cittadini se la godano, purché non pensino ad altro che a godersela» un governo; che – aggiunge Simone – «assicuri al maggior numero di persone un fascio di esperienze gradevoli e vitalizzanti, che accrescano il loro benessere fisico e psicologico, ma soprattutto le inducano a consumare». Nel suo immaginario non c´è posto né per il padrone delle ferriere né per l´ingegner Taylor col suo cronometro che scandiva le ore piene e i minuti vuoti, ma per quel tempo preso dal divertimento che è diventato l´essenza del lavoro, un sempre più prolungato e affollato weekend.
In questa economia del consumo, si forma sì, un (sotto) proletariato, ma ai margini della società, come "rifiuto", «non certo come scuola di solidarietà e di fratellanza, ma come fonte di inquinante turbolenza in quelle discariche che sono diventate le periferie metropolitane. La massa del ceto medio, quello che meglio si definirebbe il ceto di massa, condivide con l´élite plutocratica valori privati: il postulato di superiorità (io sono il primo tu non sei nessuno); il postulato di proprietà (questo è mio e nessuno me lo tocca); il postulato di licenza (io faccio quello che voglio e come voglio); il postulato di non intrusione dell´altro (non ti immischiare negli affari miei); il postulato che tutti li riassume, di superiorità del privato sul pubblico (fino all´abuso del pubblico come cosa privata). Non può stupire allora che al centro della scena politica sia subentrata alla questione sociale la questione fiscale: il conflitto tra Stato e contribuenti che pretendono servizi pubblici sempre più costosi (perché a differenza di quelli privati non possono essere fronteggiati con aumenti significativi della produttività) ma non tollerano che siano finanziati "mettendo le mani nelle loro tasche".
Questo privatismo è l´opposto dell´individualismo. Mentre quello è espressione di personalità forti, caratterizzate, aperte alle relazioni con gli altri; questo, incerto e timoroso di contatti interpersonali (come chi evita persino le strette di mano) si esprime politicamente non attraverso la discussione, che aborre, ma in quell´attruppamento infatuato attorno a capi carismatici in cui si riconosce la forma moderna del populismo.
Populismo e privatismo si fondono perfettamente nell´ideologia apolitica della neodestra. Sono l´espressione di una formidabile tendenza alla disgregazione sociale che qualcuno (Bauman) traduce nella metafora della "liquefazione". Marx denunciò per primo la tendenza dissolvente insita nel capitalismo: «Tutto ciò che è solido si disperde nell´aria». Questo è appunto uno dei rischi supremi del nostro tempo: quello di una società polverizzata esposta ai venti delle mobilitazioni irrazionali. L´altro, all´altra estremità di una società privatistica e consumistica, è la distruzione del capitale naturale provocata da una crescita economica illimitata e dissennata.
A questi due supremi rischi cui il mite mostro della nuova destra espone l´umanità del nostro tempo, la sinistra non sa opporre che una sterile contestazione o una mimesi compiacente: un pensiero debole. Fino a quando non saprà costruire in un pensiero forte le fondamenta istituzionali di un nuovo ordine mondiale che sia in grado di reggere e regolare la poderosa complessità della globalizzazione, il campo sarà pericolosamente aperto ai demagoghi del mite inganno.

di Giorgio Ruffolo da la Repubblica del 29 aprile 2008

lunedì 28 aprile 2008

Il linguaggio dei vincitori

Sono francamente ammirato dall´impassibilità con la quale tanti commentatori analizzano i flussi elettorali, esaltano la radicale semplificazione del sistema parlamentare, assumono la Lega come riferimento, si chiedono se siamo entrati nella Terza Repubblica o se la Seconda Repubblica comincia solo ora. Ma tanti dati di cronaca, e le sollecitazioni della memoria, mi fanno poi sorgere qualche dubbio e mi spingono a chiedere se la vera novità di queste elezioni non consista nell´emersione piena di un modello culturale, sulle cui caratteristiche hanno in questi giorni scritto assai bene su questo giornale Nadia Urbinati e Giuseppe D´Avanzo.
Non giriamo la testa dall´altra parte. Quel che è appena accaduto, e si sta consolidando, riguarda davvero "l´autobiografia della nazione". Non riesco a sottovalutare fatti che troppi si sforzano di considerare minori, che vengono confinati nel folklore, assolti da Berlusconi come simpatiche e innocue forzature del linguaggio da parte degli uomini della Lega. E invece dovremmo sapere (quanto è stato scritto su questo argomento?) che proprio il linguaggio è la prima e rivelatrice spia di mutamenti profondi che investono la società e la politica. L´elenco è lungo, e non riguarda solo la storia recentissima.
Si cominciò da pulpiti altissimi con l´aggressività verbale eretta a comunicazione politica quotidiana, considerata troppe volte come una simpatica bizzarria e dilagata poi in ogni possibile contenitore televisivo, sdoganando ogni becerume anche nei luoghi propriamente istituzionali. E il linguaggio non è solo quello verbale. Si sono fatte le corna nei vertici internazionali e si è mangiata mortadella in Senato, si continuano a disertare le manifestazioni del 25 aprile e si elegge il Bagaglino a rappresentante della cultura nazionale. Commentando il colpo di mano del Presidente della Commissione europea che ha tolto all´Italia le competenze in materia di libertà, sicurezza e giustizia, si è detto che è meglio così, che è preferibile occuparsi di trasporti piuttosto che di "omosessualità". Per fortuna non si è parlato di "culattoni", riprendendo il simpatico linguaggio della Lega: ma, di nuovo, il linguaggio è rivelatore, anche perché rende palese una cultura incapace di comprendere la dimensione dei diritti civili. Sempre scorrendo le cronache, scopriamo che il futuro Presidente della Camera dei deputati apostrofa, sempre simpaticamente, un immigrato come "paraculo" mentre si investe, non si sa a quale titolo, della funzione di controllo dei documenti. Di un futuro ministro leghista ci viene offerto un florilegio di citazioni su stranieri e immigrati, sulle sanzioni da applicare, che non ha nulla da invidiare ai suoi più noti ed estroversi colleghi di partito. Un bel ponte tra passato e futuro, una indicazione eloquente degli spiriti che nutrono la nuova maggioranza, all´interno della quale si fa sentire sempre più forte la voce di chi invoca la pena di morte, raccogliendo un consenso che rischia di vanificare il grande successo internazionale del nostro Paese come promotore della moratoria contro la pena di morte approvata dall´Onu.
Di fronte a tutto questo dobbiamo davvero ripetere che le parole sono pietre. Suscitano umori, li fanno sedimentare, li trasformano in consenso, ne fanno la componente profonda di un modello culturale inevitabilmente destinato ad influenzare le dinamiche politiche.
Parliamo chiaro. Una ventata razzista e forcaiola sta attraversando l´Italia, e rischia di consolidarsi. Ammettiamo pure che grandi siano le responsabilità della sinistra, nelle sue varie declinazioni, per non aver colto il bisogno di rassicurazione di persone e ceti, spaventati dalla criminalità "predatoria" e ancor più dall´insicurezza economica, vittime facili dei costruttori della "fabbrica della paura". Ma questa ammissione può forse diventare una assoluzione, un modo rassegnato di guardare alle cose senza riconoscerle per quello che davvero sono? La reazione può essere quella di chi alza le mani, si arrende culturalmente e politicamente e si consegna al modello messo a punto dagli altri, con un esercizio che vuol essere realista e, invece, è suicida? Doppiamente suicida, anzi. Perché non si compete efficacemente quando si parte dalla premessa che la ragione di fondo sta dall´altra parte: l´imitazione servile, in politica, non rende. E, soprattutto, perché si consoliderebbe proprio il modello che, in nome della civiltà, dev´essere rifiutato e combattuto. Le possibilità di ripresa delle forze di centrosinistra passa proprio dalla piena consapevolezza della necessità di una immediata messa a punto di una strategia diversa.
Aggiungo che vi è un elemento meno appariscente di quel modello che ha lavorato nel profondo, che può apparire meno insidioso e che, quindi, può non suscitare la reazione necessaria. Mi riferisco ad una idea di comunità chiusa, che coltiva distanza e ostilità; che spinge a chiudersi nei ghetti; che fomenta il conflitto tra i gruppi sociali contigui. Anche questa è una lunga storia, perché molte ed esemplari sono le "guerre tra poveri". Che non sono scongiurate elevando muri e neppure predicando una tolleranza che in questi anni si è trasformata in accettazione dell´altro alla sola condizione che faccia ciò che ci serve e che i nostri concittadini rifiutano, alle condizioni che imponiamo: e poi, esaurita questa funzione e calata la sera, quelle persone si allontanino sempre di più, isolandosi nelle loro comunità, lontani dagli occhi e, soprattutto, liberandoci da ogni inquietudine umana e sociale. Dobbiamo affrancarci dalle suggestioni del comunitarismo, che presero Tony Blair, solleticarono anche qualche politico della nostra sinistra e, ora, rischiano di tornare alla ribalta per chi si fa abbagliare dall´esempio leghista.
Di tutto questo non basta parlare. È questa diversa cultura, che ha tanto giocato anche nell´esito elettorale, a dover essere analizzata. Altrimenti, le considerazioni sui comportamenti elettorali rimarranno monche e le stesse proiezioni nella dimensione istituzionali saranno distorte. Non è solo un doveroso esercizio di pulizia intellettuale. Se si pensa che vi sono emergenze che devono essere fronteggiate con forte spirito politico, e il degrado culturale lo è al massimo grado, bisogna essere chiari e necessariamente polemici. Guai a dare una interpretazione del "dialogo" tra maggioranza e opposizione che induca a mettere tra parentesi le questioni più scottanti. Bisogna rendersi conto che ammiccamenti e tatticismi qui non servono a nulla, e dire alla maggioranza che in questa materia, davvero, non si può negoziare. Solo così può nascere una alleanza non strumentale tra politica e cultura, che investa anche schieramenti diversi; e, forse, qualche apertura per uscire da un clima che si è fatto irrespirabile.
Un piccolo, finale esercizio di relativismo culturale. Le cronache ci hanno parlato di un Tony Blair sorpreso senza biglietto sul treno tra l´aeroporto e Londra. Anche i nostri giornali hanno biasimato il fatto, riprendendo le giuste reazioni inglesi. Ma, da noi, doveva essere in primo luogo sottolineato come un potente ex primo ministro di una grande nazione non si servisse di auto di Stato. Questi sono i modelli culturali che ci piacciono.

di Stefano Rodotà da la Repubblica del 28 aprile 2008

giovedì 24 aprile 2008

Se i poveri cancellano la sinistra

Perchè gli operai e gli strati poveri della popolazione non votano a sinistra? Perché votano in misura non trascurabile a destra? Queste sono le domande semplici e fondamentali a cui dovrebbe rispondere la sinistra sconfitta. Credo che solo dalla risposta ad esse possa iniziare la sua ricostruzione. Perché - come ha efficacemente detto Mario Tronti - una sinistra incapace di riscuotere la fiducia degli operai non è una sinistra. E lo è tanto meno se si vede rifiutata dalla parte più povera del popolo.
Cominciamo col dire che i poveri e gli operai che votano a destra non sono un fenomeno nuovo e non sono solo italiano. L'attuale presidente americano George Bush, la cui presidenza ha visto un consistente aumento del numero dei poveri, da questi è stato tuttavia votato. In un'intervista al Corriere della sera il politologo americano Michael Walzer ricordava che il voto italiano del 13 e 14 aprile fa venire in mente che nel 1980 per eleggere Reagan "decisivi furono i cosiddetti Reagan Democrats , elettori della classe operaia bianchi, spesso cattolici che avevano deciso di lasciare il loro partito e votare repubblicano". La crisi della sinistra francese è stata plasticamente evidente nel passaggio delle periferie proletarie tradizionalmente di sinistra alla destra e anche alla destra xenofoba di Le Pen. E si potrebbe continuare.
Nulla di nuovo sotto il sole quindi. Non è nuova neppure l'incapacità di rispondere a questa domanda che la sinistra finora ha dimostrato. Come lo struzzo che, di fronte al pericolo, non lo affronta ma nasconde la testa sotto la sabbia. Ma essa nelle elezioni italiane è apparsa più che mai grande.
Ha portato non al suo ridimensionamento, ma alla sua scomparsa, E soprattutto, osservando il dibattito che si è aperto, è rimasta anche dopo i disastrosi risultati elettorali.
Un tentativo di rispondere a questa domanda è venuta da Barack Obama il sei aprile a San Francisco. Nelle piccole citta colpite dalla crisi - ha detto il candidato democratico - l'amarezza è tale che la persona si sente perduta ed è a quel punto che s'aggrappa non alle reali soluzioni del disagio economico, ma a valori e stili di vita culturalmente consolatori: l'uso delle armi o della religione, la ripugnanza del diverso, dello straniero. E lo stesso Walzer ricorda che i "Reagan Democrats" avevano cambiato schieramento perché erano diventati sensibili a questioni - aborto immigrazione , pena di morte - che fin lì erano rimaste nello sfondo.
«Sono decenni - ha scritto di recente Barbara Spinelli sulla Stampa , affrontando il problema con la consueta profondità - che le cosiddette questioni culturali sono invocate in America per occultare difficoltà e misfatti economici».
Il meccanismo al quale in questi anni abbiamo assistito (anche se abbiamo evitato di affrontarlo) è pressochè identico. Di fronte alla sfiducia nella capacità di chi storicamente si è posto questo compito, cioè la sinistra, di risolvere i problemi sociali, problemi che la globalizzazione rende ancora più grandi, più gravi e più impellenti le classi popolari si rifugiano in un sistema valoriale, identità, territorio, sicurezza. E qui incontrano la destra che di quei valori o di quei disvalori è portatrice mentre la sinistra è drammaticamente assente. Insomma alla incapacità di affrontare questioni sociali che stanno modificando - e in peggio - le condizioni dei più poveri si somma l'assenza nel dibattito sui sistemi valoriali o sulle modalità etiche che dovrebbero guidare la società. Anzi la sinistra quelle questioni le teme, cerca di tenerle lontane dal dibattito politico, invocando nei casi migliori la libertà di coscienza, o rimanendo staticamente legata a vecchie discussioni e a vecchie conclusioni.
In questo rapporto fra incapacità di affrontare i temi sociali e garantire realmente la difesa del lavoro e dei salari ed assenza dai temi etici si è formata ed è cresciuta l'estraneità dei poveri nei confronti della sinistra e si è definito il nuovo comportamento elettorale. Determinante la paura di perdere, dopo essere stato privato delle conquiste e i diritti sociali, quel poco che ai poveri rimane: la famiglia, i valori della propria comunità, la propria religione, le proprie tradizioni.
Il libro di Giulio Tremonti "La paura e la speranza" racconta questo passaggio, lo teorizza, ne fa la base della cultura della destra oggi al governo del paese.
Il nemico individuato è la globalizzazione e il modo in cui essa si esprime, cioè mercatismo, il mercato senza regole e norme, lasciato a se stesso che sta distruggendo il pianeta e la vita delle donne e degli uomini che non riescono più ad avere livello di vita decente. Per Tremonti il mercatismo è un meccanismo neutro che non ha alcun rapporto con la destra anzi se mai ha un legame con il comunismo (pensiero unico e uomo a taglia unica), ma a questo occorre opporsi. Come?
La speranza non viene da un nuovo sviluppo economico, dalla lotta alla globalizzazione e al mercato senza regole in nome di una regolazione del mercato che salvaguardi nuovi livelli di giustizia sociale e di eguaglianza fra i popoli della terra ma dalla riproposizione dell'identità dell'Europa cristiana. Dalle sette parole d'ordine che Tremonti elenca: valori, famiglia, identità, autorità, ordine, responsabilità, federalismo.
Ecco Tremonti ha teorizzato e ha proposto ciò che la destra nel mondo ha fatto, la linea politica e culturale su cui i neocon hanno egemonizzato l'amministrazione americana.
A questo bisogna opporsi. Il modo è tutto da elaborare e su questo la sinistra che ha perso dovrebbe applicare le sue risorse e le sue energie intellettuali. Per quanto mi riguarda penso che la capacità di modificare la condizione sociale non possa essere disgiunta da un intervento altrettanto coraggioso ed energico sulla costruzione di nuovi valori. In una società fluida e disgregata, vita, lavoro, socialità sono strettamente, se pur disordinatamente, intrecciate. La destra ha vinto perché ha saputo fornire una narrazione, ha saputo offrire una esposizione di un sistema di valori e di speranze che hanno avuto più forza di qualunque singola proposta di miglioramento sociale ed economico.
Di recente Nichi Vendola, governatore della Puglia, ha raccontato ad Otto e mezzo un episodio che mi ha colpito. Ha detto di essersi adoperato concretamente e con serietà amministrativa perché un gruppo di lavoratori ricevesse dei benefici che fino ad allora erano stati negati. Ha ricevuto molti ringraziamenti e una sincera gratitudine, ma - ha detto - ho avuto la netta sensazione che al momento del voto altri sarebbero stati i loro percorsi.
Insomma anche Nichi Vendola ha verificato quel divorzio fra il discorso delle pratiche e il simbolico di cui ha recentemente parlato Giacomo Marramao. Ma tutti lo verifichiamo ogni giorno nella nostra esperienza quotidiana. E allora da qui dobbiamo cominciare per avere dalla nostra parte i poveri. O meglio, per stare noi, di sinistra, dalla loro parte.

di Ritanna Armeni da Liberazione del 24 aprile 2008

martedì 22 aprile 2008

La sinistra rinasce se socialista ed europea

Massimo Luigi Salvadori è professore emerito dell’Università di Torino, chi segue i suoi interventi sa bene come abbia più volte paventato il rischio d’isolamento della sinistra, ed oggi che i dati essenziali delle recenti elezioni sono sotto gli occhi di tutti, ovvero sia un successo di Berlusconi e alleati che è andato al di là di ogni previsione; all’interno di questo una forte affermazione della Lega che costituisce la sorpresa maggiore; uno scacco del Partito democratico che non si è neppure avvicinato allo schieramento avversario; un fallimento devastante del Partito socialista da un lato e dall’altro della Sinistra Arcobaleno risultati addirittura esclusi dal Parlamento, qual è il primo commento, e come va giudicato lo scacco subito dal Partito democratico?

Il Pd non solo non ha vinto la contesa, ma nel tipo di consenso che ha avuto, non ha ottenuto quella penetrazione nell’elettorato di centro che costituiva un fine essenziale della sua strategia; ha raggiunto una percentuale che non supera significativamente quella in precedenza derivante dalla somma dei consensi ottenuti dai partiti che si sono fusi o alleati con esso; mentre ha puntato ridurre ai minimi termini sia i socialisti sia la Sinistra Arcobaleno, ha pescato nel potenziale bacino elettorale di questi ultimi il voto di molti che, presi nella morsa Veltroni o Berlusconi, hanno obtorto collo optato per il primo. Il risultato è che il Partito democratico non ha sfondato al centro secondo quella che costituiva una sua direttiva strategica essenziale e ha contribuito in maniera determinante a far restare fuori dal Parlamento Socialisti e Arcobaleno.

Vi è allora una responsabilità del Pd per lo svuotamento della sinistra?
E’ del tutto fuorviante addossare il fallimento del Partito Socialista e della Sinistra Arcobaleno a Veltroni, il quale, comunque la si giudichi, ha fatto la sua politica, rendendo esplicito prima del voto che il Partito democratico non intendeva stringere rapporti con l’uno e con l’altro. Questo fallimento ha radici lontane, non contingenti. Le elezioni fatte con la vigente legge elettorale hanno fatto unicamente precipitare due crisi profonde. A mio avviso la sconfitta è meritata. La tardiva costituente socialista non aveva rinnovato pressoché niente; e un Partito socialista che ha condotto la sua campagna battendo prevalentemente il tasto – di per sé giustissimo e della massima importanza – della difesa della laicità dello Stato senza dire se non poche parole generiche in materia di politica sociale ha vanificato in partenza il suo messaggio. Dal canto suo, anche l’unione sfociata nella Sinistra Arcobaleno ha avuto il carattere di un tentativo di rinnovamento della penultima ora, che non ha convinto e fatto presa, come si è visto, in primo luogo sugli operai. I rinnovamenti affrettati, poco chiari nelle indicazioni e nelle prospettive condotti da un personale dirigente troppo composito nelle sue componenti e nella sua cultura politica risultano sospetti per loro natura e poco credibili.


Ma allora quale futuro per una sinistra in Italia?

Sono d’accordo con chi afferma che la sinistra in Italia non deve morire e ritrovare uno spazio significativo. Non essere in Parlamento è grave, ma non una tragedia irrimediabile. Ma, quando si vede che, già il giorno dopo una tale sconfitta, nella Sinistra Arcobaleno vi è chi denuncia l’errore di non aver agitato, a incominciare dalle schede, falce e martello e intende rifondare nuovamente ciò che era già stato rifondato; e che si minacciano ennesime scissioni, allora viene da pensare che la speranza abbia cessato di essere anche l’ultima dea. O la sinistra rinasce socialista europea, capace di un programma riformista incisivo, oppure, almeno questa è la mia convinzione, non rinascerà affatto. Resterà e sempre più diventerà una forza marginale che si è emarginata da sola.

mercoledì 16 aprile 2008

lunedì 7 aprile 2008

Il leader Sd replica a Franceschini: "Nader siete voi che avete rotto l´alleanza"

ROMA - L´ira di Fabio Mussi. «Un´intervista inaudita. Franceschini prova forse a prenderci per i fondelli?».

Ha lanciato un appello agli elettori della sinistra.
«No, è un vero e proprio ricatto elettorale. Prima il Pd ci scarica e ora, in extremis, di fronte ad una possibile, probabile sconfitta ecco che mette le mani avanti e si prepara ad addossarci la responsabilità del flop. Se Berlusconi vince, è colpa della sinistra che non vota Veltroni. Ma per favore. Io allora l´accusa la rovescio per intero».

In che modo, ministro?
«Mon ami, Ralph Nader c´est vous, siete voi del Pd. Mica Bertinotti».

Tesi piuttosto ardita. Va spiegata.
«La competizione si sta giocando esattamente con le regole che il Pd ha voluto, le squadre si affrontano con lo schema perseguito ostinatamente da Veltroni: la competizione con Berlusconi senza la sinistra. Non l´abbiamo certo voluta noi la fine del centrosinistra».

Ma anche per Rifondazione e la sinistra, dopo il governo Prodi, la fase dell´Unione era chiusa.
«Con i miei amici della Sinistra arcobaleno ho insistito molto, all´indomani della crisi di governo, per un incontro con Veltroni, per capire che margini c´erano. Noi la mossa l´abbiamo fatta ma dall´altra parte abbiamo trovato un muro. Il leader del Pd, alla fine, fece filtrare l´idea di una separazione consensuale. Ma quando mai: la scelta fu loro. Al diavolo la sinistra. Però stranamente in certi casi i voti della sinistra non olent, non puzzano».

Quando?
«Al comune di Roma, alle regionali in Sicilia, in centinaia di comuni in tutta Italia, dove il Pd si presenta insieme a noi».

La partita fra Veltroni e Berlusconi non si gioca sul filo dei voti?
«Non credo, ma ammesso e non concesso l´uscita di Franceschini è anche tecnicamente sbagliata: al Senato la Sinistra toglierà più seggi al Pdl che al Pd. Conti alla mano. Una ragione in più per impegnarsi al massimo, ovunque, a superare lo sbarramento dell´otto per cento. Scaricare su di noi è troppo facile e comodo, sia in chiave pre-elettorale ma anche post-elettorale...».

Allude ad una resa dei conti all´interno del Pd, in caso di sconfitta?
«Non metto bocca, le dinamiche interne del Pd sono cose che non mi riguardano più. Certo che a rovesciare su di noi i problemi loro, sono piuttosto abituati. Come per i 20 mesi di governo. Avevano 20 ministri su 25, il presidente del Consiglio, due vicepremier. Molti onori e molti oneri. Invece, se a Palazzo Chigi le cose non hanno funzionato, di chi è la colpa? Ma è ovvio: del ministro Mussi, di Ferrero, di Pecoraro. Ma ci sarà in quel partito qualcuno che si assume una responsabilità, "adsum qui feci", come citava spesso Alessandro Natta? Comunque, nelle parole di Franceschini c´è qualcosa di ancora più inquietante, che mi fa rizzare i capelli».

Addirittura?
«Il presidenzialismo di fatto, che si realizzerebbe nel nostro paese con la vittoria di Veltroni o di Berlusconi, al tempo stesso premier, segretario di partito e capo della maggioranza parlamentare. Vorrei ricordare a Franceschini che l´Italia è un regime parlamentare. E che meno di due anni fa abbiamo chiamato il popolo italiano ad un referendum per bocciare la riforma costituzionale della destra, a forte impalcatura presidenzialista. Adesso il vicesegretario pd ci propina l´elogio di tutti i poteri al leader. Ce lo dica: si preparano a ripresentare insieme a Berlusconi quella stessa controriforma bocciata dagli italiani?».

Appello al voto pro-Veltroni rispedito al mittente.
«Di più. Lo faccio io un appello, al vecchio elettorato dei Ds. Date un voto che garantisca le persone che si sentono di sinistra, fate in modo che siano rappresentate, e perché in futuro si possa tenere aperta una prospettiva di governo di centrosinistra. Influendo sulla politica del Pd».

di Umberto Rosso da la Repubblica del 7 aprile 2008

mercoledì 19 marzo 2008

Quel mondo capitalista da cui è nato il salariato

Salario era la razione di sale corrisposta ai legionari al tempo dei Romani. E Salaria era la via lungo la quale si trasportava il sale dalla Sabina a Roma. Essa incrociava vicino alla foce del Tevere la via Campana che collegava le genti etrusche con quelle greche, costituendo quel centro di traffici che divenne Roma. Del salario si parla però pochissimo nell’antichità. Le mansioni affidate oggi ai lavoratori manuali erano imposte agli schiavi e le attività libere erano svolte dalla famiglia, soprattutto dalle donne (filatura, tessitura eccetera). Non si parlava di salario perché non c’era una classe di salariati. Inoltre, il lavoro fisico e materiale era altamente disprezzato. Poteva essere molto apprezzato l’artigianato e l’attività intellettuale (poeti, traduttori) nonché quella ludica (giocolieri danzatrici, cantori): ma solo nell’ambito di relazioni individuali, non di un "mercato". I salariati sono una invenzione del capitalismo all’inizio della modernità. Si scopre che, anziché comprare e vendere uomini e donne, facendoli lavorare o usandone gratuitamente, ma anche accollandosi tutti i costi della loro, per quanto grama, esistenza, era molto più conveniente comprare la loro forza lavoro, pagandola il meno possibile e vendendo sul mercato il loro prodotto. È alla fine del Medioevo che nasce così il "mercato del lavoro", anche grazie a una rarefazione dell’offerta di lavoro provocata dalla peste.

Ma per vere e proprie teorie del salario bisogna aspettare gli economisti classici: Smith Malthus e Ricardo soprattutto. Le teorie classiche sul salario sono comprese in quella branca dell’economia politica che si occupa della distribuzione del reddito. Si tratta di spiegare il ruolo economico delle tre principali classi sociali: proprietari terrieri, imprenditori capitalisti, lavoratori e la natura dei loro redditi: rendita profitto e salario. La teoria classica parte dunque da una visione molto concreta della società e della sua divisione in classi. La versione più pertinente della teoria classica è quella che considera la rendita come una specie di tassa pagata ai proprietari per l’uso delle loro terre, legata alla loro fertilità; il salario come una remunerazione legata alle esigenze vitali elementari; e il profitto come il reddito dell’imprenditore che residua dopo aver pagato rendite e salari. Si può dire che essa riflette "brutalmente" i rapporti di forza tra le tre classi: proprietari (in parte aristocratici) imprenditori (borghesi) e lavoratori (proletari).

Ci sono altre versioni, anche in Smith e in Ricardo, della teoria classica, per qualche aspetto anticipatrici delle successive teorie neoclassiche; ma questo è il suo più caratteristico approccio. Se si può parlare delle simpatie degli economisti classici, non c’è dubbio che, nell’insieme, esse erano rivolte ai capitalisti imprenditori, con atteggiamenti compassionevoli nei riguardi dei proletari, e malcelato disprezzo per gli aristocratici proprietari. Non vi è traccia di riferimenti al concetto di "sfruttamento". L’aspetto normativo della teoria è esplicitamente conclamato: è la richiesta di una politica della più ampia libertà degli scambi che lasci ai capitalisti l’iniziativa delle loro imprese e al mercato la determinazione dei prezzi, senza intrusioni politiche e amministrative e con la sola garanzia della maggiore possibile concorrenza (liberismo). Concorrenza nella formazione dei prezzi e concorrenza nella determinazione dei salari, affidata alla "libera" contrattazione tra imprenditori e lavoratori.

Se c’è una forza attrattiva che influisce oggettivamente sulla determinazione del salario è quella del "valore lavoro" (la quantità di lavoro incorporata nella prestazione dei lavoratori). È proprio da questo concetto "ricardiano" che parte Carlo Marx per il suo "grande assalto", come lo chiama Galbraith, alla teoria classica, non tanto nelle espressioni dei suoi fondatori, ma nei riguardi di quei loro esegeti che definisce "economisti volgari" per le loro scoperte tendenze apologetiche nei riguardi delle nuove classi dominanti. Il nucleo forte dell’attacco è la teoria dello sfruttamento. Il salario è mantenuto, più o meno, al livello del valore-lavoro, grazie alla formazione di un’armata di riserva di disoccupati che preme attraverso la concorrenza tra i lavoratori. E il capitalista intasca tutta la differenza tra il prezzo del prodotto, venduto al suo valore nel mercato dei prodotti e il prezzo del lavoro, comprato al suo valore nel mercato del lavoro. Notare che Marx, diversamente da Proudhon non accusa i capitalisti di alcun "furto" (sottrazione di valore). Essi comprano forza lavoro al suo valore e vendono prodotti al loro valore. La differenza è data dal fatto che i lavoratori, una volta ingaggiati, lavorano per una durata superiore a quella che sarebbe necessaria a pagare il loro valore: un pluslavoro che genera sul mercato un plusvalore, che è l’essenza del profitto. Questo è l’"onesto" gioco di prestigio che si chiama "sfruttamento" e che genera un conflitto insanabile tra capitalisti e proletari.

Di tutt’altra natura è la spiegazione del salario offerta, nell’ambito di una teoria della distribuzione del reddito radicalmente diversa dalla teoria classica, dalla cosiddetta teoria (in realtà un complesso di teorie) neoclassica, fiorita tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, soprattutto in Austria e in Inghilterra. Il colpo di genio consiste qui nel rovesciamento della prospettiva epistemologica. Si parte non più da una visione storica oggettiva delle classi sociali, ma da assiomi psicologici soggettivi del comportamento individuale. E si rappresentano non più le forme concrete di appropriazione del reddito di quelle classi, in quella situazione storica, ma le forme astratte e astoriche di una distribuzione del reddito che si riferisce non a soggetti sociali concreti (lavoratori, capitalisti, eccetera) ma a "fattori produttivi" astratti (capitale, lavoro, eccetera). Si verifica quella rappresentazione distorta della realtà in base alla quale, come dice Maurice Dobb, «menti incorporee si confrontano con oggetti fantomatici di scelta».

La "rivoluzione keynesiana" ha smontato questa rappresentazione dimostrando come la spontanea dinamica del mercato, a seguito di propensioni diverse al risparmio e agli investimenti, proprie di soggetti diversi, possa condurre a livelli stabili di disoccupazione. In tale caso solo un intervento dello Stato attraverso politiche macroeconomiche, prevalentemente fiscali, può ristabilire l’equilibrio stimolando una crescita della domanda. La teoria keynesiana rifiuta sia l’automatismo mercatistico dell’equilibrio generale neoclassico, sia il catastrofismo palingenetico della teoria marxista, e assegna un compito riformistico equilibratore allo Stato, che incontra le esigenze di benessere collettivo sostenute dalla sinistra socialdemocratica, preservando la logica essenziale del mercato e la sopravvivenza del capitalismo, malgré lui. È questa la stagione del liberalsocialismo. Intanto, grazie all’aumento generale della produttività e al crescente potere dei sindacati, il salario si è elevato ben al di sopra della soglia della sopravvivenza e ha trovato, nel clima riformistico del secondo dopoguerra, un nuovo aggancio al saggio di aumento della produttività, nell’ambito di una politica dei redditi. Ma alla fine degli anni Sessanta l’egemonia keynesiana entrava a sua volta in crisi. Non si può negare che parte di questa crisi sia riconducibile a irrigidimenti salariali provocati dal potere conquistato dai sindacati nel mercato del lavoro, come pure all’eccessiva interferenza delle amministrazioni pubbliche nella sfera economica. La successiva globalizzazione dei capitali e finanziarizzazione della grande impresa va interpretata almeno in parte come una controffensiva capitalistica su larga scala. Sta di fatto che gli anni Settanta e Ottanta segnano il ritorno di un neoliberismo monetarista che pretende di riconsegnare il mercato del lavoro, e quindi il salario, alla "libera" contrattazione su base individuale e cioè, in pratica al gioco dei rapporti di forza originari tra capitale e lavoro.

La pretesa non ha successo che in parte; ma il "combinato disposto" globalizzazione-finanziarizzazione determina alla fine del secolo un deciso spostamento della distribuzione del reddito a favore dei profitti (più particolarmente, delle rendite finanziarie) e a svantaggio dei salari. Intanto l’intero assetto dell’economia è cambiato sotto l’impulso di una mercatizzazione dello spazio mondiale e di un progresso tecnologico che hanno favorito la libertà di movimento e di iniziativa delle grandi imprese. Oggi lo stesso significato di produzione e di produttività è in gioco. E con esso, lo stesso significato sociale del lavoro. È in gioco, insieme alla debolezza del salario, lo stesso senso della crescita, contestato dalla degradazione ambientale. Sul terreno dell’economia sociale, è in gioco l’antico venerato aforisma: crescere per "poi" distribuire. Di fronte all’eternizzazione di quel "poi" e alla crescente insignificanza della crescita, ci si può chiedere se per caso la sequenza dei due termini non debba essere invertita.

di Giorgio Ruffolo da la Repubblica del 07 marzo 2008

sabato 15 marzo 2008

Fascisti su Marte, fuori dall'Europa

Anche in Europa fanno fatica a capire questa destra italiana, così rumorosa, gaglioffa, grossolana perfino nel proprio repertorio semantico, questa destra che con Berlusconi si picca d'una sua scapigliata modernità e poi inciampa nella solita saga di nostalgie, fascismi e saluti al duce. Hans Pottering, l'inamidato presidente del Parlamento di europeo, ha dichiarato che fascisti nel Partito popolare europeo non ne vuole. L'ha ripetuto Jean Claude Junker, presidente dell'Eurogruppo e primo ministro del Lussemburgo: «Chi è questo questo Ciarrapico? Non lo conosco. Ma se si dice fascista, stia lontano dal Ppe».
Verrebbe voglia di tranquillizzarli, Pottering e Junker: Ciarrapico non è un fascista. È un furbo. Uno che fa soldi: tanti. Uno che sa stare al mondo. Uno che a Roma possiede giornali e cliniche («Mille posti letto c'ho!») e che dunque, a convenienza, va a celebrare anche le giunte di centrosinistra, in prima fila ad applaudire il sindaco, a far gli occhi dolci ai suoi assessori, a ricamare veleni contro quell'abatino di Gianfranco Fini... Più che Mussolini, Ciarrapico ricorda Sbardella, la vecchia destra democristiana svelta di mano, avida e impunita.
Ciarrapico, ha spiegato in questi giorni Berlusconi, è solo uno dei suoi mille candidati eleggibili. In realtà rappresenta il distillato più fedele di ciò che per il Pdl è ormai la politica: una scorciatoia, un conflitto d'interessi permanente, la sgrammaticata furbizia di sorrisi e pacche sulle spalle, le battute sprezzanti, il senso cupo e malato degli affari, l'impunità come un'aura felice. Il fascismo, a modo suo, è stato politica, nel senso che era un'idea perversa e assoluta del governo e del paese. Ciarrapico e Berlusconi sono la metastasi della politica, la convenienza di alleanze fatte e sfatte solo in funzione d'un voto in più. Ce lo siamo dimenticati il discorso di Berlusconi alla convention di Storace? Le stilettate a Fini e i sorrisi spalmati sulla destra dura e pura? Acqua fresca, cose d'altri tempi. E i tempi della politica, per Berlusconi, sono attimi, istanti, memorie volatili, contrattini firmati in tivvù, tanto le parole per spiegare si trovano sempre.
Pottering e Junker fanno bene a non voler fascisti a casa loro. Ma farebbero meglio a chiedere che personaggi come Ciarrapico fossero risparmiati al Ppe per la fedina nera più che per la camicia nera. Magari per quei suoi quattro processi conclusi con altrettante condanne passate in giudicato, dalla bancarotta fraudolenta alla ricettazione fallimentare, dallo sfruttamento minorile alla truffa aggravata. O magari per gli interessi in conflitto permanente d'un signore che vuol fare al tempo stesso l'editore e il senatore, il padrone e il legislatore, il fascista e il democristiano... Farebbero bene, Pottering e Junker, loro che rappresentano una grande famiglia politica di ispirazione cristiana, a prendere alla lettera le cose che scrive il giornale Famiglia Cristiana. E a far sapere agli amici italiani che, assieme ai fascisti alla Ciarrapico, nel Ppe non dovrebbero trovare spazio nemmeno gli amici dei mafiosi come Cuffaro. Farebbero bene a ragionare su quel loro amico e alleato Berlusconi, che al gruppo parlamentare dei popolari ha portato in dote decine di parlamentari europei ma anche il concreto disprezzo per tutto ciò che può apparire, in termini politici, come il senso compiuto di un'identità, d'una idea coerente, d'un progetto plausibile.
Il fascismo declamato da Ciarrapico è inoffensivo. I suoi interessi negli affari romani lo sono molto meno. Ma è questo il limite vero dello sdegno dei popolari europei: s'infiammano per qualche istrionismo che al massimo produce ilarità. E fingono di non accorgersi che Berlusconi ha ridotto il centrodestra italiano a una parodia della politica. Sarà pur vero, come diceva ieri D'Alema, che Berlusconi ha candidato più fascisti di Storace. A noi, tra i candidati del Pdl, più dei fascisti mettono ansia i dipendenti di Berlusconi, lo stuolo di commercialisti e avvocati che ha spedito per farsene rappresentare alla Camera e al Senato. Gente cocciuta, quella: non sarà la scomunica di Pottering a fermarli.

di Claudio Fava da Il Manifesto del 14 marzo 2008

Se il mondo va a sinistra

Una spinta a sinistra si avverte nel mondo occidentale. Le cause sono quelle classiche: impoverimento dei ceti più deboli, arricchimento assoluto dei più ricchi, difficoltà crescenti nel sistema capitalistico globalizzato. Ah! Immortale Carlo Marx!
In dettaglio. I socialisti hanno vinto in Spagna nonostante la situazione economica dia segni di crisi. I socialisti non hanno cambiato nè nome nè simbolo. E i giornali raccontano che la grande folla che ha accolto il vincitore Zapatero ha gridato: «Olè, a sinistra».
In Francia i socialisti che sembravano senza speranze, sono invece ancora sul terreno e con i loro colori risorgono e crescono nelle elezioni amministrative. Colui che sarà molto probabilmente il nuovo leader dopo le baruffe “chiozzotte” della famiglia Royal-Hollande, il sindaco di Parigi Delanoë, è favorevole ad una alleanza di tipo neomitterandiano con la sinistra (residua!)
In Germania la sinistra (Linke) cresce alle elezioni dei Länder, e mentre si indebolisce la Grande coalizione tra democristiani e socialisti, questi ultimi cominciano a prendere in considerazione la prospettiva di un dialogo con Lafontaine.
In Inghilterra il tramonto di Blair è anche crisi della sua linea liberista: non sappiamo cosa pensano i suoi guru, Giddens in testa. Non credo che ripristineranno la clausola IV dello Statuto che prevedeva la collettivizzazione dei beni di produzione e di scambio, ma sicuramente dirà “qualcosa di sinistra” questo Labour che è diventato new ma è rimasto Labour.
Un vento di sinistra spira anche oltreoceano dove i programmi sia di Hillary Clinton che di Barack Obama sono sempre più ispirati ad un “preoccupante populismo”, come lo definisce il campione del liberismo ortodosso, l’Economist, visibilmente contrariato dalla cosa (1 marzo 2008) e promettono riforme sociali, specie quella sanitaria, e interventi governativi. È in America che più forti si avvertono i segnali di crisi economica, che non è solo congiunturale (recessione), ma investe il dollaro, investe il capitalismo liberista e globalizzato le cui magnifiche sorti e progressive degli ultimi anni sono fortemente appannate.
E veniamo a casa nostra. L’Italia è sempre un caso a sè, un’anomalia. Qui da noi il cosiddetto “populismo” riemerge non a sinistra, ma a destra. Ha scritto Dario De Vico sul Corriere della Sera (11 marzo 2008): «Sembrava che le ricette dei due principali partiti avessero un po’ lo stesso spirito, che le tendenze centripete all’interno dei due schieramenti stavano finalmente prendendo il sopravvento ... poi è arrivato il pamphlet di Tremonti» e con esso si è rotta la pace centripeta e «mercatista» per usare una parola dell’autore di La paura e la speranza. Un libro “populista” che chiede dazi, controlli, interventi pubblici nei confronti di un liberismo “degenerato” e della globalizzazione. Avremo una politica economica interventista di destra e una liberista di sinistra?
Ovviamente non si può chiedere a Veltroni di accogliere nelle sue vele il vento che viene da Spagna, Francia, Germania e Stati Uniti e cambiare il programma nel corso della campagna elettorale. Ma il problema si porrà dopo le elezioni. Sia se vince, sia soprattutto se perde, il Pd non potrà isolarsi dal socialismo europeo in forte ripresa. Mi rendo conto che la tendenza “centripeta” impressa da Veltroni al Pd ha avuto forti ragioni: scrollarsi di dosso gli ultimi pezzi di intonaco del crollo del muro di Berlino e accreditarsi al centro verso il ceto medio che lavora e l’imprenditoria privata che produce. Ma lavorano, producono (e muoiono in fabbrica) anche gli operai: ci sono le famiglie a reddito basso e medio basso, i pensionati, i ceti più deboli: insomma il nostro mondo, il mondo della sinistra che si impoverisce, ed è vittima di grave disagio. E ci sono i nostri valori, il laicismo cavallo di battaglia vincente di Zapatero, in una Spagna più cattolica dell’Italia; c’è il nostro cuore antico. E se ci distraiamo ascoltando le sirene della concorrenza, l’Ocse ci ricorda che i salari italiani sono agli ultimi posti in Europa.
E in proposito mi ha fatto una forte impressione la posizione della Conferenza dei vescovi la quale ha invitato gli elettori a “discernere” con riferimento non solo ai valori cattolici della vita e della famiglia - e ciò era scontato - ma anche ai temi più scottanti (puntualmente elencati) della crisi sociale ed economica italiana allo scopo di migliorare le «condizioni di vita della parte più consistente della popolazione». La Cei chiede “larghe intese” su questi problemi di prezzi e salari: e ciò appartiene all’ecumenismo della Chiesa, ma ciò che colpisce è il contenuto, è il contributo fortemente sociale dell'intervento. Evviva per una volta ai preti? Finalmente si può votare secondo l’insegnamento della Chiesa cattolica che qualche volta si ricorda che Cristo fu il “primo socialista”. Anche se non lo si può mettere accanto al Cardinale Bagnasco, è sintomatico che Mario Monti sostenga che «la globalizzazione ... richiede di essere molto più governata dai pubblici poteri».
Nello scenario politico non vi può, non vi deve essere un populismo demagogico della destra al quale si contrappone un liberismo innaturale, duro e puro del Pd. Bisogna che la sinistra ritrovi le sue radici e i suoi legami con i partiti europei di ceppo comune.
Caro Walter, il socialismo non è morto. Rianimiamolo.

di Giuseppe Tamburrano da l'Unità del 15 marzo 2008

lunedì 10 marzo 2008

Sassoon: diritti civili e laicità le carte vincenti del Psoe

«Aver favorito la crescita economica e aver esteso i diritti civili: è stata questa la “ricetta” vincente di Zapatero». A sostenerlo è Donald Sassoon, ordinario di Storia europea comparata presso il Queen Mary College di Londra, tra i più autorevoli studiosi della sinistra europea». «Il leader socialista - rimarca Sassoon - ha saputo far vivere una idea forte di laicità senza provocare lacerazioni nella società spagnola».

La Spagna ha rinnovato la sua fiducia al Psoe di Zapatero. Come leggere questo successo elettorale?
«Gli spagnoli hanno premiato un’azione di governo che aveva consolidato una svolta laica nel Paese; una svolta davvero impressionante se si pensa al peso che la Chiesa ha avuto per così tanti anni in Spagna. Quando parlo di svolta laica mi riferisco in modo particolare alle varie riforme nel campo dei diritti civili, tra le quali quella del matrimonio gay: se solo una decina di anni fa qualcuno avesse parlato di una cosa del genere lo avremmo tacciato di “pazzia” politica. E questa svolta, altro dato a merito di Zapatero, è avvenuta senza provocare lacerazioni insanabile nella società spagnola; certo, la Chiesa ha protestato ma questa innovazione progressiva nel campo dei diritti civili è stata talmente metabolizzata dalla società spagnola che anche il campo conservatore aveva affermato che quelle leggi così avanzate non sarebbero state cancellate nel caso di una sua vittoria».

Quale è stato una altro terreno centrale nello scontro politico in Spagna?
«L’economia. L’andamento dell’economia spagnola, al pari di quella delle altre maggiori economie europee, era stato positivo fino ad un anno fa, e di fatti se Zapatero avesse anticipato le elezioni ad ottobre, avrebbe probabilmente riportato una vittoria ancor più netta di quella, comunque ampia, che ha ottenuto. E significa anche che è sempre più difficile per i governi europei fare fronte a una economia che è sempre più globalizzata, per cui la crisi dei mutui che sta segnando profondamente l’economia statunitense si è subito proiettata sulle economie europee. E poi c’è un terzo terreno su cui Zapatero ha fortemente caratterizzato la sua azione di governo..».

Qual è questo terzo terreno?
«Quello dell’immigrazione, uno dei temi che più ha caratterizzato la campagna elettorale spagnola, così come da molti anni ha una particolare rilevanza in Gran Bretagna e in Francia. I partiti di sinistra non sono ancora riusciti a convincere pienamente il loro elettorato che in realtà il fatto che ci sia immigrazione è un segno che l’economia e il sistema-Paese funzionano; tradizionalmente l’immigrazione è una cosa che rende: la riprova sono gli Stati Uniti, un Paese che ha avuto una fortissima immigrazione negli ultimi trenta-quarant’anni, quasi pari a quella della fine dell’Ottocento, e che in questo arco di tempo ha avuto un fortissimo incremento. Gli immigrati portano prosperità, ma questo è un messaggio che la sinistra non ha saputo diffondere, finendo così per restare subalterna ad alcune parole d’ordine della destra».

Un altro tema scottante, soprattutto nell’insanguinata vigilia del voto, è stato il terrorismo.
«Un terreno su cui Zapatero ha mostrato una grande capacità di leadership. Il leader socialista ha saputo fare una cosa che è sempre riuscita difficile ai partiti della sinistra: fare del Psoe un partito che nella lotta al terrorismo non ha cedimenti, non è arrendevole, ma che allo stesso tempo tiene duro sulle parti più importanti dei diritti civili. È una lezione importante visto che il terrorismo ha colpito molti dei nostri Paesi. Si può essere determinati, inflessibili senza per questo venir meno ai fondamenti di uno stato di diritto. C’è poi un altro campo dove Zapatero ha mostrato coerenza e determinazione...».

Qual è questo campo?
«Quello della politica estera. Soprattutto sull’Iraq ha mostrato una fermezza critica, cosa che non si può dire per i laburisti inglesi, ad esempio., che rischiano di pagare pesantemente l’interventismo di Blair».

A proposito dell’ex premier britannico: c’è chi vede in Zapatero l’«anti-Blair».
«A parte che Blair almeno in Inghilterra, ed è incredibile per qualcuno che è stato al potere per un decennio, è già quasi dimenticato, ciò di cui sono fermamente convinto è che la sinistra non può continuare ad aspettare, o invocare, un “messia”, sia esso Blair, Zapatero o Obama...L’epoca messianica è finita da tempo, e per fortuna aggiungerei, e l’unico modo per costruire una politica innovativa è di farlo insieme in Europa. È questa la sfida per il futuro per le sinistre e i progressisti europei. Una sfida di cui Zapatero sarà uno dei protagonisti».

di Umberto De Giovannangeli da l'unità del 10 marzo 2005

giovedì 7 febbraio 2008

Un vuoto di legalità

Muore, senz´essere mai nata, la Seconda Repubblica. Lascia uno spaventoso vuoto di legalità, dove è già precipitata la politica e nel quale rischia di inabissarsi l´intera società italiana. In questo clima, e con un contesto così degradato, si corre verso le elezioni anticipate.
La legalità costituzionale, prima di tutto. Sta accadendo qualcosa che non ha precedenti nell´intera storia repubblicana. Si dubita, con fondate ragioni, della legittimità stessa delle leggi elettorali, dunque dello strumento al quale sono affidate le sorti della democrazia rappresentativa. Questo non avviene per forzature di parte. Deriva da quel che sta scritto in una delle sentenze con le quali la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibili i referendum elettorali e che, nell´euforia referendaria, era stato trascurato. Non è un dettaglio, ed è ben più che un segnale d´allarme. Dopo aver ricordato di non potersi occupare in questo momento della costituzionalità dell´attuale legge elettorale, né di quella che risulterebbe qualora i referendum fossero approvati, i giudici costituzionali scrivono: "L´impossibilità di dare, in questa sede, un giudizio anticipato di legittimità costituzionale non esime tuttavia questa Corte dal dovere di segnalare al Parlamento l´esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l´attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una quota minima di voti e di seggi". Un vizio, questo, che non riguarda soltanto la legge che deriverebbe dal referendum, ma "è carenza riscontrabile già nella normativa vigente", dunque nella legge con la quale andremo a votare in aprile.
Che cosa vuol dire tutto questo? Che sulle prossime elezioni si allunga appunto l´ombra dell´illegittimità. Le Camere risultanti dal voto di aprile verranno costituite con un meccanismo sul quale sollevano dubbi non critici malevoli, ma la stessa Corte. La "porcata" di Calderoni e la "trovata" dei referendari sono accomunate da un dubbio che riguarda la loro compatibilità con il sistema costituzionale.
Come uscire da questa situazione? Da molte parti si prospettano ricorsi, conflitti tra poteri dello Stato. Ma, date le caratteristiche delle leggi elettorali, è quasi impossibile sanare quel vizio d´origine. E così l´intero nostro sistema istituzionale è destinato a funzionare in condizioni di "convivenza con l´illegalità", estendendosi ad esso una regola che vige da tempo in molte aree e settori del nostro paese. L´unico rimedio sarebbe la rapida approvazione di una nuova legge elettorale, subito dopo il voto. In questo modo, però, il nuovo Parlamento sarebbe immediatamente delegittimato, l´annunciata "fase costituente" avrebbe basi fragilissime e non sarebbero infondate le richieste di tornare al voto con una legge finalmente conforme alla Costituzione. Sembrerebbe che non vi sia alternativa: convivere con l´illegalità al massimo grado, quello costituzionale, o rassegnarsi ad una fase confusa e instabile. Questo è l´ultimo lascito della cosiddetta Seconda Repubblica, frutto dell´imprevidenza di alcuni e dell´irresponsabilità di molti.
L´illegalità costituzionale non si ferma qui, ma si estende all´intero sistema della comunicazione televisiva, dunque ad una componente ormai essenziale del processo democratico. Di nuovo, la denuncia della stessa illegittimità formale del nostro sistema non viene da critici prevenuti, ma dal vertice delle istituzioni europee, la Corte di Giustizia e la Commissione. La prima ha giudicato illegittima la mancata attribuzione delle frequenze spettanti all´emittente televisiva Europa 7, con una inammissibile chiusura del mercato e un pregiudizio per il pluralismo della comunicazione. E la Commissione ha da tempo avviato una procedura d´infrazione contro l´Italia, ritenendo incompatibile con le regole europee la legge Gasparri, dunque la normativa che sta alla base dell´attuale sistema. Questa situazione, per sé in contrasto con qualsiasi assetto democratico, diventa particolarmente grave nel nostro paese dove, come tutti sanno, si traduce nell´attribuzione di un indebito vantaggio ad una delle parti della contesa elettorale.
Le infinite anomalie italiane si intrecciano sempre più strettamente, rischiano di soffocare la democrazia e certamente producono sfiducia crescente da parte dei cittadini elettori. Che, per la seconda volta, si troveranno radicalmente espropriati della possibilità di scegliere i loro rappresentanti. Le liste bloccate saranno confezionate da una ventina di persone, alle quali è stato così trasferito un potere incontrollato di designare quasi mille parlamentari.
A questa ulteriore distorsione potrebbe esser posto parzialmente rimedio se, a differenza della volta passata, le oligarchie politiche facessero una duplice operazione. Da una parte, dovrebbero adoperare il loro enorme potere per rinnovare davvero la classe dirigente, con l´occhio alla competenza e all´effettiva rappresentatività, invece di perseverare nell´abitudine di promuovere famigli, clienti, yesmen, bevitori di spumante, mangiatori di mortadella, espositori di striscioni ormai vietati anche nelle curve degli stadi. Dall´altra, dovrebbero avviare una operazione di ripulitura che ripristini la legalità attraverso una rigorosissima valutazione della moralità pubblica e dei precedenti penali dei singoli candidati.
Sembrano due missioni impossibili, e forse lo sono. Ma la fiducia dell´opinione pubblica, dunque il suo ritorno alla politica e non la resa alle suggestioni dell´astensione e dell´antipolitica, passa proprio attraverso la ricostruzione della moralità pubblica, la fine della politica come mondo separato, sciolto dall´osservanza d´ogni regola, portatore più che di privilegi di vere e proprie immunità.
Molte indicazioni recenti vanno nel senso opposto. Prendiamo come esempio il caso Cuffaro. Sembrerebbe che le sue dimissioni siano state determinate non da una pesante condanna, ma da un vassoio di cannoli. Presente alla lettura della sentenza, il Presidente della Regione siciliana ha manifestato tutta la sua soddisfazione per essere stato assolto dall´imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa, con una allegria che lasciava allibito chi aveva appena ascoltato una condanna a cinque anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici. Intorno a Cuffaro si strinsero il suo partito e l´intero centrodestra. Poi l´imprevisto, barocco arrivo dei cannoli, e l´inevitabilità delle dimissioni. Dovute, dunque, ad un eccesso nei festeggiamenti, non a sensibilità istituzionale (si annunciava un decreto di rimozione). Ma il suo schieramento politico continua a presentarlo come vittima di una persecuzione giudiziaria, mentre quel processo, come dimostrano i molteplici colloqui di uomini della politica con esponenti mafiosi, è la prova drammatica di una politica che al mondo della criminalità non chiede soltanto un "appoggio esterno", ma con esso tende a compenetrarsi.
Come dimostrano questo ed altri casi, i tentativi di recuperare una legalità perduta da tempo sono affidati soltanto ai giudici, con le inevitabili distorsioni che questo comporta. Ma queste distorsioni, come ripeto da anni, derivano dal modo in cui il ceto politico ha deciso di difendersi, azzerando ogni sua responsabilità, sottraendosi a quelle minime regole deontologiche che qualsiasi professione (avvocati, medici, ingegneri) deve rispettare.
Da tempo la responsabilità politica è scomparsa. Quando si censura il comportamento di un politico, ormai la risposta corrente è "non vi è nulla di penalmente rilevante". Così non solo si confondono codice penale e regole della politica. Si fa diventare la magistratura l´esclusivo e definitivo giudice della politica: e questo accade non per una volontà di potenza dei giudici, ma per le dimissioni della politica da uno dei suoi essenziali compiti. Un establishment che voglia davvero essere tale, e voglia conservare credibilità di fronte all´opinione pubblica, dev´essere capace di escludere non solo chi viola le norme penali, ma chiunque trasgredisca le regole di trasparenza, correttezza moralità, riducendo la politica solo a spregiudicata gestione del potere.
Parlando di legalità, e del suo ripristino, è lecito fare un accenno anche alle questioni "eticamente sensibili"? O questa è una inaccettabile caduta nel laicismo? Un solo caso. In un clima da crociata, e di fronte a prescrizioni sempre più perentorie delle gerarchie ecclesiastiche, amministratori locali vogliono imporre le loro regole per l´interruzione della gravidanza. So bene che citare Zapatero è come parlare del Diavolo. Ma uno Stato dev´essere capace di rivendicare quelle che sono le sue proprie competenze, non delegabili a nessun altro. Solo così i cittadini possono continuare a percepire chi davvero esercita la sovranità, qual è la fonte delle regole, ed essere pronti a rispettarle.

di Stefano Rodotà da la Repubblica del 7 febbraio 2008

lunedì 4 febbraio 2008

Le classi dirigenti italiane (dal Pd, a Casini, alla Chiesa alla Cisl) si preparano (o sono conquistate) dalla Restaurazione

A volte, la cronaca quotidiana, in genere così ridondante e confusa, ci invia "segni" improvvisamente chiarificatori - come tanti flash che si proiettano sulle tenebre del reale. Solo quattro esempi, tutti di questi giorni già "elettorali". Primo: nei documenti fondativi del Partito Democratico (Carta dei valori, Codice Etico, Statuto) era stato cancellato ogni riferimento alla Resistenza partigiana, tanto che Walter Veltroni è dovuto intervenire a correzione. Secondo. Il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, ha violentemente attaccato l'ultimo film di Francesca Comencini ("In fabbrica") e, soprattutto, ha invitato la Rai (produttrice della pellicola) a non mandarlo in onda, cioè a censurarlo. Terzo: nel corso della cerimonia che ha celebrato il quarantesimo della Comunità di Sant'Egidio, il cardinal Bertone ha scagliato l'anatema della Chiesa cattolica contro il Sessantotto, che era "un mondo contro Dio", e radice della degenerazione morale e spirituale del nostro tempo. Quarto: intervenendo al convegno di "Liberal", sempre sul Sessantotto, il cattolico Pier Ferdinando Casini ha giudicato esiziali, più o meno, i pontificati di Giovanni XXIII e soprattutto di Paolo VI, ha condannato il Concilio e ha lanciato la sua nuova tavola di valori, fondata sulla gerarchia e l'autorità. Che cosa c'entrano, l'una con l'altra, queste affermazioni, questi "segni"? E perché mai, eventualmente, ce ne dovremmo (pre)occupare?
C'entrano, e come, al di là delle differenze evidenti di oggetti, contesti, protagonisti. Impressionante, anzi, è la convergenza culturale che si realizza in circostanze apparentemente così lontane: e sta nel clima di regressione culturale che pervade la società italiana e le sue così dette "classi dirigenti". C'è un'ansia revisionistica e neo-autoritaria, che si esprime sia nella continua cancellazione della storia, quella antica e quella recente, sia nella rimozione di tutto ciò che è stato conflitto, cambiamento, carne e sangue, libertà sostanziale di questo paese. C'è una pulsione di normalità neoconservatrice, che si spinge alla "normalizzazione" del passato prima che del presente - lo rovescia, lo ridisegna, lo falsifica, per seppellirne le tracce vive, la vitalità, l'attualità. Se è vero che la rammemorazione del passato, come ci ha (re)insegnato Walter Benjamin, è al fondamento di ogni autentico sguardo sul futuro, non è forse altrettanto vero che la "riscrittura della storia", di orwelliana memoria è funzione stretta di ogni Grande Restaurazione?

Guardate i bersagli concreti: l'antifascismo - ma anche e soprattutto la sua natura di collante civile e di vera "religione laica" del paese; le lotte operaie e studentesche del '68 - ma anche il conflitto sociale e la protesta giovanile come fattori costitutivi di una democrazia matura; il Concilio Vaticano II - ma anche un'idea, e una pratica, cristiane protese alla trasformazione del mondo, piuttosto che all'occupazione del potere; la libertà di un(a) autrice cinematografica - ma anche, più in generale, l'autonomia della produzione artistica e spettacolare. Ognuno, s'intende, ha le proprie specifiche motivazioni. Nel Partito Democratico, che stenta a definire un'identità che non sia, di volta in volta, pallidamente "riformista", ecumenica, interclassista, postpost, prevale forse la voglia di uscire in termini definitivi dal ‘900, e in particolare dalla storia repubblicana. Per potersi presentare come un soggetto davvero "nuovo", e non come la continuazione fredda di ciò che sono stati la Dc e il Pci, aveva perciò "dimenticato", nientemeno, ogni riferimento alla Resistenza e all'antifascismo - non però si tratta di una smemoratezza, ma di una scelta, forse, chissà, di una concessione alle componenti cattoliche, moderate, ipernuoviste della nuova formazione politica. Con una correzione che va apprezzata, ma che non appare sufficiente a chiarire l'interrogazione di fondo - sul Pd, il suo "senso di sé", la sua cultura politica.
Un "senso di sé", invece, che sembra molto forte nell'attuale leader della Cisl e in varie realtà del mondo cattolico organizzato. Qui, la rimozione assume il volto dichiarato dell'anticomunismo, l'ideologia che rispunta come si deve ad ogni campagna elettorale: invece di apprezzare, da buon sindacalista, la recente tendenza del cinema italiano (anche in film come "La signorina Effe") a tornare ad occuparsi di soggetti dimenticati come gli operai, a rimetterli sulla scena da protagonisti, a riaprire un brano bruciante (e attualissimo, come si vede dalle stragi sul lavoro, i bassi salari, la disperazione operaia) della nostra storia, Bonanni rilancia, nientemeno, l'orgoglio cislino e la censura. Difende la sua bottega e si riscopre vecchio democristiano - di quelli che dettano alla Rai le regole, le produzioni buone e quelle cattive . Vuole, insomma che si dimentichi che cosa è stato il '68 degli operai, degli studenti e dei lavoratori intellettuali: nient'affatto un'epoca di trionfo comunista, orchestrata dal Pci e dai duri della Cgil o della Fiom, ma la stagione in cui esplose una voglia quasi incontenibile di libertà e di liberazione. Del lavoro, della cultura, del sapere. Del potere padronale in fabbrica e del (marcescente) potere accademico nelle università. Della divisione sociale del lavoro, delle gerarchie, dell'autoritarismo. Sì, anche una grande stagione di disordine, che non riuscì nell'impresa gigantesca di "cambiare tutto", ma che molto cambiò - nella società, nelle fabbriche, nella scuola, nella Chiesa, nei rapporti tra i generi, nella modernità. Ne uscimmo diversi tutti, anche i partiti e i sindacati, anche la Cisl (come recita un'altra canzone di Fabrizio De Andrè, tratta dal maggio francese, "anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti") - forse anche l'allora giovane Raffaele Bonanni. Ma tant'è. L'occasione del quarantesimo - quarant'anni sono tanti, quasi un'epoca - offre a molti la possibilità di manifestare la voglia di revanche, in una postcrociata antisessantottina che sarebbe grottesca e perfino un po' comica, se non fosse pericolosa. Così, ieri, l'ex-forzista (sic!) Nando Adornato, navigatore audace tra gli oceani del revisionismo, ex-comunista pentito, ex-ingraiano, ex-testa d'uovo della sinistra, ora fresca new entry nell'Udc, ha spiegato che il Sessantotto è alla radice di tutti i mali e di tutte le devastazioni italiane - il la, logicamente, l'aveva dato il cardinal Bertone, aggredendo un altro mito della nostra giovinezza, Woody Allen. E il moderato Casini ha aggiunto di suo la vera ragione di tanto rancore: il ruolo svolto da Giovanni XXIII e Paolo VI e da tanti cattolici di movimento. Ma, appunto, qual è il bersaglio vero? La libertà del conflitto e del dissenso. La voglia di cambiamento. L'idea di una società di eguali. L'autodeterminazione dei soggetti e delle soggettività. Basta rovesciare queste parole d'ordine nel loro contrario, per avere il programma restaurativo degli anni 2000, ovvero del prossimo decennio. Historia est magistra vitae , ci insegnavano molti anni fa sui banchi della I° media. L'antifascismo, il protagonismo operaio, il dissenso dei giovani - e la libertà di confliggere, di fare buoni film e buona musica, di disinquinare il mondo dalle merci - restano il sale della terra. Anche nel XXI secolo.

di Rina Gagliardi da Liberazione del 3 febbraio 2008