martedì 21 ottobre 2008

Un Paese che esilia i giovani talenti distrugge il suo futuro

Nell'autunno 1922 due navi tedesche (poi note come Philosophy Steamers) trasportarono da Pietrogrado alla Germania centinaia di intellettuali, la crema dell'intelligentsia russa pre-rivoluzionaria. «Una deportazione di cervelli senza precedenti» (Heller), che eliminava ogni scomoda opposizione in nome di un obbligato conformismo, e che inferse alla cultura russa un colpo mortale. Non fu un caso isolato. Ci sono ideologie, regimi, situazioni che rigettano gli intellettuali, la ricerca, il pensiero creativo (il caso meglio noto è quello della Germania nazista, ma anche l'Italia fascista fece la sua parte, con intellettuali ebrei e non). Non meno massiccia di quelle è l'emigrazione forzata di giovani talenti dalla prospera e smemorata Italia degli ultimi vent'anni: secondo l'Istituto di ricerca economica di Berlino (febbraio 2008), da anni il nostro Paese esporta migliaia di ricercatori e per ogni dieci che se ne vanno meno di uno viene, o torna, dall'estero. Ma in nome di che cosa i Governi italiani, in ammirevole sintonia bipartisan, s'industriano a favorire la diaspora dei migliori giovani dal Paese? Dietro questa ostinazione c'è un'ideologia, un progetto? C'è un'idea dell'Italia, del suo futuro?
I risultati del Consiglio europeo delle ricerche (Erc) sono un'allarmante cartina al tornasole. Erc è la nuova agenzia di ricerca dell'Unione Europea, che per distribuire i suoi 7,5 miliardi ha adottato una metodologia interamente basata sul talento degli studiosi e sul merito delle loro idee. Il primo bando, riservato ai ricercatori più giovani (con un tetto di 2,5 milioni a persona), si è chiuso qualche mese fa; il secondo, per gli studiosi più avanti in carriera (con un tetto di 3,5 milioni) si è chiuso in questi giorni. Quali i risultati italiani? Sia negli starting grants per i più giovani che negli advanced grants, l'Italia è stata prima per numero delle domande (1.760 su 9.167 nel primo caso (19,2%), 327 su 2.167 nel secondo (15%): sicuro indicatore che il Paese abbonda di ricercatori di ogni età, ma anche che essi disperano di trovare in patria i finanziamenti necessari. Ma quante domande hanno avuto successo? 
Negli starting grants, i vincitori italiani sono 35, al secondo posto dopo la Germania, precedendo Gran Bretagna, Francia e Spagna; è dunque chiaro che l'Italia ha offerto a questi studiosi (età media: 35 anni) adeguata formazione e ambCiente di ricerca. Se però si guarda alle sedi di lavoro scelte dai vincitori, l'Italia precipita al quinto posto. Dei 35 vincitori italiani, solo 23 resteranno in patria, gli altri (coi loro fondi europei) preferiscono altri Paesi con migliori strutture di ricerca; e dall'estero in Italia arrivano solo due polacchi e un norvegese. Al contrario, in Gran Bretagna restano 24 vincitori su 29, ma se ne aggiungono 35 da altri Paesi (6 dall'Italia); in Francia restano 26 vincitori su 32, ma ne arrivano altri 12 (2 dall'Italia). 
Negli advanced grants, i risultati italiani sono ancor più preoccupanti. Prima come numero di domande, l'Italia è al quarto posto per il successo (23 vincitori), dietro Gran Bretagna (45), Germania (32) Francia (30). Ma dei 23 vincitori italiani, ben 6 portano il proprio grant in altri Paesi, contro un solo non-italiano (un inglese) che ha scelto una sede italiana (Pisa). Al contrario, negli altri Paesi il rapporto fra "uscite" ed "entrate" di vincitori dei grants è molto più favorevole: il saldo netto (contro il totale di 18 grants da spendersi in Italia) è di 56 in Gran Bretagna, 32 in Francia, 26 in Svizzera. Per attrattività l'Italia è dunque all'ultimo posto, anzi sostanzialmente assente. In compenso, il Paese svetta in cima a tutte le classifiche per numero di studiosi che hanno deciso di trasferirsi altrove coi loro cospicui fondi europei. Il bilancio è disastroso: prima per numero di domande (cioè per potenzialità), l'Italia è ultima in Europa per capacità di attrarre studiosi da fuori, ma anche di trattenere i propri cittadini.
In nome di che cosa maggioranza e opposizione, ministri e deputati assistono passivamente a questa emorragia di forze intellettuali? Nessuno potrà credere sul serio che alla base vi sia un calcolo economico. È evidente che formare nuove generazioni di ricercatori per poi "regalare" i migliori ad altri Paesi non è un buon investimento. Eppure, nella strettoia che l'università italiana sta attraversando questi dati non sembrano avere alcun peso, quasi per corale cecità di un Paese determinato a indietreggiare. I severi tagli della legge 133/2008 incideranno seriamente sul futuro dell'università. Sarebbe ingiusto non riconoscere le gravi difficoltà economiche del momento, come lo sarebbe non ammettere i troppi casi di cattiva amministrazione delle risorse da parte degli Atenei. 
Il paradosso è che i finanziamenti per università e ricerca in Italia sono da troppi anni strutturalmente insufficienti (meno di un terzo dell'obiettivo fissato dall'agenda di Lisbona) ma al tempo stesso le scarse risorse vengono spesso sprecate o mal spese. Ma nessuna scure che si abbatta alla cieca ha mai generato nuove forme di virtù: colpendo in misura eguale chi ha gestito malissimo le proprie risorse e chi lo ha fatto al meglio, la legge Tremonti non ha dato all'università italiana il segnale giusto.

di Salvatore Settis da il Sole 24 ore del 21 ottobre 2008

domenica 12 ottobre 2008

Il mercato senza fiducia

Secondo fiumi di inchiostro questa crisi ridisegna i confini fra stato e mercato. Per uscirne ci vorrà più stato e meno mercato, si scrive ormai da mesi. Anche su questo giornale. Non ci sarebbe niente di preoccupante se si trattasse solo di una disputa dottrinaria.
Una disputa alimentata magari da pensatori poco aggiornati che intravedono, non senza qualche smania di rivincita, una rivalutazione del loro capitale umano. Ma il fatto preoccupante è che queste letture della crisi stanno offrendo ai governi nazionali il pretesto per riprendere il controllo delle banche. Doveroso che lo Stato intervenga, ma solo pro tempore, in attesa che i mercati tornino ad operare. Ci vogliono paletti, limiti temporali precisi all´intervento dello stato nel capitale delle banche. Per capire perché basta ricordare cosa erano le "notti delle banche" quando i partiti si azzuffavano per spartirsi i posti nei consigli di amministrazione delle "banche di interesse nazionale", basta ricordare i lunghi spostamenti e le interminabili attese cui queste bin ci costringevano per compiere le operazioni più semplici.
Per capire invece perché oggi lo Stato deve fornire capitale di ultima istanza alle banche che ne fanno richiesta non c´è bisogno di risalire così indietro nel tempo. Basta rileggere, col senno di poi, quanto è successo negli ultimi 13 mesi.
Questa è una crisi di fiducia. Per questo è così generale. Per questo non può che essere temporanea. Chiediamoci come sia possibile che mutui ipotecari che contano per non più dell´1% del debito mondiale abbiano scatenato questo putiferio. Chiediamoci perché a più di un anno dall´inizio della crisi nessuno, neanche chi istituzionalmente è più informato, sappia ancora offrire una misura delle perdite del sistema finanziario. Si è passati dai 50-100 miliardi di dollari paventati dalla Fed nel settembre 2007 ai 200-300 miliardi stimati dall´Economist nel dicembre 2007, ai 945 miliardi nelle valutazioni di aprile 2008 del Fondo Monetario, quando la Bank of England dichiarava che eravamo ormai fuori dal tunnel. Martedì abbiamo letto le nuove stime del Global Financial Stability Report: 1.400 miliardi. Non si sanno valutare le dimensioni del crac perché non ci sono più mercati che permettano di valutare molti titoli in circolazione, dunque il vero stato patrimoniale di molte banche. E non ci sono mercati perché non c´è informazione, non ci si fida gli uni degli altri. Prima della crisi erano le agenzie di rating a trasmettere questa informazione. Sembravano più affidabili del giudizio del singolo banchiere sul grado di affidabilità del debitore. Paradossalmente questo ruolo crescente delle agenzie di rating ha reso i mercati finanziari sempre più opachi. Le banche di investimento si finanziavano emettendo strumenti finanziari sempre più complessi fatti apposta per ottenere rating positivi. Mettevano insieme tipologie di prestiti e di debitori diversi rispettando principi di diversificazione del rischio per cui se ci sono insolvenze da alcuni debitori, queste verranno compensate da andamenti migliori del previsto di altre categorie di debitori. Ma le agenzie di rating non erano attrezzate per tenere conto di rischi sistemici, che colpiscono tutti, come il crollo del mercato immobiliare. E anche quando avrebbero potuto non hanno voluto tenerne conto perché i loro profitti erano crescenti nel numero di emissioni delle banche di investimento. Colpa di una cattiva regolamentazione. Colpa di regole prudenziali applicate a macchia di leopardo. Bisognerà rivedere le regole e il modo con cui si vigila sul loro rispetto. Ci vorrà del tempo per farlo.
Ci vorrà del tempo anche per spacchettare questi titoli "tossici", guardarci dentro, speriamo trovando non solo sorprese negative. Come ci vorrà del tempo per identificare i manager che ci hanno trascinato sull´orlo del baratro separandoli da quelli che sono solo stati contagiati dalla crisi. Bisognerà fare tutto questo per evitare che la crisi si ripeta. Adesso però, subito, bisogna occuparsi di tenere in piedi il sistema, se non vogliamo tornare all´economia del baratto, quella in cui davvero non c´è più carta.
La mancanza di fiducia ha dunque portato alla ritirata dei mercati. Le banche per svolgere il loro mestiere hanno bisogno di scambiarsi soldi fra di loro: c´è chi è più attivo nel raccogliere risparmi presso le famiglie e chi invece è maggiormente specializzato nei prestiti alle imprese. Ci sono scadenze diverse cui fare fronte sui due versanti, impieghi e depositi. Oggi le banche hanno paura a concedere prestiti ad altre banche temendo che queste siano insolventi. Così le banche hanno smesso di prestarsi denaro tra di loro o lo fanno a costi esorbitanti. Per questo non servono neanche gli interventi delle banche centrali sui tassi di interesse. Gli occhi di molti sono in questi giorni puntati sugli indici di borsa, ma il vero polso della crisi lo si ha monitorando i tassi interbancari. La misura dell´inefficacia del taglio generalizzato dei tassi deciso martedì lo si ha con l´Euribor a tre mesi rimasto invariato. Per tamponare la crisi non bastano più neanche le massicce iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali, che ormai si succedono da mesi. Il fatto è che la crisi ormai è fatta anche di banche insolventi, non solo di banche che hanno problemi di liquidità.
Qualcuno deve oggi riempire i vuoti aperti da mercati che hanno cessato di operare, prima che questi vuoti aprano voragini. Questo qualcuno non può che essere lo Stato. Bene perciò che lo Stato fornisca capitale di ultima istanza a quelle banche che lo richiedessero espressamente, come deciso dal Consiglio dei Ministri straordinario di mercoledì sera. Ma deve essere un intervento con precisi limiti temporali, tenuto il più lontano possibile dalla politica, dalle mani dei Governi. Interventi di questo tipo sarebbero stati meglio gestiti a livello europeo, come richiesto dall´appello lanciato da lavoce.info e sottoscritto da 300 economisti europei. I governi dell´Unione hanno invece sin qui dato una pessima prova di se stessi andando ognuno per la sua strada, indice peraltro del fatto che hanno ambizioni di controllo e che temono che siano gli altri a finire per controllare le loro banche. Ma la gravità della crisi potrà indurli a più miti consigli e il nostro paese può comunque cercare un approccio integrato con quei paesi dell´Unione che ci stanno. In ogni caso, la gestione di queste eventuali partecipazioni dovrà essere affidata ad organi terzi, separati dal Tesoro. Bene che si tratti di azioni senza diritto di voto, ma ricordiamoci che anche con le azioni privilegiate o di risparmio si partecipa ad assemblee e che qualunque partecipazione rilevante è influente perché apre la strada al ricatto di mandare tutto all´aria uscendo dall´azionariato. Questi interventi verranno, per forza di cose, finanziati emettendo debito pubblico. Solo ponendo un ferreo limite temporale a queste partecipazioni avremo solo un incremento temporaneo nel debito, magari riusciremo anche a ridurlo rivendendo le azioni a prezzi più alti in un mondo uscito dalla crisi. Anche per questo è bene assicurarsi sin d´ora che ci sarà una ritirata, e far sì che sia una ritirata vera.

di Tito Boeri da la Repubblica del 10 ottobre 2008

mercoledì 8 ottobre 2008

Il mondo drogato dalla vita a credito

Un quotidiano britannico ha pubblicato la storia di un cinquantunenne che ha accumulato un debito di 58.000 sterline su 14 carte di credito e finanziamenti vari. Con l´inpennata dei costi del carburante, dell´elettricità e del gas non riusciva più a pagare gli interessi.
Deplorando, col senno di poi, la sconsideratezza che lo ha gettato in questa situazione spiacevole se la prendeva con chi gli aveva prestato il denaro: parte della colpa è anche loro, diceva, perché rendono terribilmente facile indebitarsi. In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, una coppia spiegava di aver dovuto drasticamente ridurre il bilancio familiare, ma esprimeva anche preoccupazione per la figlia, una ragazza giovane già pesantemente indebitata. Ogni volta che esaurisce il plafond della carta di credito subito le viene offerto in prestito altro denaro. A giudizio dei genitori le banche che incoraggiano i giovani a prendere prestiti per acquistare, e poi altri prestiti per pagare gli interessi, sono corresponsabili delle sventure della figlia.
C´era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l´Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi. La storiella mirava ad esaltare l´intuito imprenditoriale aggressivo, criticando la filosofia prevalente all´epoca secondo cui il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l´offerta seguiva l´andamento della domanda. Nel giro di qualche decennio la filosofia imprenditoriale si è completamente capovolta. Gli agenti di commercio che la pensano come il primo rappresentante sono rarissimi, se ancora esistono. La filosofia imprenditoriale vigente ribadisce che il commercio ha l´obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni, deve creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti e identifica il compito dell´offerta col creare domanda. Questa tesi si applica a qualsiasi prodotto, venga esso dalle fabbriche o dalle società finanziarie. La suddetta filosofia imprenditoriale si applica anche ai prestiti: l´offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi. 
L´introduzione delle carte di credito è stata un segno premonitore. Le carte di credito erano state lanciate sul mercato con uno slogan rivelatore e straordinariamente seducente: «Perché aspettare per avere quello che vuoi?». Desideri una cosa ma non hai guadagnato abbastanza per pagarla? Beh, ai vecchi tempi, ora fortunatamente andati, si doveva procrastinare l´appagamento dei propri desideri: stringere la cinghia, negarsi altri diletti, essere prudenti e parchi nelle spese e depositare il denaro così racimolato su un libretto di risparmio nella speranza di riuscire, con la cura e la pazienza necessarie, ad accumularne abbastanza per poter realizzare i propri sogni. Grazie a Dio e al buon cuore delle banche non è più così! Con la carta di credito si può invertire l´ordine: prendi subito, paghi dopo. La carta di credito rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione: avere le cose nel momento in cui le vuoi, non quando te le sei guadagnate e te le puoi permettere.
Questa era la promessa, ma sotto c´era anche una nota in caratteri minuscoli, difficile da decifrare anche se facile da intuire in un momento di riflessione: quel perenne "dopo" ad un certo punto si trasformerà in "subito" e bisognerà ripagare il prestito. Il pagamento dei prestiti contratti per non aspettare e soddisfare subito i vecchi desideri, renderà difficilissimo soddisfarne di nuovi? Non pensare al "dopo", significò , come sempre, guai in vista. Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo. Sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriva la consapevolezza che allo sgradevole differimento dell´appagamento si è sostituito un breve differimento della vera terribile punizione per l´essere stati precipitosi. Ci si può togliere uno sfizio quando si vuole, ma anticipare il diletto non lo renderà più abbordabile? In ultima analisi, sarà differita solo la presa di coscienza della triste realtà.
Per quanto nociva e dolorosa, questa non è l´unica nota in caratteri minuscoli sotto la promessa del «prendi subito, paga dopo». Per evitare di limitare ad un solo prestatore il profitto derivante dalle carte di credito e dai prestiti facili, il debito contratto doveva essere (e così è stato) trasformato in un bene che procuri profitto permanente. Non riesci a ripagare il tuo debito? Non preoccuparti: a differenza degli avidi prestatori di denaro vecchio stile, ansiosi di veder ripagate le somme prestate entro termini ben precisi e non differibili, noi prestatori di denaro moderni e disponibili non ti chiediamo indietro i nostri soldi, bensì ci offriamo di prestartene altri per pagare il vecchio debito e avere un po´ di disponibilità (cioè di debito) in più per toglierti nuovi sfizi. Siamo le banche che dicono "sì", le banche disponibili, le banche col sorriso, come diceva una delle pubblicità più geniali. 
Quello che nessuno spot diceva apertamente, lasciando la verità ai cupi presagi del debitore, era che le banche prestatrici in realtà non volevano che i debitori pagassero i debiti. Se lo avessero fatto entro i termini non sarebbero stati più in debito, ma sono proprio i loro debiti (il relativo interesse mensile) che i moderni, disponibili (e geniali) prestatori di denaro hanno deciso, con successo, di riciclare come fonte prima del loro profitto costante, assicurato (e si spera garantito). I clienti che restituiscono puntualmente il denaro preso in prestito sono l´incubo dei prestatori. Le persone che si rifiutano di spendere denaro che non abbiano già guadagnato e si astengono dal prenderlo in prestito, non sono di alcuna utilità ai prestatori ? perché sono quelli che (spinti dalla prudenza o da un senso antiquato dell´onore) si affrettano a ripagare i propri debiti alle scadenze. Una delle maggiori società di carte di credito presenti in Gran Bretagna ha suscitato pubbliche proteste (che certo avranno vita breve) nel momento in cui ha scoperto il suo gioco rifiutando il rinnovo delle carte ai clienti che pagavano ogni mese il loro intero debito, senza quindi incorrere in sanzioni finanziarie. 
L´odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell´uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l´industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l´industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare? 
Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni ? anni di apparente prosperità senza precedenti- del 22 per cento. L´ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E , cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L´insegnamento dell´arte di "vivere indebitati", per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali? Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile.
La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita : il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell´indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla "normalità". Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza.
Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest´occasione è che l´uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d´uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga. 
Andare alle radici del problema non significa risolverlo all´istante. È però l´unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all´enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi , sofferenze delle crisi di astinenza.

di Zygmunt Bauman da la Repubblica del 8 ottobre 2008
(Traduzione di Emilia Benghi)

lunedì 6 ottobre 2008

L’allarme del World Social Forum: uno Stato senza welfare genera solo paura

(ASCA) - Roma, 26 set - C’e’ bisogno di uno Stato che torni ad occuparsi delle persone in concreto, sollevando il sistema dell’assistenza dalla burocrazia, con un’opzione decisa per il Terzo settore. Ma c’e’ bisogno anche che le fondazioni bancarie scelgano che mestiere vogliono fare: se gestire banche o occuparsi di chi e’ in difficolta’, come vorrebbe la normativa. E anche che il volontariato faccia bene il suo mestiere, attaccato alla sua mission e non alla rincorsa permanente di finanziamenti. Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma e ”padre” del World social summit che si conclude oggi a Roma con l’intervento di Zygmund Bauman, famoso teorico della societa’ liquida, traccia con l’ASCA un bilancio dell’iniziativa e spiega la sua ricetta contro la paura del nostro secolo.

D: Perche’ la gente di questo secolo ha paura?
E: Lo scenario cui assistiamo non ci presenta un quadro dissimile da quello di epoche lontane come quelle delle grandi invasioni barbariche, delle pestilenze che cancellavano interi stati o delle guerre mondiali. L’umanita’ allora ha resistito Oggi il terrorismo, le pandemie, la crisi ambientale, generano paure che pesano in misura imprevista quando vanno ad annidarsi nell’intimita’ dell’individuo che, squassato dalla perdita di alcuni grandi valori come la fede, la famiglia, la politica, subisce la crisi della propria identita’ e la trasferisce nella realta’ economica, che ne risente anche per la crisi del welfare. Se crolla la prospettiva di lavoro di una famiglia, il futuro di uno studente, la possibilita’ di inserirsi o re-inserirsi nella societa’, infatti, anche tutti gli altri problemi diventano drammaticamente piu’ vicini all’individuo, lo terrorizzano e lo costringono a rimanere nel terrore.

D: Come si interviene in questo scenario?
E: La mia proposta, che reiterero’ nelle conclusioni, richiama, innanzitutto, ad una riscoperta dei valori fondanti l’individuo e la societa’ come l’istruzione, la cultura, cioe’ quelle colonne che possano sorreggerle. C’e’ bisogno, pero’, anche di una riforma del welfare state che, a fronte di uno Stato che arretra perche’ non riesce piu’ a sostenere il peso di questi problemi, puo’ essere portata a compimento solo dal non profit, quel terzo settore al quale ho dedicato tanti anni, e che a mio avviso e’ l’unico a poter consegnare all’uomo quelle risposte che l’umanita’ sembra aver smarrito. Mi ha fatto piacere sentire dagli studiosi dei Paesi emergenti intervenuti al Social summit che a loro avviso la soluzione ai problemi delle loro megalopoli e’ quella solidarieta’ che noi pratichiamo da secoli.

D: Qual e’ il ruolo della politica in questo passaggio?
E: La disattenzione della classe politica rispetto alla dimensione sociale e’ uno dei principali problemi che abbiamo. Il 46% dei cittadini di tutto il mondo, ma in particolare italiani, intervistati dal Censis sulla natura delle proprie paure, non ha risposto che teme il bandito, il diverso, il Rom, ma che ha paura dell’incertezza che gli e’ data dal non poter piu’ contare sulle garanzie di uno Stato sociale che funzioni e gli dia una risposta certa. Ci sono tante realta’ che potrebbero rispondere a questo bisogno, ma se come non profit dobbiamo pagare le tasse come le imprese, non avere cittadinanza attiva perche’ non veniamo riconosciuti con la dignita’ costituzionale che meriteremmo -visto che la sussidiarieta’ e’ stata appiccicata come una pezza alla nostra Costituzione ma non gli si e’ dato ne’ un corpo ne’ una rete - siamo messi in condizione di arenarci.

D: Con il federalismo, tuttavia, lo spostamento di alcune competenze in capo ad Enti locali non in grado di sopportarne il peso di gestione oggi mette in condizione parte del Terzo settore di annunciare la propria estinzione.
E: Sono convinto che non usciremo da questa crisi se non si risolve un grosso problema: dobbiamo sollevare il sistema dell’assistenza da quel grave peso (e costo) che la struttura statale carica nel veicolare le risorse dalla fase di produzione alla destinazione del servizio. Dev’essere il cittadino a modulare la richiesta, a gestirla nella propria autonomia, interrompendo questa lunga catena grazie alle strutture agili ed elastiche che il volontariato ha costruito e che fa funzionare da sempre, rendendo fluido il rapporto tra risorse e cittadini. Non penso, vorrei chiarirlo, che questo sia possibile spostando questo ruolo di ‘’smistamento’ delle risorse sui Centri per i servizi al volontariato - rispetto ai quali, come e’ noto, ho una visione molto critica - perche’ con questo modello rischiamo di ricreare quel sistema ingessato che oggi non permette di operare al pubblico. Non sento alcun politico sostenere questa proposta.

D: Ma non c’e’ il rischio di consumismo dei servizi da parte dei cittadini?
E: La nostra esperienza e i dati ci dicono il contrario. Dobbiamo rieducare i cittadini a un diritto certo ed esigibile, quando serve. Con un pubblico che non gestisce ne’ eroga,ma indirizza e controlla il welfare, potremmo corrispondere in modo piu’ efficace alle aspettative del singolo. Se posso, ad esempio, fruire di un coupon con un pacchetto di prestazioni certe, non credo che accrescero’ la mia domanda di assistenza ma tentero’ di amministrarla con saggezza. Se continuera’, tuttavia, una disattenzione da parte dello Stato, sara’ inutile, a mio avviso, parlare di socialita’, di welfare, visto che questo argomento che dovrebbe essere quello principale finisce, di fatto, ad essere abbandonato in Italia.

D: La politica, dunque, non sta svolgendo fino a fondo il suo ruolo?
E: Anche nel corso del Social summit abbiamo riflettuto tanto sull’intervento pubblico. In America le principali banche sono state nazionalizzate, mentre, ad esempio, in Italia Alitalia sembra dover essere per forza affidata ai privati secondo una formula molto incerta. Io non sono a favore di un intervento illimitato dello Stato, ma di un intervento regolatore si’, anche di fronte ai nuovi strumenti della finanza dei quali abbiamo parlato molto qui in questi giorni. Nel nostro Paese passiamo da un eccesso all’altro: nel caso dell’individuo, dove ci sarebbe bisogno di una personalizzazione dei servizi, lo Stato non lascia spazi al privato sociale perche’ teme un consumismo delle prestazioni che non c’e', ma dall’altro, dove c’e’ gia’ una voragine, lo Stato arretra e la lascia ai privati. Qualcuno dovra’ spiegarci la schizofrenia di questo comportamento pubblico perche’ qualcosa non torna.

D: Quale ruolo possono giocare le fondazioni nel cambiamento da lei auspicato?
E: Parto da una critica che muovo in casa mia. Le fondazioni debbono decidere: o fare come noi della Fondazione Roma, che ci occupiamo esclusivamente delle persone che hanno bisogno, della sanita’, della ricerca scientifica, della cultura, del volontariato, oppure scegliere di gestire le banche e la finanza. Altre fondazioni vogliono fare, in realta’, solo questo: Cariverona, Montepaschi , solo per fare qualche esempio. Noi, al contrario, abbiamo piccole percentuali finanziarie e assicurative, con le quali diversifichiamo, ripartiamo il rischio e destiniamo tutti i proventi ad aiutare la povera gente. Non e’ vero che la filantropia non rende: noi, pur con una scelta di campo molto netta, abbiamo registrato un rendimento annuo di circa il 10%. Ai miei compagni di strada dico: scegliete la filantropia, oppure fate altro, pagando le tasse adeguate ad un’attivita’ di mercato. E che lo stato assicuri a chi fa solo volontariato un trattamento anche fiscale adatto alla sfida.

D: E al terzo settore che cosa chiede?
E. Che faccia bene il proprio mestiere, con professionalita’ e grande coerenza rispetto alla propria mission, senza inventarsi ogni mattina professionista della questua, dedicando tempo e risorse prevalenti al fund raising, con proposte improvvisate e inutili. Sono scelte che, alla lunga, non pagano nessuno, e alimentano incertezza, precarieta’ e paura.

martedì 2 settembre 2008

Nucleare civile: la parola al referendum

Insisto sull’esigenza di prendere molto seriamente la decisione presa dal Governo - ora sanzionata dalla legge approvata all’inizio dello scorso agosto – di reintrodurre il nucleare civile in Italia. Infatti l’art.7 del dl 112 recita testualmente “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.

Il nucleare civile in Italia è un capitolo che è stato chiuso 20 anni fa, dopo il referendum che fece capire a tutti che la maggioranza degli italiani non ne voleva sapere. La destra vuole ribaltare quel risultato.

In questi 20 anni i favorevoli alla reintroduzione del nucleare civile hanno lavorato –purtroppo - con impegno, tanto che è incerto come la pensi oggi la maggioranza degli italiani. Mentre gli eredi della vittoria del NO al referendum hanno dormito sugli allori e oggi sono in difensiva.

Oggi la destra, facendosi interprete degli enormi interessi legati alla reintroduzione del nucleare, sfida apertamente l’esito del referendum e ha deciso di tentare di reintrodurlo in Italia.

Non capisco i ritardi e le incertezze nell’assumere decisioni adeguate per reagire alla decisione della destra e quindi ripropongo apertamente e pubblicamente il problema perché sono convinto che la decisone di reagire da parte di chi non è disposto a subire la violenza politica della destra va presa ora. Mentre la gestione tattica delle diverse fasi lascia più tempo per organizzare la risposta nel modo migliore e più condiviso.

E’ questo il momento politico per reagire o no?

Si, è questo il momento per reagire perché di fronte alla sfrontatezza della destra (ha l’appoggio anche dell’UDC) non si può dare l’impressione che non ci sia un riferimento politico in grado di contrastare la sua iniziativa e di organizzare la risposta politica di massa nel modo migliore.

L’argomento che non ci vuole fretta è ancora meno comprensibile. Cosa occorre attendere ? La destra ha già deciso ed entro la fine del 2008 indicherà i siti di localizzazione. La reazione contro il nucleare non può essere lasciata sulle spalle delle sole località prescelte e sperare che la destra in realtà non combinerà nulla mi sembra più precario che giocare al lotto.

Quindi occorre preparare subito le condizioni per una risposta politica all’altezza della sfida lanciata dalla destra.

La decisione di reintrodurre il nucleare civile, complice la crisi energetica, non ha alternative ?

Nell’opinione pubblica è certo diffusa la convinzione che il nucleare civile è un male con cui occorre convivere. Non è così perché il nucleare nella migliore delle ipotesi richiede 10/12 anni per essere realizzato mentre il risparmio energetico e le energie rinnovabili possono dare risultati maggiori in tempi molto più brevi.

Inoltre la reintroduzione del nucleare civile in Italia ha costi enormi. Si parla di 3 miliardi di euro ogni 1000 megawatt, quindi i costi di cui parla l’ineffabile Ministro Scaiola sono almeno 30 miliardi. E’ chiaro che il nucleare civile assorbirebbe tutte le risorse disponibili per interventi in campo energetico. Pubbliche e private.

Senza dimenticare che l’uranio è disponibile in quantità limitate, il suo prezzo sta aumentando rapidamente e se ci fosse un aumento ulteriore della sua richiesta anche il suo prezzo aumenterebbe e diventerebbe una fonte in esaurimento, più o meno come il petrolio.

La decisione può avere solo motivazioni economiche ?

La priorità dovrebbe essere la vita, la sua sicurezza e quindi non c’è dubbio che il principio di precauzione ci dice con chiarezza che oggi sono irrisolti sia la questione dello smaltimento delle scorie (irrisolta in tutto il mondo) sia la sicurezza del sistema di produzione dell’energia nucleare di cui sono una spia i ripetuti incidenti che hanno un’influenza più o meno nefasta sulla salute dei cittadini. Per fortuna non tutto è come Chernobil, ma anche gli ultimi incidenti, meno gravi, hanno creato seri problemi ai cittadini e all’ambiente.

Come minimo occorre attendere l’esito degli studi su una nuova generazione di nucleare, che richiedono ancora tempo e i cui esiti paradossalmente potrebbero dimostrare l’inutilità e l’arretratezza della decisione del Governo della destra.

Come fermare una scelta sbagliata ?

Sinistra ed ambientalisti sono assenti dal parlamento e il P.D. è incerto e diviso. Quindi non si può pensare di reagire facendo perno sulla battaglia parlamentare. Del resto il testo della legge della destra è passato senza troppi strappi. Quindi chi non è d’accordo deve organizzare la risposta dell’opinione pubblica e questo richiede 2 piani di intervento.

Il primo è la mobilitazione di tutte le intelligenze e capacità scientifiche che possono contribuire in modo decisivo ad orientare un’opinione pubblica che è oggi confusa e divisa.

Il secondo è individuare con chiarezza lo strumento del referendum popolare come l’unico modo per ribaltare la decisione (già presa) della destra. A meno che qualcuno pensi seriamente che potrebbe bastare una raccolta di firme. Del resto la destra teme solo l’opinione pubblica. Certo non bisogna sottovalutare le difficoltà attuali dell’opinione pubblica. Promuovere un referendum è un compito molto impegnativo ma anche esaltante nell’interesse del nostro paese e del suo futuro, della qualità della sua vita. La sinistra dovrebbe interrompere la contemplazione dell’ombelico e comprendere che processi unitari reali si realizzano solo nel fuoco di grandi battaglie comuni: politiche, culturali, sociali, ecc.

Di Pietro sta imparando a spese delle sue velleità che un referendum non si può fare prima del 2010. Il 2010 può essere il tempo giusto per fermare la decisione nuclearista della destra, a condizione di partire qui ed ora, senza tentennamenti.

Il 15 settembre ci sarà un primo incontro per avviare questo lavoro, mi auguro che ci saranno tante disponibilità a dare una mano.

di Alfiero Grandi da Il Manifesto del 27 agosto 2008

venerdì 8 agosto 2008

Resistere o arrendersi? Non c'è alternativa alla guerra, il monito di Orwell nel 1940

CONTRARIAMENTE al credo popolare, il passato non è stato più denso di avvenimenti del presente. Se così sembra, è perché guardandoci alle spalle i fatti accaduti anni e anni addietro si affastellano, e perché pochissimi dei nostri ricordi ci pervengono nella loro autentica purezza. È soprattutto grazie ai libri, ai film e alle memorie nel frattempo sopraggiunti, che alla guerra del 1914-18 viene oggi attribuito quel valore straordinario ed epico di cui l'attuale difetta.
Se tuttavia avete potuto vivere quel conflitto, e se sceverate i veri ricordi dalle aggiunte successive, vi accorgerete che non furono di solito i grandi eventi, all'epoca, a suscitare in voi forti emozioni. Non credo che la «Battaglia della Marne», ad esempio, avesse agli occhi del gran pubblico quel carattere melodrammatico che poi le è stato attribuito. Né ricordo di aver mai udito l'espressione «Battaglia della Marne», se non anni dopo l'accaduto. Era semplicemente successo che i tedeschi, portatisi a ventidue miglia da Parigi — il che era senz'altro piuttosto allarmante, dopo le atrocità commesse in Belgio — erano poi, per qualche ragione, tornati indietro. Avevo undici anni quando scoppiò la guerra. Se, in tutta sincerità, metto a fuoco i miei ricordi senza tener conto di quel che ho appreso in seguito, devo ammettere che nulla, per tutta la durata del conflitto, riuscì a commuovermi così profondamente come poté l'affondamento del Titanic, appena qualche anno prima. Quella sciagura, al confronto marginale, aveva scosso il mondo intero, e lo sconcerto non si è ancora del tutto dissolto. Ricordo le terribili, minuziose cronache lette ad alta voce durante la colazione (allora era normale abitudine leggere forte il giornale), e ricordo che in quel lunghissimo campionario di orrori una notizia mi colpì più di tutte: alla fine, il Titanic si era improvvisamente portato in verticale e, quando la prua iniziò ad affondare, i passeggeri aggrappati a poppa furono sollevati ad almeno trecento piedi nell'aria, prima di sprofondare nell'abisso. Provai un gran senso di vuoto allo stomaco, che riesco quasi ancora ad avvertire. Nulla in guerra mi ha mai procurato una simile sensazione.
Dello scoppio della guerra conservo tre vivide immagini che, data la loro marginalità e irrilevanza, non sono state intaccate da alcun evento posteriore. La prima corrisponde alla caricatura dell'«Imperatore Tedesco» (credo che l'odiato appellativo di «Kaiser» acquistò popolarità soltanto qualche tempo dopo), che fece la sua comparsa alla fine di luglio. La gente fu lievemente scandalizzata da una simile irrisione della sovranità («Ma è un uomo di così bell'aspetto, davvero!»), nonostante fossimo a un passo dalla guerra. L'altra risale ai giorni in cui l'esercito requisì tutti i cavalli della nostra cittadina di campagna, e un vetturino scoppiò in lacrime, nella piazza dove si svolgeva il mercato, quando il suo animale, che da anni e anni lo serviva, gli fu strappato via. L'altra ancora è di una ressa di giovani alla stazione ferroviaria, che sgomitano per accaparrarsi i giornali della sera, appena arrivati con il treno da Londra. E ricordo la pila di giornali verde pisello (ve n'erano ancora di quel colore, all'epoca), i colletti alti, i pantaloni di foggia affusolata e le bombette, molto più di quanto non ricordi i nomi delle terribili battaglie che già infuriavano ai confini della Francia.
Degli anni centrali della guerra, ricordo soprattutto le spalle quadrate, i polpacci prominenti e il tintinnio degli speroni degli artiglieri, la cui uniforme preferivo di gran lunga a quella della fanteria. In quanto al periodo finale, se mi si chiedesse qual è onestamente il mio ricordo principe, risponderei con estrema semplicità: la margarina. A riprova dell'orribile egoismo dei bambini, già nel 1917 la guerra non ci toccava quasi più, non fosse stato per lo stomaco. Nella biblioteca della scuola, una gigantesca mappa del Fronte Occidentale venne appesa a un cavalletto, con un filo di seta rosso che correva, tracciando uno zigzag, tra varie puntine da disegno. Di tanto in tanto, il filo si muoveva di mezzo pollice in questa o quella direzione, e ogni spostamento era la spia di una montagna di cadaveri. Io non vi prestai mai attenzione. A scuola ero tra i ragazzi con un livello d'intelligenza superiore alla media, eppure non ricordo un solo evento, tra i maggiori dell'epoca, che ci apparisse nel suo autentico significato. La Rivoluzione russa, ad esempio, non ebbe su di noi alcun effetto, eccetto quei pochi i cui genitori avevano investito denaro in Russia. Tra i più giovani, la reazione pacifista aveva preso piede da ben prima che la guerra giungesse a conclusione. Essere il più svogliato possibile alle parate del Corpo addestramento ufficiali di Complemento, e non mostrare alcun interesse per la guerra, tutto ciò era considerato un segno d'illuminazione. I giovani ufficiali reduci dal conflitto, induriti dalla terribile esperienza e disgustati dall'atteggiamento della nuova generazione, ai cui occhi essa era del tutto insignificante, erano soliti rimproverarci la nostra mollezza. Naturalmente, non riuscivano ad addurre alcuna ragione a noi comprensibile.
Erano capaci soltanto di sbraitare che la guerra era «una buona cosa», che «ti temprava», «ti manteneva in forma», eccetera eccetera. Noi ci limitavamo a ridere sotto i baffi. Il nostro era un pacifismo di parte, tipico di Paesi protetti e con una forte marina militare. Fino a parecchi anni dopo il conflitto, possedere una qualche conoscenza o interesse per le questioni militari, o addirittura sapere da quale estremità di un fucile esce la pallottola, era motivo di sospetto nei circoli «illuminati». I fatti del 1914-18 vennero liquidati come un inutile massacro, di cui le stesse vittime furono ritenute, in un certo senso, colpevoli. Quante volte ho sorriso pensando a quel famoso manifesto di reclutamento— «Papà, che cosa hai fatto nella Grande Guerra?» (un bambino pone la domanda al genitore atterrito dalla vergogna) —, e a tutti gli uomini che saranno stati attirati nell'esercito soltanto da quella locandina, e poi disprezzati dai propri figli per non essersi dichiarati obiettori di coscienza.
Ma i morti si sono presi la rivincita, dopo tutto. Non appena la guerra scivolò nel passato, proprio la mia generazione, quella cioè dei «troppo giovani », divenne consapevole dell'enormità dell'esperienza che aveva perduto. Non ci si sentiva pienamente uomini, perché quell'esperienza mancava. Ho trascorso il grosso degli anni 1922-27 in mezzo a uomini appena più grandi di me, e che erano stati in guerra. Ne parlavano senza posa, con orrore, naturalmente, ma anche con sempre maggior nostalgia. Una nostalgia che si riverbera con estrema chiarezza nei libri inglesi sulla guerra. D'altronde, la reazione pacifista non rappresentò che una fase transitoria, e anche i «troppo giovani» erano tutti stati preparati a combattere. La gran parte del ceto medio inglese è addestrata alla guerra sin dall'infanzia, non tecnicamente ma moralmente. Il primo slogan politico che mi sovviene recitava: «We want eight, and we won't wait» («Ne vogliamo otto, e ci faremo sotto»), sottintendendo le corazzate «dreadnoughts ». A sette anni ero membro della Lega Navale e portavo un vestito alla marinara con la scritta «H.M.S. Invincible» sul berretto. Ancor prima di entrare nel Corpo addestramento ufficiali della mia scuola superiore, ero stato cadetto in collegio. Ho imbracciato fucili, a intervalli regolari, sin da quando avevo dieci anni, in preparazione non a una guerra come tante altre, ma a una guerra assai particolare, una guerra ove le cannonate risuonano in un crescendo di frenesia, e al momento opportuno ti arrampichi fuori dalla trincea, ti rompi le unghie sui sacchetti di sabbia, e ti dimeni tra il fango e il filo spinato, verso il fuoco di sbarramento. Sono convinto che il fascino esercitato dalla Guerra civile spagnola sui miei coetanei fosse dovuto, almeno in parte, alle profonde affinità con la Grande Guerra. Vi furono momenti in cui Franco riuscì a mettere assieme abbastanza aeroplani da portare il conflitto agli standard moderni, e ad essi si devono le svolte decisive. Per il resto, tuttavia, si trattò di una copia sbiadita del 1914-18, una guerra di posizione fatta di trincee, artiglieria, incursioni, cecchini, fango, filo spinato, pidocchi e stagnazione. Il settore del fronte aragonese dove mi trovavo all'inizio del 1937, doveva essere molto simile a un tranquillo reparto nella Francia del 1915. Soltanto l'artiglieria era carente. Anche nelle rare occasioni in cui sparavano contemporaneamente, tutti i cannoni dentro e fuori Huesca non bastavano che a produrre un rumore inoffensivo e intermittente, simile alla fine di un temporale. Le granate sparate dai cannoni da sei pollici di Franco si schiantavano piuttosto fragorosamente, ma non ve n'erano mai più di una dozzina per volta. Posso dire che dopo aver udito per la prima volta i colpi «da guerra» dell'artiglieria, come si usa dire, rimasi almeno in parte deluso. Era tutto così diverso dal tremendo, incessante boato che i miei sensi avevano atteso per ben vent'anni.
Non saprei dire in quale anno ho saputo per la prima volta con certezza che la guerra attuale fosse imminente. Dopo il 1936, naturalmente, era ormai una cosa ovvia, che soltanto uno sciocco non avrebbe colto. Per diversi anni avevo vissuto come un incubo l'arrivo della guerra, e talvolta giunsi anche a pronunciare discorsi e scrivere pamphlet anti-bellici. Ma alla vigilia dell'annuncio del patto russo-tedesco, sognai che la guerra era scoppiata. Era uno di quei sogni che, qualunque sia il loro recondito significato freudiano, talvolta rivelano la vera condizione dei propri sentimenti. Mi fece capire due cose: primo, che allo scoppio della tanto paventata guerra avrei dovuto semplicemente provare sollievo; secondo, che in fondo ero un patriottico, che non avrei tramato né agito contro la mia sponda, che avrei appoggiato il conflitto e che vi avrei possibilmente combattuto. L'indomani, appena scese le scale, trovai il giornale con l'annuncio del viaggio di Ribbentrop a Mosca. (Il 21 agosto 1939 Ribbentrop fu invitato a Mosca, e il 23 agosto firmò con Molotov il patto russo-tedesco). La guerra era dunque imminente, e il governo, persino quello di Chamberlain, poteva contare sulla mia fedeltà. Inutile aggiungere che quest'ultima era e resta semplicemente un atto formale. Come a quasi tutti i miei conoscenti, il governo ha seccamente rifiutato di assegnarmi una qualsivoglia mansione, anche come copista o soldato semplice. Ma ciò non cambia i propri sentimenti. D'altronde, saranno costretti a servirsi di noi, prima o poi.
Credo che non avrei alcun problema a difendere le mie ragioni a sostegno della guerra, se necessario. Non c'è altra concreta alternativa: resistere a Hitler o arrendersi, e da socialista devo dire che è meglio resistere; in ogni caso, non vedo un solo argomento a favore della resa che non vanifichi il senso della resistenza repubblicana in Spagna, di quella cinese al Giappone, eccetera eccetera. Ma non voglio certo dire che sia questo il fondamento emotivo delle mie azioni. Nel sogno di quella notte capii che il patriottismo così a lungo inculcato nel ceto medio aveva fatto il suo corso, e che laddove l'Inghilterra si fosse trovata in gravi ambasce, per nessuna ragione avrei potuto compiere un sabotaggio. Ma che nessuno travisi il significato di queste parole.
Il patriottismo non ha nulla a che vedere con il conservatorismo. È la devozione a qualcosa che cambia continuamente, ma misticamente appare sempre uguale a se stesso, un po' come l'attaccamento degli ex «bolscevichi bianchi» alla Russia. Prestare fedeltà sia all'Inghilterra di Chamberlain che all'Inghilterra del domani potrebbe sembrare impossibile, se non si fosse consapevoli che è un fenomeno di quotidiana ordinarietà. Soltanto una rivoluzione può salvare l'Inghilterra, ciò è evidente ormai da anni, ma la rivoluzione ora è cominciata, e potrebbe procedere abbastanza speditamente, se solo sapremo tenerci alla larga da Hitler. Nel giro di un paio d'anni, o forse uno soltanto, sol che teniamo duro, assisteremo a cambiamenti che sorprenderanno gli sciocchi privi di lungimiranza. Sui rigagnoli di Londra, non mi perito di affermarlo, dovrà scorrere sangue. D'accordo, così sia, se è necessario. Ma quando le milizie rosse saranno acquartierate al Ritz, sentirò ancora che l'Inghilterra che mi insegnarono ad amare tanto tempo fa, e per ragioni così disparate, in qualche modo sopravvive.
Sono cresciuto in un'atmosfera permeata di militarismo, e ho poi trascorso cinque tediosi anni tra gli squilli di tromba. A tutt'oggi avverto un vago odor di sacrilegio, quando non si sta sull'attenti durante il «Dio salvi il Re». Tutto ciò è infantile, naturalmente, ma preferisco di gran lunga aver ricevuto questo tipo di educazione che non essere come quegli intellettuali di sinistra così «illuminati» da non saper comprendere le emozioni più comuni. Sono proprio gli individui che non hanno mai avuto un balzo al cuore alla vista della bandiera del Regno Unito coloro i quali, quando arriva il momento della rivoluzione, si tirano indietro. Invito a confrontare la poesia scritta da John Cornford non molto tempo prima di essere ucciso (Before the Storming of Huesca, «Prima della presa di Huesca»), con quella di Sir Henry Newbolt (There's a breathless hush in the close tonight, «C'è una quiete carica di tensione sul campo questa notte»). Se si lasciano da parte le differenze tecniche, riconducibili a una semplice distanza temporale, ecco che il contenuto emotivo delle due poesie appare pressoché identico. Il giovane comunista morto eroicamente nella Brigata Internazionale si era fatto le ossa nelle scuole d'élite. Aveva cambiato bandiera, ma non le proprie emozioni. Che cosa ne discende? Semplicemente la possibilità di tirar fuori un socialista da un ottuso reazionario, il potere di auto- trasformazione insito in qualsiasi vincolo di fedeltà, l'esigenza spirituale di patriottismo e virtù militari, dei quali, per quanta scarsa simpatia i conigli lessi della Sinistra nutrano nei loro riguardi, non si è ancora trovato un sostituto.

di George Orwell dal Corriere della Sera del 8 agosto 2008

lunedì 4 agosto 2008

La politica s’inchina a sua maestà la menzogna

Molti i modi di mentire: dal fornire una versione comoda dei fatti, all’inventarepericoli inesistenti per eludere quelli veri

Il filosofo Giacché spiega come funziona e a cosa serve l’odierna fabbrica del falso: in primo luogo a «tenerci buoni»

«Le masse... cadranno vittime più facilmente di una grossa menzogna che di una piccola». Adolf Hitler in «Mein Kampf»

I TAGLI? SI CHIAMANO «RIFORME». Le torture? «Tecniche di interrogatorio rafforzate». Un tempo le verità inconfessabili del potere erano coperte dal segreto, oggi la guerra contro la verità è combattuta e vinta sul terreno della parola

Cosa tiene in piedi le società odierne nelle quali aumentano a vista d’occhio le differenze di potere e di ricchezza e però nessun accenno compare verso un rifiuto collettivo delle nuove forme di dominio? Come mai in un sistema sociale che sforna in continuazione inedite esclusioni e cronicizza la flessibile precarietà dei lavori regna ancora più piatta la sovrastante potenza ordinatrice del capitale? Cosa impedisce la rivolta degli attori sociali in un mondo in cui le vacche del nord guadagnano con i sussidi loro erogati il doppio dei salari dei lavoratori del sud? Queste domande sono al centro del libro di Vladimiro Giacché, La fabbrica del falso, che riflette all’interno di una serrata critica dell’ideologia contemporanea coniugando con finezza una cruda e molto informata descrizione dei processi reali e una sottile ironia.
L’autore, con alle spalle un dottorato di filosofia alla Normale, e un presente nei ruoli direttivi del mondo dell’economia e della finanza, dinanzi ai dilemmi di oggi suggerisce una risposta ai limiti della provocazione teorica. Il nucleo del suo ragionamento è questo: oggi mancano soggetti sociali combattivi perché il grande protagonista del discorso pubblico è diventata la fabbrica del falso. La menzogna con i suoi meccanismi linguistici di occultamento del dato empirico si afferma in ogni ambito del vissuto neutralizzando così i processi reali sempre più relegati su uno sfondo lontano e invisibile. Le parole chiave del lessico contemporaneo rivelano questa perdita di referenzialità che porta alla costruzione di eterei fantasmi che rendono impalpabili gli interessi sociali. Ci sono parole inventate solo per nascondere, altre invece servono per deviare e occultare.
Nel mondo attuale trionfa un aspro e selettivo sistema sociale che però preferisce rimuovere il suo ingombrante e ancora sospetto nome, capitalismo globale, per assumerne uno più mite e in apparenza gradevole, quello di economia di mercato. Il linguaggio tecnico con i suoi eufemismi leggeri contribuisce a fare del mercato proteso alla massimizzazione del profitto una cornice naturale e del tutto astorica. Per esemplificare questa torsione del linguaggio in chiave ideologica, Giacché conta che in un solo giorno la parola mercato compare ben 82 volte sul maggiore quotidiano economico. Persino il Trattato europeo parla per ben 78 volte di mercato, per 27 volte compare in esso la parola concorrenza e una sola volta esce il termine residuale occupazione. E le parole dominanti segnalano un più profondo cambiamento avvenuto nei rapporti sociali. I media rafforzano le potenze egemoni quando diffondono all’unisono una autentica metafisica dell’economia che attribuisce al mercato una ragione assoluta e contorce il senso del reale quando parla con trasporto di «restituzione» al mercato di imprese che però sono sempre state in mani pubbliche.
Oltre a parole che servono per addolcire o per sviare, la fabbrica del falso sforna parole che servono solo per stigmatizzare, per colpire un nemico immaginario per mettere all’erta altri più insidiosi. Giacché rammenta, a questo proposito, una risoluzione del 2006 con la quale il parlamento europeo invita a respingere l’ideologia comunista vista come in sé repressiva. Non se la passano bene al setaccio della repressione linguistica imperante neanche classici come Goethe, Kafka, Dostojevski che sono stati cancellati dai programmi scolastici polacchi perché giudicati immorali, nichilisti, e persino criminali. Il linguaggio serve anche a coniare parole spauracchio e per questo nella repubblica ceca è stata messa fuori legge la gioventù comunista perché nei suoi documenti ufficiali parla ancora di lotta di classe, mentre la costituzione vieta persino l’uso dell’espressione desueta e ormai criminogena. Con locuzioni devianti, con simboli ingannevoli viene coperto il crudo dominio postmoderno che Giacché rende bene con queste cifre: l’1 per cento detiene il 40 per cento del patrimonio finanziario e immobiliare del mondo, il 50 per cento delle popolazione accede solo all’1 per cento della ricchezza planetaria. Inoltre tra i 100 principali soggetti economici mondiali 51 sono imprese, 49 sono i paesi. Su queste basi materiali di dominio, lavora poi un immaginario leggiadro che nega la visibilità mediatica del conflitto e si rifugia in una neolingua del mercato che si autonomizza dalla politica.
La fenomenologia della menzogna prescrive come sua regola aurea che la visibilità stessa del disagio sociale vada sempre rimossa. Giacché ricorda che ad Atene, per i giochi olimpici del 2004, furono deportati 11 mila senzatetto. Negare la tangibilità delle contraddizioni della metropoli è un imperativo supremo per scacciare per sempre i problemi sociali dalla sfera pubblica. Per questo oggi nelle città si vieta l’accattonaggio e il sindaco si veste da sceriffo. In una società della merce, la vista del disagio estremo crea imbarazzo nei consumatori. E perché mai turbare i sensi esteticamente esigenti del consumatore finale con scene imbarazzanti di quotidiana povertà? Per gli ultimi basta la compassione, e la carità può prendere il posto della solidarietà pubblica. Importante è che nessuno pensi di mutare le condizioni sociali di esistenza, o prospetti addirittura strategie per i diritti. Vengono per questo progettate forme di esplicito depistaggio per inculcare in chiunque la paralizzante percezione di vivere insicuri. Lo Stato sociale viene così superato dallo Stato penale che deve inventarsi emergenze e nemici alle porte. Giacché rammenta che sotto Blair non solo si fece ricorso alla schedatura del dna, ma vennero impiantate 4,2 milioni di telecamere spia e inventati 3023 nuovi reati.
Per favorire l’ingresso nello Stato penale emergenziale, la menzogna più grande che viene fabbricata riguarda il lavoro. La sua sconfitta deve essere irreparabile e duratura. Le cifre al riguardo sono quelle che Giacché riporta. Trent’anni fa l’85 per cento della popolazione attiva aveva un lavoro stabile. Nel 2010 un impiego sicuro e protetto toccherà ad appena il 25 per cento. Il lavoro nelle sue retribuzioni non supera spesso la soglia di povertà. Già oggi 3 milioni di lavoratori percepiscono meno di 800 euro al mese e altri 3 milioni sono al di sotto dei mille euro. Esiste una povertà strutturale che nasce dal lavoro, non dalla esclusione dei derelitti. Eppure ciò che la grande officina del falso nasconde è proprio la ragione stessa del conflitto sociale per i diritti e per il salario migliore. In una società che rende ognuno un uomo precario, che può essere acquistato con decine di modalità contrattuali, sembrano sfumare le classi e con esse le ragioni della mobilitazione collettiva. Spesso si riscontra il paradosso, una vera forma di scissione la chiama Giacché, per cui il lavoratore, conferendo i soldi per la sua pensione ad un fondo pensione, si tramuta in investitore che potrebbe, per la sua stessa azienda, decidere delocalizzazioni, licenziamenti. In questi casi - conclude Giacché - non solo il lavoro non pagato origina il plusvalore ma è «il salario differito a trasformarsi immediatamente in capitale».
La immensa fabbrica del falso contribuisce a occultare il dominio reale facendo sì che una grande quantità di soggetti, da ritenersi senz’altro oggettivamente dei proletari postmoderni per reddito e condizione occupazionale, soggettivamente si sentano tutt’altro altro e rifiutino con sdegno ogni identificazione in termini di classe sociale. Interviene qui il miracolo del consumo che, in virtù di una gigantesca macchina mondiale adibita alla produzione illimitata dei desideri, rende tutti cacciatori instancabili di tendenze, sedotti dai messaggi della ricchezza a portata di mano, grazie a bancomat e carte di credito. Quando tutti inseguono la pubblicità per cercare di somigliare ai suoi modelli di consumo, declina ogni responsabilità civica. Compare così una democrazia sfregiata che perde ogni aggancio con l’idea di una eguaglianza da costruire con politiche di inclusione. Quello che continua a portare il nome di democrazia in realtà è sempre più uno stanco rituale con il quale una élite dell’economia e degli affari si lascia legittimare, a scadenze prefissate, dal voto passivo di elettori distratti e disincantati. Tra ingorde oligarchie del denaro e rampanti gestori dei media che si contendono il potere, la libertà torna ad essere una mera appendice della sicurezza e della proprietà che ovunque conquista posti di comando nelle istituzioni.
E che ne è del pensiero critico? La tendenza della società dell’iperconsumo è quella di fare del consumo l’unico collante sociale. Tutto l’agire sociale pare risolversi perciò in una ricerca frenetica di sponsorizzazione e in perenne organizzazione di eventi. Gli stessi luoghi classici di produzione del sapere, le università, entrano nel vortice del consumo e, benché prive di fondi per la ricerca, riescono a spendere per la pubblicità la bellezza di 20 milioni di euro. Come attendibile spirito del tempo Giacché riporta l’esemplare caso della pubblicità dell’Università di Macerata: «Liscia o Gassata? Università di Macerata fonte di cultura, sorgente di professionalità». Tutte le forme di espressione, anche quelle del sapere, assumono ormai i devianti codici espressivi della pubblicità. Depotenziato dalle metafore deformanti della neolingua della merce, il soggetto sociale ancora manca e non si presenta sulla scena pubblica. In attesa che qualcosa sconvolga la seduzione ingannevole della merce, Giacché propone di cominciare assediando intanto il linguaggio per ripulirlo, e per riconsegnare così il reale alla sua durezza espressiva. La filosofia è insomma il proprio tempo negato (per ora) solo con il pensiero.

di Michele Prospero da l’Unità del 4 agosto 2008

lunedì 28 luglio 2008

Il comma 22 del dipendente

Quando un governo è intimamente orientato da idee di destra, quale che sia la sua auto-etichettatura politica, in tema di politiche rivolte a peggiorare le condizioni di lavoro ci si può aspettare veramente di tutto.
In Francia sono state appena eliminate di fatto le 35 ore introdotte dieci anni fa dal governo socialista di Jospin come orario normale ed effettivo del lavoro settimanale. I governi Blair e Brown hanno fatto di tutto – riuscendoci, alla fine, pochi mesi fa – per far approvare dai ministri degli Affari sociali europei una norma che permette alle imprese di costringere i lavoratori a seguire orari compresi tra le 60 e le 78 ore la settimana. L´ultima trovata del governo Berlusconi batte però ogni precedente, quanto a disprezzo per le persone che si guadagnano da vivere alle dipendenze di un´impresa e adozione esplicita di misure che tolgono ad esse ogni possibilità di difesa, mentre introducono tra i lavoratori stessi forme clamorose di ingiustizia sociale.
Il nocciolo della trovata è noto. Finora un lavoratore titolare di un contratto a termine, come dipendente effettivo o come finto autonomo (è il caso dei lavoratori a progetto), il quale riteneva che il contratto medesimo fosse viziato da qualche irregolarità poteva far ricorso al giudice del lavoro. Se quest´ultimo stabiliva che il contratto era effettivamente irregolare, una condizione che sicuramente sussiste, tra gli altri, proprio per decine di migliaia di lavoratori a progetto, poteva imporre all´impresa di trasformare il rapporto di lavoro precario in un contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Ora non più. Il governo intende togliere al giudice simile facoltà. Salvo ripensamenti dell´ultima ora, un emendamento della finanziaria stabilisce infatti che l´impresa colta in fallo è tenuta al massimo a versare al soggetto alcune mensilità di stipendio, a titolo di indennizzo. Né ha l´obbligo di rinnovare almeno il contratto a termine. Le conseguenze a carico dei lavoratori interessati sarebbero esilaranti come il famoso Comma 22 (se vuoi essere esonerato dalle missioni pericolose devi essere dichiarato pazzo, ma nessuno può essere dichiarato tale se chiede l´esonero) se non fossero drammatiche.
Anziché passare da una condizione di precarietà lavorativa ed esistenziale alla modesta sicurezza che offre oggi un contratto a tempo indeterminato, la persona che protesta per le irregolarità che subisce rischia di perdere pure il contratto a termine.
Da parte loro le imprese non tarderanno ad approfittare della nuova normativa. Dinanzi alla prospettiva di perdere anche il posto da precario, pochi lavoratori oseranno rivolgersi al giudice, reso ormai impotente dal nuovo dispositivo. Territori sterminati si aprono quindi per la moltiplicazione dei contratti a termine, quasi non bastassero quelli che già impoveriscono la vita di alcuni milioni di persone. Intanto si inasprirà il conflitto tra chi ha un lavoro stabile, e teme sopra ogni altra cosa di finire catapultato nella massa di coloro che per decenni un lavoro stabile non sanno nemmeno che cosa sia.
Si dice che la trovata di togliere potere ai giudici del lavoro, annerendo al tempo stesso le prospettive di lavoro e di vita di tanti precari, sia motivata dal fatto che migliaia di lavoratori delle Poste che hanno un contratto a termine hanno fatto causa all´azienda. Se il motivo fosse davvero questo, la trovata in parola non solo apparirebbe ancora più meschina di quanto già non sia.
Sarebbe anche rivelatrice di che cosa debbono attendersi i lavoratori italiani per quanto riguarda le intenzioni già annunciate dal governo di procedere a ulteriori riforme del mercato del lavoro. Si parte da situazioni specifiche, che magari fanno problema ma richiederebbero soluzioni altrettanto specifiche, per ridurre all´impotenza e al silenzio la massa dei lavoratori dipendenti.

di Luciano Gallino da la Repubblica del 28 luglio 2008

venerdì 13 giugno 2008

Classe. La strana gente che sa sfidare la vita. Di Vittorio li avrebbe pianti e rimproverati

Muoiono come mosche, gli operai. Muoiono come nel passato anche se non c'è più Achille Beltrame a ritrarne il dramma sulla Domenica del Corriere . Vanno a lavorare e le famiglie temono di non rivederli, come i minatori di Marcinelle o gli edili dei palazzoni che hanno cambiato il volto e le periferie delle città negli anni Sessanta. Muoiono nelle fabbriche, nei cantieri, sulle navi, nelle cisterne mentre a Taipei, negli Emirati, negli States a centinaia parlano al cielo a cavallo di lunghissimi grattacieli e la sera tornano a casa per guardare la tv e bere una birra. Carlo Marx rabbrividirebbe. Charles Dickens lascerebbe i suoi bambini e il terribile Fagin di Oliver Twist , rivalutato dal cartoonist Will Eisner, per scrivere di loro, infelici operai moderni.
Sei morti a Mineo, Catania, mercoledì soffocati in un depuratore comunale. Due ne morirono il 18 gennaio nella stiva di una nave a Porto Marghera. Cinque a marzo a Molfetta in un'autocisterna della Truck Center. Sette alla Thyssen Krupp di Torino alla fine dello scorso anno. Bruciati, soffocati, morti violente e dolorose. Morti eroiche. C'è qualcosa di prezioso in questa classe operaia che ricompare solo negli annunci di morte.
Muoiono in tanti perché fra quelli che muoiono ci sono i soccorritori. Anche i pompieri che hanno estratto i corpi di Mineo correvano rischi. Le cronache raccontano storie che avrebbero commosso Victor Hugo. A Mineo il prete dice che gli operai sono morti abbracciati cercando di darsi reciprocamente aiuto. Nella stiva di Porto Marghera il secondo morto stava cercando di soccorrere il primo in difficoltà. A Molfetta è il padroncino dell'autocisterna a perdere la vita quando si accorge del dramma. Alla Thyssen altra storia di solidarietà. Solo fra gli operai troviamo tracce di questa antica cultura dell'aiuto. Su You Tube ha fatto epoca quel filmato in cui si vede un uomo falciato in una strada cittadina della grande America, ma poteva accadere anche qui, e per dieci minuti macchine e passanti fingevano di non veder il corpo sull'asfalto.
Voltare la testa dall'altra parte, salvarsi senza occuparsi dell'altro, non farsi turbare dallo spettacolo terribile sono la cifra della nostra epoca. Non per gli operai. Oggi sono minoranza, sono peggio pagati, lavorano come bestie, parlano spesso lingue strane e hanno facce di diverso colore. Ma si soccorrono. Forse erano una classe e lo sono tuttora non perché legati dalla produzione ma perché la produzione esaltava lo loro umanità.
Il mio compagno di lavoro non è più l'amico della vita, forse non so neppure dove abita, ma è il mio compagno di lavoro, se è in difficoltà io sono con lui. È una solidarietà laica, una umanità ribelle all'indifferenza che insegna come si sta al mondo.
Sono bestie strane questi operai. Vanno per conto loro anche quando rischiano inutilmente la vita. Tutti gli incidenti che abbiamo letto, visto in tv, ascoltato dai sopravvissuti dicono che i morti potevano non morire. Un casco, una maschera a gas, come a Mineo, una maggiore prudenza. Niente, anche nel cantiere di Montecitorio per un paio di mesi potevi fotografare l'operaio senza casco. In Italia muoiono come mosche mentre in altre parti del mondo, pensiamo ai giganteschi ponti in costruzione in Oriente e all'Ovest, accade molto di meno e non vedi un operaio che non abbia un casco, una maschera che li tuteli.
Spesso gli operai che muoiono sono operai-padroncini come a Molfetta, spesso il padrone è crudele come la Thyssen, ma a Mineo era il comune, non c'era la frusta a tener viva la loro dedizione. È che gli operai hanno certezza di sé, sanno come si lavora, il pericolo non lo allontanano con la maschera o con quel coso in testa ma con un mestiere appreso faticosamente che è quello di famiglia, il più delle volte. Operai testardi che sanno sfidare la vita e per questo spesso la perdono. Di Vittorio li avrebbe pianti e rimproverati.
Noi li piangiamo senza capirli assuefatti alle statistiche che ci dicono che sono scomparsi o rumeni. Invece salgono sulle impalcature, scendono nelle stive e vada come dio vuole. Alla salvezza ci pensano da soli, sorretti dal mestiere e dall'esperienza, l'uno fratello dell'altro. Operai italiani che non hanno letto l'invettiva di Umberto Saba contro gli italiani, abitanti di un paese in cui non si possono fare le rivoluzioni perché nella storia, da Romolo e Remo in poi, ci sono solo fratricidi e non parricidi. Loro non ammazzano i fratelli. Si fanno ammazzare per i fratelli.

di Peppino Caldarola da il Riformista del 13 maggio 2008

L’«Economist»: Pd troppo buono, opposizione fantasma altro che britannica

ROMA. Per l’Economist Walter Veltroni «rischia di essere troppo buono con Silvio Berlusconi» e il suo governo-ombra potrebbe diventare «un’opposizione fantasma». Nel numero da oggi in edicola, il settimanale britannico critica fortemente il leader del partito democratico e gli rinfaccia di essersi lasciato sfuggire «una serie di occasioni per mettere in imbarazzo il governo» e di aver così contribuito al rafforzamento della popolarità di Berlusconi. Tra le occasioni perse, l’Economist cita la mancata richiesta di maggiori dettagli sulle accuse mosse al presidente del Senato Renato Schifani dal giornalista Marco Travaglio per «rapporti di affari con persone poi condannate per mafia« e i mancati affondi contro il governo per il caso Alitalia, per le «aspre misure su immigrazione e sicurezza» e per la «messa al bando di gran parte delle intercettazioni telefoniche compiute dalla polizia». «Veltroni ha un’idea dell’opposizione che non appare assolutamente britannica», sottolinea la rivista, memore del fatto che nel Regno Unito l’opposizione non perde mai un’opportunità per attaccare il governo in carica. A giudizio dell’Economist Berlusconi ha senz’altro da guadagnare dalla politica del dialogo tenacemente portata avanti da Veltroni mentre «i benefici per la sinistra sono meno evidenti». «Ancor prima delle elezioni, Veltroni - spiega il periodico londinese ai suoi lettori - ha detto di volere la cooperazione con Berlusconi sulle riforme elettorali e costituzionali allo scopo di rendere l’Italia più facile da governare. È un obiettivo nobile ma è una strada che è stata tentata prima, con conseguenze disastrose». Secondo l’Economist la strategia elettorale di Veltroni è fallita, così come si è dimostrata «dolorosamente sbagliata» la candidatura di Francesco Rutelli a sindaco di Roma e la politica del dialogo impedisce quella «sofferta autopsia» di cui avrebbe bisogno il Pd.

da l'Unità del 13 giugno 2008

lunedì 12 maggio 2008

Claudio Fava: «Ora proviamo a rifondare la sinistra democratica»

«C’è bisogno di maggiore partecipazione e soprattutto di contaminarsi. Noi non possiamo essere la mozione dei Ds che ha scelto di andare altrove. Fino ad oggi siamo stati questo: una mozione congressuale che con grande senso della coerenza ha tenuto ferma la propria posizione, e di questo va dato atto a Fabio Mussi. Però noi non possiamo essere più i “reduci” della mozione». Nell’indicare l’orizzonte nel quale si muove la Sinistra Democratica, il nuovo coordinatore Claudio Fava usa spesso la parola «apertura», ma parte dall’analisi della sconfitta elettorale, che, se «solo in parte» imputa «alle menzogne degli altri, al voto utile», ritiene da attribuire fondamentalmente alla «mancata verità nella Sinistra Arcobaleno quando diceva: “Siamo un nuovo soggetto politico alla prima prova elettorale”. Eravamo soltanto un cartello elettorale. Nel momento in cui insieme ci presentavamo sul palco di un congresso tenendoci per mano come boy scout, alcuni dei soggetti fondatori di Sa nelle piazze organizzavano il tesseramento per i loro partiti».

Che fare adesso?
«È un errore da non ripetere quello di ritenere che a sinistra si debba stare tutti insieme, a prescindere dalle vocazioni, dalle volontà, dalle categorie interpretative che si mettono in campo. Abbiamo condiviso questo percorso elettorale parlando allo stesso Paese ma con linguaggi diversi. C’era chi riteneva che il malessere, il disagio, la povertà diffusa potesse essere interpretata con il concetto di classe e di lotta di classe, senza rendersi conto che ormai la povertà sociale e la precarietà economica è una categoria profondamente interclassista che affligge il ricercatore universitario, l’operaio, il pensionato, l’operatore del call center. E quindi pieno rispetto per chi ritiene di dover rispondere a questo voto con la Costituente comunista. Noi scegliamo un’altra strada, che è quella di considerare una Costituente di sinistra un modo intanto per ripensare profondamente al modo d’essere, di parlare e di agire di questa sinistra».

Quando parla di Costituente di sinistra guarda a quello che sta succedendo dentro il Prc...
«Certamente. Ma tutto questo vorremmo farlo senza aspettare i congressi degli altri, e quindi senza dover dipendere dalla legittima discussione che si svolge a casa degli altri. Vogliamo rivolgerci a una parte di società che probabilmente nulla ha a che fare con Sd o con Prc, e che in questi anni si è mostrata e ha chiesto un nuovo senso politico. Penso alla provocazione salutare di Nanni Moretti a Piazza Navona, ai tre milioni che si ritrovano a Roma per tutelare l’articolo 18, agli autoconvocati di piazza San Giovanni, fino ai centomila di Bari, della grande manifestazione di Libera per riprenderci la lotta alla mafia come lotta civile di tutto il Paese. Insomma, esiste un Paese che non so se oggi partecipa, è schierato, milita nel nostro movimento, nel Prc, nei Verdi o altrove, ma che vuole essere rappresentato e che ha difficoltà ad accettare l’autosufficienza del Pd».

Come vi muoverete rispetto al Pd?
«Dobbiamo lavorare per un nuovo centrosinistra che nulla abbia a che fare con l’esperienza dell’Unione, che è stata pessima per la sua stagione di governo ma anche per la molteplicità di voci, di storie, anche di interessi che rappresentava . Noi pensiamo che il centrosinistra sia un luogo di politica coerente, ma dentro questo crediamo che ciascuno debba fare la propria parte con autonomia. Allo stesso tempo deve esserci una convinzione di fondo, e cioè che nessuno è autosufficiente. Che non è autosufficiente il Pd e non è autosufficiente nemmeno questa sinistra di nuovo conio. Questa autosufficienza sta nel senso e nella qualità di una collaborazione nel rispetto delle reciproche autonomie».

Per lei la fase è ancora fluida...
«Noi pensiamo di lavorare per un centrosinistra che possa incontrarsi nel merito delle scelte politiche. Tutto questo va fatto non attraverso processi di annessione ma nell’autonomia delle nostre posizioni e in un convincimento comune che soltanto un centrosinistra rinnovato può offrire una stagione di governo a questo Paese».

di Eduardo Di Blasi da l'Unità del 12 maggio 2008

giovedì 8 maggio 2008

Alla sinistra del Pd

C’è qualcosa di inquietante nel panorama politico che è apparso ai nostri occhi dopo che i fumi dei fuochi d’artificio della campagna elettorale si sono depositati sul terreno. Lo spettacolo a sinistra è desolante. La duplice sconfitta della cosiddetta “area radicale” e del progetto riformista moderato del Pd, ci consegna una lacerante divaricazione tra una sinistra che perde se stessa lungo la strada del moderatismo e una che si abbarbica alle antiche radici intese non già come linfa vitale di una rigenerazione ma come feticcio o, ancor peggio, come mera difesa di piccole rendite di posizione.
Tra questi due poli divaricanti dovrebbe collocarsi una nuova sinistra. Ma chiediamoci: esiste lo spazio politico ideale per questa nuova sinistra?
Una cosa è certa: la sinistra arcobaleno non è riuscita a rappresentare tale esigenza. In verità, non ci ha nemmeno provato. Sono venuti meno alcuni presupposti - una cultura di governo e l’accettazione dell’orizzonte ideale del socialismo europeo - che potevano rendere credibile quel tentativo. L’anelito verso la ricerca di una nuova frontiera, che ha contraddistinto l’impegno di Sinistra democratica e di un parte di Rifondazione, è stato contraddetto dai ritardi e dalle resistenze che di fatto hanno ridotto l’insieme dell'iniziativa a un mero cartello elettorale. Lo stesso vagheggiamento dell’opposizione per l’opposizione ha favorito la macchina micidiale del “voto utile” che ha spinto gran parte degli stessi elettori di Rifondazione comunista a votare per il Partito democratico.
In questa commedia degli equivoci è rimasto sconfitto tutto il centrosinistra, vittima delle reiterate azioni autolesioniste con le quali i vecchi gruppi dirigenti partitici hanno, in vari momenti e in vari modi, affossato il “Grande Ulivo”. Ora, cosa possiamo fare?
Per debellare il male oscuro che ha paralizzato le diverse coalizioni di centrosinistra occorrerebbe superare alla radice l’idea nefasta delle due sinistre, una di governo e l’altra di opposizione. I due capisaldi - cultura di governo e identità socialista - chiamano in causa una sinistra che sappia superare la divisione tra riformisti e sinistra radicale, che sia ferma nei principi, ma di governo. Una simile sinistra non sta al governo ad ogni costo, ma non sta nemmeno ad ogni costo all’opposizione. Svolge il proprio ruolo - quello che le è stato affidato dai cittadini - con la medesima cultura di governo.
Tuttavia qualcuno potrebbe ancora obbiettare: al di là delle ragioni della politica, quali sono le ansie, i problemi, le rivendicazioni che potrebbero definire, sia pure a grandi linee, lo spazio di una nuova formazione politica?
Credo che per rispondere in modo compiuto - e non solo politicistico - a questi interrogativi, occorrerebbe ridefinire il terreno sociale ed economico sul quale si manifestano le contraddizioni del nuovo millennio. Ciò richiederebbe, come ciascuno può ben comprendere, una ricerca di ampio respiro. Tuttavia non intendo esimermi dal sottolineare alcuni temi di scottante attualità che contraddicono la cultura dominante neoliberista. Quella cultura che è la matrice di tutte le teorie tendenti a dichiarare morto e sepolto il mondo del lavoro salariato, inesistenti le contraddizioni - vecchie e nuove - interne al modello di sviluppo capitalistico, assurdamente palingenetiche le richieste di un rinnovamento radicale delle società attuali, al punto tale da rendere obsoleta, se non risibile, l’esistenza stessa di una sinistra alternativa.
In realtà tutto ci dice che siamo di fronte a una nuova fase critica del capitalismo su scala mondiale. Mutano i soggetti e la forma delle contraddizioni, ma rimane la sostanza della critica.
Prima considerazione. Il mondo del lavoro.
I dati parlano chiaro e in modo agghiacciante. Quando Marx era celebrato, copiato, vezzeggiato e usato da quasi tutta la cultura mondiale, i lavoratori salariati erano solo cento milioni. Adesso che l’intellettualità, cosiddetta moderna, si fa beffe dell’idea stessa dell’estensione del lavoro salariato, i lavoratori salariati sono passati da cento milioni a due miliardi.
Seconda considerazione. Di questi due miliardi una parte rilevante è costituita da un miliardo e mezzo di nuovi lavoratori globali aventi diritti e salari minimi e mezzo miliardo di lavoratori dei paesi sviluppati aventi diritti e salari elevati.
Terza considerazione. Si ripropone in una forma nuova la tesi di Marx sulla funzione dell’“esercito industriale di riserva” (i disoccupati) nel determinare contraddizioni interne al mondo del lavoro e indebolire l’azione degli occupati per più alti salari e per la difesa dei diritti sindacali.
In tale contesto, la stessa flessibilità, oltre a trasformare la precarietà nel lavoro in precarietà di vita, contribuisce alla frammentazione delle classi lavoratrici e delle loro forme associative.
Questa immane lotta tra i poveri su scala planetaria reca con sé nuovi conflitti sociali all’interno del popolo, determina una concorrenza cieca e senza esclusione di colpi di cui si alimentano tutte le nuove contraddizioni: da quelle legate agli attuali biblici movimenti migratori, ai temi stessi della sicurezza, su cui si fonda la scissione, anche nel voto, dello stesso operaio, tra la sua figura di produttore (che risponde ai sindacati) e quella di cittadino (che sente il richiamo della destra sui temi dell’immigrazione e della sicurezza).
Un altro terreno su cui mutano i soggetti e la forma delle contraddizioni, ma non la sostanza della critica all’attuale stato di cose, è quello ecologico. Anche questo è un tema che è diventato banale, fino a sfumare in un conformismo riformistico che si infrange impotente contro le alte scogliere delle cittadelle fortificate dell'attuale modello di sviluppo. Ciò avviene perché non si è ancora compreso che occorre ripensare la nozione stessa di progresso, dal momento che viviamo le laceranti contraddizioni tra la necessità di uno sviluppo allargato all’intera umanità e l’esigenza della difesa della natura e dell’equilibrio ecologico del pianeta; tra tecnologia e occupazione; tra internazionalizzazione dei processi produttivi e accentramento delle sedi di decisione e di controllo; tra sovranazionalità e particolarismi e conflittualità etniche e religiose.
E che dire del tema capitale su cui è nata la sinistra mondiale, quello della giustizia? Ormai tutti possono vedere che la più grande ingiustizia che sconvolge la comunità umana è il divario pauroso tra la ricchezza di pochi e l'abissale povertà della maggioranza degli uomini. Come non cogliere che tutto ciò non lo si risolve con la carità redistributiva - che pure è insufficiente - ma chiama in causa l’organizzazione economica e sociale, i modelli produttivi, di vita e di consumo, dei paesi più ricchi?
Chi rappresenta tutto questo? Chi darà voce al mondo dei salariati, dei precari, ai nuovi soggetti figli dei drammi del nostro tempo?
Ho visto che alla notizia della scomparsa della sinistra “radicale” dal Parlamento, alcuni commentatori si sono chiesti attoniti: ma ora chi rappresenterà le tensioni sociali? Correremo il rischio di manifestazioni violente? Il problema è ben più ampio.
C’è da rappresentare un universo in movimento. Questo universo plurale e articolato non può essere compiutamente espresso né dalla sinistra radicale né da un riformismo pallido e appannato. Ci vuole una forza animata da una effettiva cultura di governo. Ma che abbia nello stesso tempo il senso e la dignità di un progetto autonomo.
Ho più volte affermato di non avere alcuna nostalgia conservatrice per la vecchia sinistra e di non avere nemmeno alcuna prevenzione verso la formazione di un nuovo partito democratico, che si inscrivesse nell’area della sinistra, capace di fondere, attraverso una effettiva contaminazione ideale e politica i diversi riformismi della tradizione politica italiana. Ma a mio avviso si è scelta una scorciatoia sbagliata. Sarebbe stato meglio meno ma meglio.
Quella ipotesi infatti, a mio parere, doveva essere favorita dal formarsi di una grande coalizione - soggetto politico - nella quale ogni componente, pur mantenendo, almeno all’inizio, la propria identità di partenza, fosse tuttavia ispirata dalla medesima tensione ideale e morale verso una politica profondamente rinnovata.
Era l’idea della Carovana. Il “Grande Ulivo” incominciò a incarnare quella idea. In quella occasione uomini e donne che il muro ideologico della guerra fredda aveva divisi si ritrovarono dalla stessa parte, dando vita ad una effettiva esperienza unitaria di base.
La rottura di quella esperienza perpetrata nel nome del primato dei vecchi partiti è stata un vero e proprio delitto politico. La formazione di un partito democratico che è rimasto isolato nel campo, ormai deserto, del vecchio centrosinistra ha fatto il resto. Rimane tutto intero il problema della rappresentanza politica di grandissima parte delle tensioni e delle aspirazioni che attraversano la nostra società.
In questa situazione abbiamo davanti a noi due strade da percorrere. La prima è quella di dar vita, tra il Pd e le componenti residuali di una vecchia sinistra radicale, ad una nuova formazione politica che, muovendosi all’interno dell’orizzonte ideale del socialismo europeo, vada oltre le antiche appartenenze. Si tratterebbe di un’opera immane, che oltretutto sarebbe costretta a muoversi contro il senso comune semplificatorio che sta infuriando alla cieca sul sistema politico italiano. La semplificazione - da me più volte invocata - rispetto al proliferare di partitini che non hanno alcuna ragione storica al di fuori dell’autovalorizzazione dei loro apparati, è un conto; altro conto è l’autentica rappresentanza di un imperativo di riscatto morale e ideale che sale da una parte rilevante delle moderne società sviluppate. Se non ci poniamo il problema di questa ineludibile “rappresentanza”, tutto il sistema politico italiano rischia di precipitare in una crisi irreversibile e la stessa gigantesca opera compiuta dopo la Liberazione da Togliatti e da De Gasperi per far uscire le masse popolari italiane dal sovversivismo endemico di cui erano ancora prigioniere, verrebbe vanificata.
Queste osservazioni mi suggeriscono l’ipotesi di un modello flessibile, insieme unitario e articolato. Un modello che si proponga l’obiettivo di costruire un nuovo centrosinistra.
Qualcuno ha anche suggerito di riorganizzare la sinistra di cui sto parlando all’interno del Pd.
Non mi faccio il segno della croce: anche questa seconda ipotesi potrebbe essere presa in considerazione. Tuttavia è da escludere un innesto di sinistra all’interno dell’attuale impostazione organizzativa, oltre che ideale e politica, del Pd. Anche in questo caso occorrerebbe un modello flessibile, insieme unitario e articolato. Qualcosa che sia una sintesi più alta tra l’attuale Partito democratico e l’esperienza del “Grande Ulivo”. Ma anche tale ipotesi richiederebbe un ripensamento collettivo delle prospettive strategiche dell’insieme dell’area di centrosinistra.
Lo stesso Pd, o ha un’ipotesi che riguarda l’insieme delle forze di centrosinistra, oppure da solo, come si è visto, non va da alcuna parte. Il gruppo dirigente del Pd, invece di pensare di reclutare, dopo la comune sconfitta di tutto il centrosinistra, piccole pattuglie di sbandati, dovrebbe avere la forza politica e morale dei momenti storici cruciali. Una forza che non si affida alle rese dei conti dentro la nomenclatura, che lasciano il tempo che trovano, ma che si pone il problema effettivo di un ripensamento generale.
Ciò comporterebbe la decisione di dar vita a una seconda costituente del Partito democratico e del nuovo centrosinistra.
Tuttavia in entrambi i casi, sia in quello dell’immediata formazione di un nuovo partito di sinistra, sia in quello di una flessibile e articolata ricostruzione del “Grande Ulivo”, non si potrà prescindere dalla presenza di una grande sinistra democratica e popolare.

di Achille Occhetto da l'Unità del 8 maggio 2008