venerdì 28 novembre 2008

Ricchi-poveri sempre più disuguali

Ci sono tre ragioni fortissime e stringenti per occuparsi con estrema attenzione della disuguaglianza: non solo di disparità di reddito, ma più in generale di opportunità. Prima di tutto una maggiore disuguaglianza porta alla paralisi della mobilità sociale e dei progressi basati sul merito, può dare origine a frustrazioni politiche e fragilità economica. In secondo luogo l’opposizione politica rischia di essere dirottata e trasformata in opposizione populista, contro gli aspetti positivi della globalizzazione, mediante l’uso di politiche e controlli di tipo protezionistico. Già vediamo in atto processi di questo tipo nell’Unione Europea, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi in via di sviluppo. In terzo luogo, l’eccesso di disuguaglianza è sempre sbagliato dal punto di vista etico, e potrebbe delegittimare il nostro sistema economico.
Secondo un recente studio dell’Ocse, nel 2005 il 10% più ricco della popolazione percepiva un reddito di 9 volte superiore a quello del 10% più povero. Nei Paesi nordici e in Francia la disuguaglianza era molto inferiore, ma in molte grandi nazioni la disparità era decisamente più elevata. In Messico per esempio la differenza nei livelli di reddito tra il 10% al vertice e il 10% al fondo della scala sociale era di 26 a 1, negli Stati Uniti di 16 a 1, in Italia di 11 a 1 e in Giappone, Regno Unito, Germania e Canada di 8-10 a 1. In termini monetari il rapporto affermava che i cittadini più poveri dei Paesi Ocse erano costretti a vivere in media con meno di 7 mila dollari l’anno, quando non dovevano accontentarsi di 5 mila come in Italia e negli Stati Uniti. I dati citati fotografano unicamente le due estremità del livello di reddito. Non si riferiscono alla disparità di ricchezza, dove il primo decile della popolazione di regola possiede almeno il 50% della ricchezza, definite in termini di patrimonio immobiliare, depositi bancari, prodotti finanziari e altri beni dello stesso genere. Nessuno vuole sostenere che tali disparità siano un fenomeno recente, ma negli ultimi 20 anni le dimensioni della disuguaglianza sono andate aumentando.
Esistono misure che i governi possono intraprendere per affrontare la disuguaglianza da subito, malgrado le pressioni finanziarie generate dalla spesa finalizzata a scongiurare il crollo del sistema bancario. Nel futuro immediato si possono prevedere forme di finanziamento per gli elementi più poveri della società, e si potrebbero avviare programmi concentrati su infrastrutture, rinnovamento urbano, attenuazione dei fenomeni di cambiamento climatico, energie alternative e altri progetti ecosostenibili. Sono cose che dovremo fare comunque, e sarebbe il caso di cominciare subito anche perché questi programmi produrrebbero conseguenze durature sui posti di lavoro e sui redditi. 
Nel lungo periodo non ci sono alternative a programmi fortemente strutturati volti a incrementare il livello complessivo dell’occupazione e soprattutto della specializzazione e dell’istruzione. Dobbiamo dar vita a una globalizzazione migliore, capace di una migliore valutazione e gestione dei costi. La Cina è diventata il fulcro della produzione manifatturiera di basso e medio profilo per il mondo intero, e l’India aspira allo stesso ruolo nel settore dei servizi. Dobbiamo lavorare alla pari con questi giganti del mercato emergente. \ Dobbiamo sviluppare programmi che incrementino l’inserimento nella forza lavoro delle donne e delle persone con più di 55 anni. E concentrarci sulle strategie volte a promuovere l’istruzione e la formazione professionale permanenti, per tutta la durata della vita attiva della popolazione, volte ad agevolare la mobilità sociale e la capacità di competere nell’economia globale. Nei prossimi 10 anni avremo più bisogno di ingegneri meccanici che finanziari, occorrerà che i nostri cervelloni si adoperino per costruire cose concrete invece di escogitare complicati modelli di prodotti finanziari. E dobbiamo bloccare la crescente tendenza al pensionamento di persone che godono di un livello di istruzione e competenza più elevato di quello dei loro figli e nipoti che entrano oggi nel mondo del lavoro.

di George Magnus*, La Stampa, 28-11-2008

*Senior Economic Adviser dell’UBS Investment Bank.
Dal saggio «Non possiamo più ignorare la disuguaglianza»
pubblicato su «MicroMega» da oggi in edicola

martedì 25 novembre 2008

La prima legge sul clima: ecco perché abbiamo fretta

Sappiamo di dover agire sui cambiamenti climatici, ma come? Con il chiarirsi delle informazioni scientifiche, mentre assistiamo agli effetti dei cambiamenti non nel futuro, ma proprio qui e ora, con le emissioni mondiali in continua crescita, i paesi del mondo sono alla ricerca di nuove strategie. Ognuno di noi può imparare dagli altri.
Nel Regno Unito ci siamo impegnati a costruire di un futuro a basso tenore di carbonio. Una legge sui Cambiamenti Climatici, la prima nel suo genere, significa che le emissioni di gas serra devono essere ridotte per legge dell'80% entro la metà di questo secolo.
L'impegno riconosce la necessità immediata di un'azione per affrontare un cambiamento di questa portata. Quindi, avviandoci verso il 2050, ci saranno "budget del carbonio" per ogni quinquennio che, come la scadenza del 2050, saranno vincolanti per legge.
C'è chi ha già obiettato che, in tempi duri per l'economia, dovremmo fare marcia indietro sui nostri obiettivi in fatto di cambiamenti climatici. In realtà, pur se sono naturalmente possibili dei compromessi, esistono anche soluzioni comuni ad entrambi i problemi: misure di risparmio energetico per le famiglie che riducono consumi ed emissioni, nonché investimenti in nuove industrie ambientali che migliorano la sicurezza energetica mentre riducono la nostra dipendenza dai combustibili inquinanti.
D'altra parte, un ritardo in questa direzione non farebbe che rendere più costoso intervenire e, nel lungo periodo, sappiamo che i costi dell'inazione sui cambiamenti climatici superano i costi dell'azione.
Dato che continueranno sempre a gravare pressioni urgenti sui politici del momento, nella legge adottata nel Regno Unito è stato inserito lo specifico impegno a farsi guidare dalle situazioni reali. Una Commissione indipendente sui cambiamenti Climatici ci ha consigliato l'obiettivo dell'80% in base agli ultimi dati scientifici, ai rapporti ONU ed alle consultazioni con esperti nazionali. Continuerà ad offrire la propria consulenza su ciascun budget del carbonio negli anni che ci dividono dal 2050, e farà ciò pubblicamente, in modo che i futuri governi saranno tenuti a spiegare le ragioni di un'eventuale mancata applicazione delle raccomandazioni.
Siamo orgogliosi della nostra legge sui Cambiamenti Climatici. Stiamo esaminando in che modo il Regno Unito possa fare la sua parte "in casa". Siamo inoltre pienamente coinvolti nel più ampio ed ambizioso sforzo europeo. Diamo il nostro deciso sostegno all'obiettivo della Presidenza francese di concludere un accordo definitivo sul pacchetto Clima ed Energia del 2020 nel mese di dicembre. Attuando gli impegni politici assunti dagli Stati Membri nel 2007, l'Europa deve dimostrare una forte leadership mentre i negoziati internazionali sul clima entrano in una fase cruciale.
Sappiamo però che i governi da soli non sono in grado di operare questo cambiamento. Per le aziende, la riduzione delle emissioni di carbonio deve diventare una parte necessaria della propria attività. Riferire sul proprio impatto legato al carbonio è un inizio e, per le grandi società, prevediamo di renderlo obbligatorio dal 2012 con sollecitazioni continue a migliorare progressivamente la propria performance energetica e ambientale. Per le collettività, i gruppi confessionali ed i gruppi ambientalisti, rimane necessario premere in direzione del cambiamento.
Sappiamo inoltre che, anche se la determinazione nei confronti del cambiamento deve nascere a livello nazionale, essa non si può esaurire in tale ambito: abbiamo bisogno di un accordo mondiale.
Il mondo si riunisce il prossimo mese in Polonia e il prossimo anno in Danimarca. Il cammino di avvicinamento a Copenhagen passa per il mandato italiano di presidenza del G8, per cui nel prossimo futuro sarà particolarmente importante il ruolo dell'Italia sul dossier clima.
Con paesi che condividono idee ed ispirazioni, con governi e collettività che si stimolano a vicenda, sono convinto che potremo arrivare ad un accordo nel 2009 e che potremo porre le basi necessarie per creare un mondo a basso tenore di carbonio.

di Ed Miliband, ministro nel governo Brown per l'Energia e i Cambiamenti climatici

lunedì 24 novembre 2008

L’onda anomala del professor Jones così in classe si costruisce il nazismo

TORINO La trama è fedelissima al fatto reale, l´esperimento ideato dal professor Ron Jones nel liceo Cubberley di Palo Alto, California, nel 1967. Lo scopo era di capire come si diventa nazisti. «La domanda degli studenti è stata: come ha potuto il popolo tedesco tollerare, anzi aderire in massa al totalitarismo, accettare i campi di sterminio, obbedire ciecamente a Hitler?» scrive Jones nel suo diario.
La lezione di storia naturale si rivela inadeguata. Gli studenti prendono un´aria annoiata, del genere: «Ok, abbiamo capito, oggi da noi non potrebbe succedere». Il professore allora propone un esperimento. Per qualche giorno i ragazzi dovranno sottomettersi alla sua autorità, chiamarlo «signor professore» e seguire le lezioni con la testa dritta e il petto all´infuori. La risposta degli studenti è dapprima divertita, poi entusiasta. Sono loro stessi a proporre i sistemi per rendere compatto e disciplinato il gruppo. Si danno un nome, l´Onda con un logo e un saluto: una mano tesa all´altezza del cuore.
Quindi una divisa, jeans e camicia bianca, per diventare tutti uguali. Si alzano in piedi all´ingresso del signor professore, compiono esercizi ginnici, urlano slogan ad alta voce: «La forza è nella comunità». Il professor Jones è stupito del suo successo e anche affascinato. Confida alla moglie: «In un certo senso, ho scoperto un metodo di insegnamento che funziona. I ragazzi imparano in fretta e alla grande. E´ assurdo, ma prima non avevano neppure posti fissi in classe, e ora che non c´è più libertà stanno seduti ai loro posti, rispondo a tutte le domande e si aiutano a vicenda». Dopo i primi giorni, compaiono alcuni effetti collaterali. Gli studenti isolano e denunciano i compagni che esprimono dubbi. Gli alunni delle altre classi si dividono, alcuni chiedono di far parte dell´Onda, altri sono disgustati e reclamano la fine dell´esperimento.
Scoppiano le prime violenze. Un mattino Jones viene affiancato da un suo studente che si qualifica come guardia del corpo. Capisce che l´esperimento gli è completamente sfuggito di mano, ha creato un nucleo perfetto di nazisti, ma è troppo tardi. Si corre verso l´epilogo, dal gioco al massacro.
La storia vera racchiusa nel diario di Ron Jones, il bel libro di Morton Ruhe ("Die Welle") divenuto un classico della letteratura per ragazzi, e il notevole film di Dennis Gansel presentato a Torino, hanno in comune una doppia lettura. Una antropologica, il bisogno primordiale della scimmia umana di sottoporsi al comando di un capo. Un bisogno tanto più emergente nell´età della crisi, nell´adolescenza in cui non si sa chi si è e quindi si può diventare qualsiasi cosa. L´altra lettura è l´attualità. A metà dell´esperimento il professore il protagonista del film, ambientato nella Germania di oggi, scrive sulla lavagna, sotto dettatura degli studenti, l´elenco delle cause che possono portare a un regime. Nell´ordine: la globalizzazione, la crisi economica, la disoccupazione, l´aumento dell´ingiustizia sociale, la manipolazione dei mezzi di informazione, la delusione della politica democratica, il ritorno del nazionalismo e la xenofobia. Sono le sementi che negli anni Venti hanno fecondato il terreno del fascismo e del nazismo in Europa. Sono gli stessi problemi, qui e ora.
All´uscita in Germania, nella primavera scorsa, Die Welle ha scatenato un prevedibile fiume di polemiche. "Der Spiegel" l´ha definito uno dei film più importanti degli ultimi anni, perché racconta l´eterno fascino del totalitarismo. Un fascino reale e in definitiva anche semplice da capire, quasi naturale, per quanto negato da un eccesso di politicamente corretto. "Die Welt" ha opposto l´opinione che i meccanismi totalitari, così inesorabili sulla pellicola, troverebbero oggi enormi resistenze nella realtà. Una parte della stampa ha mosso un´obiezione etica: i giovani neonazisti dell´Onda, nel loro solidarismo, possono risultare al pubblico delle sale assai più simpatici e normali degli studenti anarcoidi degli altri corsi.
L´obiezione sarebbe giustificata, se non fosse che nella realtà funziona quasi sempre così. Fra molte brave persone del Nord, per rimanere dalle nostre parti, i protagonisti delle ronde padane risultano assai più vicini degli intellettualoidi difensori di Rom e immigrati. Ron Jones, la cui vita è stata sconvolta per sempre dal gioco dell´Onda, ha scritto: «L´esperimento ha funzionato perché molti di quei ragazzi erano smarriti, non avevano una famiglia, non avevano una comunità, non avevano un senso di appartenenza. E a un certo punto è arrivato qualcuno a dirgli: io posso darvi tutto questo».

di Curzio Maltese da la Repubblica del 24 novembre 2008

sabato 22 novembre 2008

Obama e la lotta per i diritti

Il neopresidente ha offerto una prospettiva diversa: la democrazia torna ad essere protagonista

L´annuncio di una serie di immediati provvedimenti di Barack Obama, per segnare già nelle prime dichiarazioni un radicale distacco dalla cultura dell´era Bush, induce (obbliga?) ad una discussione sul senso e le prospettive che assumono oggi le politiche dei diritti. So bene che, affrettandosi ad etichettare le mosse del nuovo Presidente degli Stati Uniti, si corre il rischio di cadere in quel chiacchiericcio provinciale che ha già prodotto le impagabili interpretazioni di chi ha indicato in Berlusconi e Bossi i precursori dell´innovazione prodotta dalle elezioni americane. Ma i segnali provenienti dagli Stati Uniti rimbalzano in tutto il mondo sì che, con la giusta misura, bisogna sempre prenderli sul serio.
Cellule staminali, aborto, Guantanamo sono parole familiari, che ci hanno abituato a vedere in esse addirittura il discrimine tra due mondi. Vengono pronunciate oggi per rendere subito evidente dove si vuole produrre una discontinuità. Chiudere il carcere di Guantanamo significa allontanarsi da una logica che, con l´argomento della difesa della democrazia, ha finito con il travolgere proprio i principi democratici, appannando l´immagine di un paese che ha sempre voluto identificarsi con le ragioni della libertà. Se questo annuncio significativo diverrà concreto, possiamo aspettarci anche un abbandono delle aggressive politiche di sicurezza che si sono volute imporre agli altri Stati, facendo divenire planetarie le leggi americane? Su questo punto l´Unione europea avrà qualcosa da dire se si libererà da una soggezione che l´ha indotta non solo ad accogliere eccessive pretese americane, ma anche a mimarne in maniera ingiustificata i modelli, incurante pure degli appelli ad una coerente difesa dei principi di libertà che arrivavano proprio da organizzazioni americane importanti come l´American Civil Rights Union.
Nettissima sarebbe la discontinuità legata all´abbandono delle politiche "ideologicamente offensive" di Bush che hanno vietato il finanziamento federale delle ricerche sulle cellule staminali embrionali e delle organizzazioni internazionali che aiutano le donne ad abortire legalmente. Qui, infatti, hanno pesato in modo determinante i confessionalismi religiosi e, una volta che Obama avesse ripristinato i finanziamenti pubblici, la distanza con la politica ufficiale del Vaticano diverrebbe clamorosa (e assumerebbe ben diverso significato la stessa versione della religiosità di Obama, sulla quale si sono esercitati con grande disinvoltura diversi commentatori). Su questi temi, peraltro, il sostegno dell´opinione pubblica è ben visibile, testimoniato dalla sconfitta in tre Stati dei referendum contro l´aborto e dal successo in un altro di un referendum sul suicidio assistito. E´ lecito sperare che anche in Italia sia possibile tornare con pacatezza sul tema della ricerca sulle staminali, liberandosi anche qui delle pesantezze ideologiche e mettendo magari a frutto contributi come quello recentissimo di Armando Massarenti (Staminalia, Guanda, Parma 2008)?
Le discontinuità non si esauriscono con i casi appena ricordati, ma riguardano altre importanti materie, dalla tutela dell´ambiente alla sanità, dall´istruzione ai diritti dei minori (vi fu un veto di Bush su una legge che li riguardava). Ed è importante sottolineare che la rottura con il passato può essere rapida e immediata perché la maggior parte dei provvedimenti da cambiare ha la sua fonte in "executive orders" di Bush, atti presidenziali che non hanno bisogno dell´approvazione del Congresso. Usando la stessa tecnica, Obama potrebbe effettuare in pochissimo tempo una spettacolare ripulitura del sistema giuridico americano.
Ma, al di là delle pur importantissime questioni specifiche, è significativo il modo in cui viene concepita l´intera strategia d´avvio della nuova presidenza. L´economia presenta il suo conto, pesantissimo. E tuttavia questa indubbia priorità non ha indotto nella classica tentazione della politica dei due tempi: prima i provvedimenti economici e poi i diritti civili. "Erst kommt das Fresse, dann kommt die Moral", prima la pancia e poi la morale, si canta alla fine del primo atto dell´Opera da tre soldi di Bertolt Brecht. Una politica che vuol essere moderna non si risolve tutta nell´uso delle nuove tecnologie, pur così importanti nel successo di Obama. Ha il suo baricentro nella capacità di tenere insieme economia e diritti, individuo e società. I diritti non sono un lusso o un´appendice, di cui ci si può occupare solo a pancia piena, una volta soddisfatti i bisogni economici e di sicurezza, anche perché è proprio la logica dei diritti e delle libertà a definire, in un sistema democratico, le caratteristiche delle politiche economiche e d´ordine pubblico. Ai molti americani, giovani e non, disimpegnati e lontani dalla politica Obama non ha offerto solo il fascino di You Tube, ma una prospettiva diversa, dove appunto la democrazia e i diritti tornano ad essere protagonisti e hanno bisogno di persone che diano loro voce. Una prospettiva non lontana da quella aperta in Europa soprattutto da Zapatero; che attraverso la vicenda americana si conferma, si consolida, ci dice che le politiche dei diritti hanno bisogno di radicalità; e che dovrebbe indurre qualcuno, anche dalle nostre parti, ad abbandonare schematismi e pigrizie.
Non sarà una passeggiata, quella del nuovo Presidente degli Stati Uniti, anche se la sua elezione offre una importantissima garanzia: la Corte Suprema, strumento essenziale per le politiche dei diritti, non subirà un ulteriore "impacchettamento" conservatore. Ma soprattutto il risultato del referendum californiano contro i matrimoni gay apre un delicatissimo fronte politico e giuridico. Quale sarà la linea di Obama, che pure ha esplicitamente ricordato gli omosessuali nel suo discorso di ringraziamento? Come hanno sottolineato i giuristi più attenti, quel referendum incide in forme improprie sul principio di eguaglianza e mette in discussione i diritti già acquisiti dalle diciottomila coppie che hanno utilizzato il nuovo istituto. Tempi impegnativi si sono aperti, e in essi la lotta per i diritti giocherà un ruolo essenziale.

di Stefano Rodotà da la Repubblica del 21 novembre 2008

mercoledì 19 novembre 2008

Giù le mani dall'acqua del sindaco

La 133 privatizza anche l'acqua

Cologno Monzese - Dal Piemonte alla Sicilia, nell' Italia bastonata dalla crisi è nata una nuova resistenza, contro la privatizzazione dei servizi idrici. Una resistenza che parte dal basso e contesta non solo il Governo, ma il Parlamento, che il 6 agosto, mentre il Paese era in vacanza, ha approvato una norma-bomba (unica in Europa) con il "sì" dell' opposizione. Non se n' è accorto quasi nessuno: quel pezzo di carta obbliga i Comuni a mettere le loro reti sul mercato entro il 2010, e ciò anche quando i servizi funzionano perfettamente e i conti tornano. Articolo 23 bis, legge 133, firmata Tremonti. La stessa che privatizza mezza Italia e ha provocato la rivolta della scuola.
Leggere per credere. Ora i sindaci hanno letto. Quelli di destra e quelli di sinistra. E subito hanno mangiato la foglia. «Ci avete già tolto l' Ici. Se ci togliete anche questo - dicono - che ci rimane?» La partita è chiara: non è solo una guerra per l' acqua, ma per la democrazia. Col 23 bis essi perdono contemporaneamente una fonte di entrate e la sorveglianza sul territorio. Il federalismo si svuota di senso. Il rapporto con gli elettori diventa una burla. Lo scenario è inquietante: bollette fuori controllo, e i cittadini con solo un distante "call center" cui segnalare soprusi o disservizi. Insomma, l' acqua come i telefonini: quando il credito si esaurisce, il collegamento cade. La storia parte da lontano, nel 2002, con una legge che obbliga i carrozzoni delle municipalizzate a snellirsi, diventare S.p.a. e lavorare con rigore. L' Italia viene divisa in bacini idrici, i Comuni sono obbligati a consorziarsi e le bollette a includere tutti i costi, che non possono più scaricarsi sul resto delle tasse. Anche se i Comuni hanno mantenuto la maggioranza azionaria, nelle ex municipalizzate son potute entrare banche, industrie e società multinazionali. Ma quella che doveva essere una rivoluzione verso il meglio si è rivelata una delusione. Nessuno rifà gli acquedotti, le reti restano un colabrodo. Il privato funziona peggio del pubblico, parola di Mediobanca, che in un' indagine recente dimostra che le due aziende pubbliche milanesi, Cap ed Mm hanno le reti migliori d' Italia e tariffe tra le più basse d' Europa. Col voto del 6 agosto si rompe l' ultima diga. L' acqua cessa di essere diritto collettivo e diventa bisogno individuale, merce che ciascuno deve pagarsi. Questo spalanca scenari tutti italiani: per esempio i contatori regalati ai privati (banca, industria o chicchessia che incassano le bollette), e le reti idriche che restano in mano pubblica, con i costi del rifacimento a carico dei contribuenti. Insomma, la polpa ai primi e l' osso ai secondi. Il peggio del peggio. È contro questo che si stanno muovendo i sindaci d' Italia; a partire da quelli della Lombardia, che la guerra l' hanno cominciata prima degli altri. È successo che centoquarantaquattro Comuni attorno a Milano han fatto muro contro la giunta Formigoni, la quale già nel 2006 aveva anticipato il 23 bis con una legge che separava erogazione e gestione del servizio. Quasi sempre all' unanimità - destra, sinistra e Lega unite - i consigli comunali hanno chiesto un referendum per cancellare l' aberrazione; e proprio ieri, dopo una lotta infinita e incommensurabili malumori del Palazzo, davanti al muro di gomma della giunta che apponeva alla legge solo ritocchi di facciata, hanno dichiarato di non recedere in alcun modo dalla richiesta di una consultazione popolare lombarda. "Si va allo scontro, non abbiamo scelta" spiega Giovanni Cocciro, iperattivo assessore del Comuni-capofila di Cologno Monzese, e delinea il futuro della rete in mano privata. "Metti che i contatori passino a una banca, e questa stacchi l' acqua a un condominio che non paga. Il sindaco, per questioni sanitarie, deve garantire il servizio minimo ma, non potendo più ordinare la riapertura del rubinetto, può solo intervenire con autobotti, con acqua che costa tremila volte di più~ Per non parlare dei problemi di ordine pubblico che ricadono sul Comune se la gente perde la pazienza". Nei bar di Cologno, per ripicca, hanno messo l' etichetta all' acqua di rubinetto e ti dicono che le analisi l' hanno dichiarata all' altezza delle più blasonate minerali. Al banco la gente chiede "acqua del sindaco" rivendicandola come diritto, non come merce. E un po' dappertutto, attorno a Milano, crescono le "case dell' acqua", dove il bene più universale viene distribuito gratis, rinfrescato e con bollicine, in confortevoli spazi alberati dove la gente può sedersi e chiacchierare. Un "water pride" in salsa lombarda, che ora sta contagiando anche il Piemonte. Premane in Valsassina, in provincia di Lecco, è un comune di montagna a maggioranza leghista già assediato da privati in cerca di nuove centraline idroelettriche, e sul tema dell' acqua ha i nervi scoperti. "Nel servizio idrico solo la gestione pubblica può garantire equità all' utente" sottolinea con forza Pietro Caverio, che ha firmato la protesta dei 144 Comuni. Segnali di insofferenza arrivano da tutto il Paese; situazioni paradossali si moltiplicano. Sentite cos' è accaduto a Firenze. Il Comune ha accettato di fare una campagna per il risparmio idrico e un anno dopo, di fronte a una diminuzione dei consumi, ecco che la "Publiacqua" manda agli utenti una lettera dove spiega che, causa della diminuita erogazione, si vede costretta ad alzare le tariffe per far quadrare i conti. Ovvio: il privato lo premia lo spreco, non il risparmio. L' unica cosa certa sono i rincari: ad Aprilia in Lazio sono scattati aumenti del trecento per cento e un conseguente sciopero delle bollette che dura tuttora contro la società "Acqualatina". Stessa cosa a Leonforte, provincia di Enna, paese di pensionati in bolletta. A Nola e Portici, nel retroterra napoletano, la società "Gori" ha quasi azzerato la pressione in alcuni condomini insolventi, senza avvertire il sindaco; e lavoratori della ditta hanno impedito ai partigiani dell' acqua pubblica di tenere la loro assemblea. A Frosinone gli aumenti sono stati tali che il Comitato di vigilanza è dovuto intervenire e alzare la voce per ottenere la documentazione nei tempi previsti. Più o meno lo stesso a La Spezia, che ha le bollette più care d' Italia. Per non parlare di Arezzo, dove la privatizzazione si sta rivelando un fallimento. L' Acquedotto pugliese, dopo la privatizzazione, si è indebitato con banche estere finite nelle tempeste finanziarie globali. A Pescara, da quando è scattato il regime di S.p.a., s' è scoperto un grave inquinamento industriale della falda e la magistratura ha fatto chiudere l' impianto. A Ferrara il regime di privatizzazione è coinciso col trasferimento a Bologna del laboratorio di analisi, con conseguente allentamento dei controlli in una delle zone più a rischio d' Italia, causa la falda avvelenata del Po. Ma se già ora la situazione è così grave, ci si chiede, cosa accadrà col "23 bis"? Sessantaquattro ambiti idrici territoriali - sui 90 in cui è compartimentata l' Italia - tengono duro, rimangono pubblici, e organizzano laddove possibile la difesa contro i compratori dell' acqua italiana. Ma è battaglia tosta: l' acqua è il business del futuro. Consumi in aumento e disponibilità in calo, quindi prezzi destinati infallibilmente a salire. Conseguenza: nelle rimanenti 26 S.p.a. miste le pressioni sulla politica sono enormi, tanto più che nei consigli di amministrazione il pubblico è rappresentato da malleabili politici in pensione, e il privato da vecchie volpi capaci di far prevalere il profitto sulla bontà del servizio. Dai 26 ambiti che hanno accettato la privatizzazione sono cresciuti intanto quattro colossi: l' Acea di Roma che ha comprato l' acqua toscana; l' Amga di Genova che s' è alleata con la Smat di Torino e ha dato vita all' Iride; la Hera di Bologna che cresce in tutta la Padania; la A2A nata dalla fusione dell' Aem milanese e dell' Asm bresciana. In tutte, una forte presenza di multinazionali come Veolia e Suez, banche, imprenditori italiani d' assalto, e una gran voglia di crescere sul mercato. "Ormai il sistema idrico non segue più la geografia delle montagne ma quella dei pacchetti azionari" dice Emilio Molinari, leader nazionale dei comitati per il contratto mondiale per l' acqua. Il che porta sorprese a non finire. Del tipo: il Fondo pensioni delle Giubbe Rosse canadesi che entra nella Hera e quello delle vedove scozzesi che trova spazio all' interno dell' Iride. E colpi di scena politici: l' Acea guidata a suo tempo dal sindaco Veltroni mette le mani sull' acqua toscana, costruendo nel Centro Italia un potentissimo polo dell' acqua "rossa", ma poi ti arriva Alemanno a sparigliare i giochi, e l' acqua di una regione di sinistra oggi è in mano alla destra. Anni fa a Firenze sarebbe successo il putiferio. Oggi tutto tace. Motivo? Lo spiega la Commissione Antitrust, che già nel 2007 ha individuato nei quattro attori forti i pilastri di una situazione di oligopolio. C' è un cartello, che ora è pronto a comprarsi tutto il mercato proprio grazie al "23 bis". Dietro alle Quattro Sorelle esiste lo stesso intreccio finanziario e lo stesso collegamento - rigorosamente bipartisan - con i partiti. I quali, difatti, il 6 agosto hanno votato in perfetta unanimità. Per questo i sindaci si sentono truffati. "L' acqua è il nuovo luogo dell' inciucio" ti dicono al bar di Cologno Monzese. Quando i comitati per l' acqua pubblica, sparsi in tutt' Italia, hanno raccolto 400 mila firme e depositato in parlamento nel luglio 2007 una proposta di legge di iniziativa popolare, sia sotto il governo Prodi che sotto quello di Berlusconi non s' è trovato uno straccio di relatore, nemmeno d' opposizione, capace di esaminare e illustrare la volontà dei cittadini così massicciamente espressa. La melina del palazzo sul tema dell' acqua è trasparente, cristallina. Con l' acqua che diventa un pacchetto azionario, c' è anche il rischio che un bene primario della nazione passi in mani altrui, nel gioco di scatole cinesi della finanza. In Inghilterra è accaduto: le bollette si pagano a una società australiana, che ha triplicato le tariffe. Vuoi protestare per un guasto? Rivolgiti a un operatore agli antipodi. Può capitare anche qui. Ormai niente isola più l' acqua dai fiumi avvelenati delle finanze che affondano l' economia mondiale, e in molti Paesi si sta correndo ai ripari. Persino in Francia, che pure è la sede delle multinazionali Suez e Veolia che comprano l' acqua italiana. "Torniamo all' acqua pubblica", proclama il sindaco di Parigi Delanoe, che impernia su questo la campagna elettorale per la riconferma. Anche lì si rivuole l' acqua del sindaco. E che dire della Svizzera e degli Stati Uniti, i Paesi della Nestlé e della Coca-Cola che imbottigliano fonti italiane. Non sono mica scemi: l' acqua è protetta come fattore strategico e tenuta ben fuori dal mercato. Ormai si stanno muovendo tutti, anche la Chiesa. I vescovi di Brescia e Milano sono intervenuti proclamando il concetto del pubblico bene. La conferenza episcopale abruzzese ha messo per iscritto che l' accesso all' acqua "è un diritto fondamentale e inalienabile". In Campania è battaglia dura e la difesa dell' acqua si intreccia nel modo più perverso con gli interessi della camorra e l' affare della monnezza. Al Nord, in piena zona leghista, sindaci come Domenico Sella (Mezzane, nella pedemontana veronese) deliberano che l' acqua è cosa loro, ed è il perno del rapporto con i cittadini. "Se xe una perdita, la gente me ciama, e mi fasso subito riparar". Più chiaro di così. Sul territorio sinistra e destra parlano ormai la stessa lingua. Nelle Marche il presidente della provincia di Ascoli Massimo Rossi (Rifondazione) spiega che "non si può imporre la privatizzazione". E sempre ad Ascoli Paolo Nigrotti, An, presidente della società di gestione (tutta pubblica), una delle migliori del Paese, osserva che "la privatizzazione non è stata gran che in Italia" e va applicata solo là dove serve. La qualità costa, ma la può garantire anche un pubblico responsabile. Nel Friuli-Venezia Giulia, l' ex presidente della provincia di Gorizia Giorgio Brandolin - uno che ha resistito alle pressioni privatrizzatrici della Regione e ha messo insieme una S.p.a pubblica tutta goriziana che da due anni e mezzo gestisce la rete in modo impeccabile - ora si ritrova capofila dei movimenti anti "23 bis". In Puglia, 38 Comuni e due Province (Bari e Lecce) hanno formato un robusto pacchetto di mischia per la ripubblicizzazione e chiedono a Niki Vendola una legge regionale che definisca l' acqua "bene privo di rilevanza economica". Ragusa e Messina battono la stessa strada. A Parma è scesa in piazza pure la gioventù italiana della Destra di Storace. Succede che di fronte alla bolletta, la gente - toccata nel portafoglio - sta ripescando un concetto passato di moda, quello di bene comune. Nell' acqua il cattolico vede la vita e il battesimo; il nazionalista un bene non alienabile agli stranieri; il leghista l' autogoverno del territorio. Altri vi trovano il benessere, il dono ospitale, la pulizia e la sanità. "Tutti sentono l' acqua come l' ultima trincea" ammette Rosario Lembo, segretario del Contratto per l' acqua. Tutti vi scoprono un simbolo potente, e quel simbolo è capace di rompere i giochi del Palazzo con nuove alleanze. Giuseppe Altamore - autore di bei libri-inchiesta sul tema, come "Acqua S.p.a." - osserva che "il vero dramma è la mancanza di un' authority capace di affrontare l' emergenza di un Paese dove un abitante su tre non ha accesso all' acqua potabile". Quattro ministri se ne occupano, ma intanto nessuno pone rimedio a perdite spaventose e nessuno mette in sicurezza le falde avvelenate. Per esempio l' arsenico oltre il limite a Grosseto e Velletri. E poi il fluoro, i cloriti, i trialometani~ Servono formidabili investimenti, o la rete va al collasso".

di Paolo Rumiz da Repubblica del 14 novembre 2008

martedì 18 novembre 2008

Docenti stranieri per salvare l’Università

I recenti provvedimenti, in verità parecchio sprovveduti, presi dal governo sulla scuola e sull´università hanno avuto almeno un effetto positivo: quello di stimolare all´autocoscienza studenti e professori, e di attirare l´attenzione della popolazione sulle disastrose condizioni in cui versa l´istruzione nel nostro paese, dalle elementari ai dottorati di ricerca. La protesta contro i tagli indiscriminati ai fondi e al personale, a cui si riducono tutti i provvedimenti citati, non può però essere intesa come una difesa dello status quo e dell´organizzazione del nostro sistema scolastico e universitario, i cui molti anacronismi non trovano l´uguale in Europa e nel mondo.
Per evitare di fare un discorso accademico (un termine che, significativamente, potrebbe essere inteso sia come «universitario» che come «ozioso»), mi sia permesso di riferirmi direttamente alle mie esperienze di studio e di insegnamento all´estero: dopo essere entrato all´Università di Torino nel 1973, dapprima come borsista, e poi via via come contrattista, assistente, associato e ordinario, mi sono infatti parallelamente perfezionato alle Università dell´Illinois e della California negli Stati Uniti (1978-80) e di Novosibirsk nell´Unione Sovietica (1982-1983), e in seguito sono stato un regolare professore a contratto a Cornell (1985-2003), oltre che uno sporadico visitatore di università australiane e cinesi, nelle quali ho trascorso rispettivamente un semestre (1989) e tre (1992, 1995, 1998).
In queste lunghe visite, ho naturalmente avuto occasione di sperimentare l´organizzazione degli studi in paesi sia capitalisti che comunisti, e di scambiare informazioni e opinioni coi colleghi stranieri, sollevando dovunque la sorpresa e l´incredulità per i nostri meccanismi didattici e concorsuali. Primo fra tutti il nostro assurdo sistema di esami, che non solo è tuttora in vigore, ma viene considerato dagli studenti come un diritto acquisito, invece che il residuo fossile di un bizantinismo degno forse di altri tempi, ma sicuramente indegno del nostro. Dovunque abbia insegnato, invece, mi venivano comunicati con mesi di anticipo e in maniera tassativa non solo le date di inizio e di fine dei corsi, e l´orario delle lezioni, ma anche le date degli esami.
Anzi, la data dell´esame, perché esso avveniva inderogabilmente per scritto e in un unico giorno, con una prova uguale per tutti, a distanza più o meno di una settimana dalla fine del semestre: altro che la nostra operetta di prove orali e appelli multipli, che in molti casi arrivano fino a otto all´anno, e permettono agli studenti di ripresentarsi indefinitamente a sostenere lo stesso esame, a distanza magari di anni da quando è stato tenuto il corso! Perché ci stupiamo che metà degli studenti universitari siano fuori corso, quando siamo noi stessi a spingerli a non tenere nessun ritmo e a permettere loro di non dare gli esami nell´unico momento in cui ha senso darli?
Per quanto posso testimoniare io, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Russia, Cina e Australia, e dunque indipendentemente dal sistema economico del paese, chi non passa l´esame al momento giusto deve ripetere il corso l´anno dopo, con tutti i costi (letterali e metaforici) che questo gli comporta. E chi si inalberasse a sentire la parola «costi», dovrebbe meditare su quelli comunque esatti dal nostro sistema: invece di un giorno di esami e uno di correzioni degli scritti, da noi ogni orale richiede infatti una media di mezz´ora per studente, e dunque spesso centinaia di ore per corso, che vanno moltiplicate per il fattore di ripetizione studentesca dell´esame e per il numero dei commissari delle commissioni. Un enorme dispendio di risorse, che potrebbero essere meglio utilizzate altrimenti.
Con un sistema del genere, che richiedesse di tornare una mezza dozzina di volte l´anno per gli appelli, io non avrei mai potuto insegnare all´estero, né avrei potuto dedicare il mio tempo alle uniche attività che un professore dovrebbe svolgere, e cioè l´insegnamento e la ricerca. A proposito delle quali, va notato che in Italia la progressione di carriera è determinata (almeno ufficialmente, a parte le distorsioni sulle quali torneremo) dalla sola ricerca, mentre gli obblighi universitari riguardano il solo insegnamento: una schizofrenia singolare, che non tiene in nessun conto il fatto che un bravo ricercatore può essere un pessimo insegnante, e viceversa.
In Unione Sovietica si evitava questa schizofrenia permettendo ai professori di ripartire il proprio impegno tra la ricerca presso l´Accademia delle Scienze e l´insegnamento presso l´Università, in proporzioni variabili, che potevano arrivare fino al cento per cento dell´una o dell´altro. Negli Stati Uniti il sistema è più complesso, ma le università in genere pagano lo stipendio soltanto per i nove mesi dell´insegnamento: i rimanenti tre mesi devono essere finanziati dalla National Science Foundation (fatte le dovute proporzioni, un analogo del nostro Consiglio Nazionale delle Ricerche) e da accordi con industrie o centri di ricerca privati.
A proposito di stipendi, una differenza sostanziale è che negli Stati Uniti essi non sono rigidamente legati a un´automatica «progressione di carriera», e vengono invece contrattati individualmente con la propria Facoltà, sulla base di parametri che tengono conto del livello e dell´impegno del docente: in particolare, le valutazioni provengono non soltanto dai colleghi locali e nazionali, ma anche dagli studenti, che alla fine di ogni corso compilano anonimamente dettagliati questionari sulla qualità generale e specifica dell´insegnamento. Una bella forma di tutela, questa, che elimina alla radice la piaga di quei professori terroristi che bocciano sistematicamente la maggioranza degli studenti, senza rendersi conto del fatto che questo la dice più lunga sul livello del loro insegnamento che su quello dell´altrui apprendimento.
Quanto al reclutamento dei professori, e sebbene questo possa sembrare inconcepibile da noi, negli Stati Uniti esso viene deciso dalle università in totale autonomia, anche se ovviamente sulla base della distribuzione di potere inter - e intradipartimentale. I candidati sono invitati a presentare un paio di «lettere di raccomandazione», e possono decidere se riservarsi o no il diritto di visionarle: naturalmente, facendolo si condannano a un giudizio asettico e tutto sommato inutile, mentre non facendolo si assoggettano all´espressione di un giudizio spassionato e spesso determinante, in ogni caso supplementato dai pareri di esperti interpellati direttamente dall´università.
Il processo mira ovviamente a selezionare il migliore, anche perché l´istituzione ha tutto l´interesse a farlo. Il valore di mercato delle lauree e dei dottorati dipende infatti dal livello delle università in cui sono conseguiti, e questo livello è certificato da apposite graduatorie nazionali, ottenute attraverso sondaggi in cui i professori di ciascuna università valutano il livello delle altre, senza poter valutare la propria. Non avendo invece nessun incentivo a selezionare i migliori, le nostre università finiscono spesso di accontentarsi dei peggiori, cooptati in base ai «criteri» clientelistici, nepotistici e favoritistici che tutti conosciamo.
Per continuare con le testimonianze personali, io stesso ho dovuto vincere la cattedra due volte, perché la prima che vinsi fu dirottata a un ricercatore che nel frattempo non era riuscito a diventare associato per mancanza di titoli! Di casi simili ogni professore ne può citare a volontà, ma le mele marce che nel frattempo sono entrate a valanghe in università, ci sono rimaste e hanno proseguito la loro carriera: quel ricercatore, ad esempio, è poi diventato preside di facoltà da qualche parte, e altri saranno arrivati anche più in alto.
Fanno dunque tenerezza, per non dir altro, i tentativi del ministro di introdurre meccanismi di sorteggio dei commissari nei concorsi a cattedre: a parte il fatto che queste pensate erano già state adottate nel passato, senza alcun effetto visibile, non si può ovviamente impedire che la mala sorte selezioni proprio le mele marce, né è da esse che ci si può sensatamente attendere un rinnovamento. L´unica vera soluzione sarebbe un immediato azzeramento di tutte le gerarchie universitarie, ma poiché nemmeno un dittatore potrebbe imporre una misura così radicale, bisogna aspettare che lo facciano gradualmente l´età e la pensione. Nell´attesa possiamo pure sorteggiare i commissari per i futuri concorsi: ma che siano stranieri, che possano portare gradualmente il nostro povero Bel Paese ai criteri e agli standard adottati nel mondo intero, dagli Stati Uniti alla Russia alla Cina all´Australia.

di Piergiorgio Odifreddi da la Repubblica del 18 novembre 2008

mercoledì 12 novembre 2008

Cavalchiamo l’Onda con il compagno Cesa!

Ammettiamo di non essere stati teneri in passato con il Pd e con il suo segretario Walter Veltroni. Ci fa piacere dunque quando si ha l’occasione per riequilibrare un po’ le critiche con l’onesto e sereno apprezzamento di segnali positivi e incoraggianti che vengono da quelle parti. È il caso delle recenti elezioni amministrative in Trentino che hanno visto la netta affermazione di Lorenzo Dellai (Pd). C’è stato perfino chi ha parlato della provincia di Trento come del “nostro Ohio” e in molti hanno indicato il modello Dellai (esclusione della sinistra e alleanza al centro con l’Udc) come la soluzione per risalire la china dopo la devastante sconfitta del 13 aprile.
Sono convinto che questa alleanza di “nuovo conio” – come la chiama l’intramontabile Francesco Rutelli – sia davvero la strategia adatta a colmare finalmente la voragine che si è creata tra i rappresentanti politici del centrosinistra e il proprio potenziale elettorato. Rafforzano le mie convinzioni tanti piccoli segnali che si possono captare in giro, se solo noi giornalisti uscissimo un po’ dalle redazioni e girassimo di più tra la gente, nelle assemblee e nei cortei dei movimenti, nei luoghi più vivaci e creativi della società civile italiana. Questa mattina ad esempio, partecipando ad un’assemblea studentesca all’Università la Sapienza di Roma, ho sentito il seguente colloquio tra due giovani matricole:

Lui: “Hai visto i risultati del Trentino?”
Lei: “Si, meno male ha vinto Lorenzo Dellai! A Chimica hanno anche organizzato una serata per seguire in diretta lo spoglio delle schede e alla fine abbiamo fatto festa tutti insieme”.
Lui (gettando da una parte i dred e piegandosi sulla spalla di lei): “Enrico Letta ha anche detto che questa esperienza locale va trasferita a livello nazionale e bisogna allearsi con l’Udc”.
Lei: “Oh finalmente, allora cominciano a capire dove hanno sbagliato fino ad ora! Pensa che io, fin dalle scuole medie, accanto ai poster di Bob Marley e dei Baustelle, in camera ho sempre tenuto quello di Lorenzo Cesa. È proprio un grande!
Lui: Si è un grande! Veramente avevi il suo poster? Cazzo se lo mettevo io mio padre mi cacciava di casa. A lui non piace che partecipi a queste manifestazioni, figuriamoci se mettevo la foto di Cesa. Lui si ricorda gli anni ‘70 e mi ripete spesso: “Attento, si comincia ad inneggiare a Lorenzo Cesa, Rocco Buttiglione e Francesco Pionati e poi si va a finire a lanciare le molotov”.
Lei: “Ah Francesco Pionati! Io devo dire che guardo poco i Tg – preferisco documentami su internet o con canali alternativi – ma quando c’è il pastone del Tg1 con Pionati non so resistere! Formula sempre analisi così lucide e profonde... il suo intervento sulla situazione della commissione di vigilanza Rai l’altro giorno è stato una cosa fantastica. Dovremmo invitarlo anche qui all’università per una lezione pubblica sulla commissione di vigilanza. Basta con i soliti Dario Fo, Margherita Hack, Ascanio Celestini…
Lui: Pensa che ho letto su Liberal, il quotidiano vicino all’Udc…
Lei: Ehi, ma per chi mi hai preso? Pensi che non conosca Liberal, il quotidiano area Udc di Ferdinando Adornato? Guarda che nel movimento lo leggono tutti. Quelli del collettivo “Giorgio Mele” di Architettura vorrebbero anche invitare il direttore Renzo Foa a Valle Giulia.
Lui: Ah cazzo, non lo sapevo. Oh avvertimi quando viene che non voglio mancare!
Lei: Zitti ora che ricomincia l’assemblea, dovrebbe parlare un ragazzo fichissimo del collettivo di Geologia, che conosco perché leggo sempre i suoi post sul blog di Mario Baccini e...
Lui: Ok, ok, però dopo riprendiamo il discorso su quell’editoriale di Liberal.

Questa la trascrizione del dialogo. Non resta che felicitarsi per scelte che finalmente possono parlare anche al cuore dei giovani e degli idealisti di ogni età, come ha fatto Obama negli Usa. Del resto, lo diceva già Churchill: “Chi non è dell’Udc a vent’anni non ha cuore…”.

di Emilio Carnevali da MicroMega (11 novembre 2008)

venerdì 31 ottobre 2008

Il medico olandese bacchetta i politici: "Politici, ascoltate gli scienziati"

«Il problema della politica è che spesso esprime posizioni prima di ascoltare i tecnici, i medici. E invece dovrebbe fare il contrario: studiare, discutere e poi prendere decisioni». Eduard Verhagen è al Meyer per il convegno dei neonatologi. Lo studioso olandese che ha realizzato la carta di Groningen, dove si illustra l'assistenza di fine vita per i neonati e in caso di certe malattie si ammette l'eutanasia, non ha l´aria da "dottor morte", come lo ha definito qualcuno. E´ un serio e un po' timido studioso che premette di non voler imporre il suo pensiero. «La Chiesa? Rispetto le sue idee ma a volte vorrei che spiegassero come arrivano a certe prese di posizione. Le occasioni di confronto che ho avuto con suoi esponenti sono saltate all´ultimo momento».
Verhagen, la cui presenza ha scatenato polemiche e pure interrogazioni al presidente del consiglio, ha tenuto la sua relazione senza mai accennare all'eutanasia. Era previsto che non lo facesse, e infatti ha illustrato come vengono trattati in vari paesi i prematuri con problemi che non danno scampo, quando vengono comunque rianimati e quando si decide di staccare le macchine. Poi, a margine il medico olandese, che ha detto di essere di religione protestante, ha risposto ad alcune domande.

Il suo arrivo a Firenze è stato preceduto da molte polemiche, che idea si è fatto?
«Partecipo ad una decina di convegni ogni anno, alcuni anche in Italia ma non mi era mai capitata una cosa del genere. Mi spiace che l´attenzione caschi su di me a scapito di questo incontro scientifico, dove è importante la discussione tra chi lavora in questo paese. Io porto le mie conoscenze e racconto quello che facciamo in Olanda ma non ho nessuna intenzione di dire agli italiani quello che devono fare. Le nostre culture sono molto diverse».

Qual è il messaggio del suo intervento?
«E´ necessario che si discuta del momento in cui si interrompono le cure. Noi medici tendiamo a parlare dei miglioramenti della tecnica, che ci permettono di curare persone per cui un tempo non c´era speranza. Nelle neonatologie si presta giustamente attenzione a come intervenire sui bambini per guarirli. Ebbene lo stesso tipo di sensibilità va adottata anche per decidere che non c´è più niente da fare, e che quindi il trattamento sanitario va limitato o addirittura interrotto. I medici devono essere in grado di spiegare alla società cosa succede in quei momenti, come mai vanno prese certe decisioni. E fare sempre tutto d´accordo con i genitori».

E perché si arriva a decidere l'eutanasia?
«Il percorso che ha portato il mio paese a legalizzare questa pratica è stato lungo. Si applica solo a bambini che soffrono tremendamente per una malattia che non dà scampo. Abbiamo creato un protocollo per fare chiarezza su come comportarsi in questi casi, sempre rispettando la volontà dei genitori. Dal 2007, poi, in Olanda non ci sono stati più casi di eutanasia su bambini perché abbiamo esteso la diagnosi prenatale».

Conosce il caso di Eluana Englaro?
«In Olanda abbiamo avuto un caso simile 25 anni fa che dimostra come due paesi possono affrontare in modo molto diverso gli stessi problemi. A quel tempo ci fu un ricorso ad un tribunale da cui arrivò la decisione che l´alimentazione artificiale è un atto medico. Dunque poteva essere sospeso perché viste le condizioni della persona non serviva a nulla. Non si tratta di omicidio, non si tratta di eutanasia. Da allora non abbiamo più avuto casi del genere. Sono contendo che in Italia si discuta di un caso come quello di Eluana e mi auguro che alla fine il risultato sia positivo per la ragazza, per la famiglia e per tutta la società italiana».

di Michele Bocci da la Repubblica del 31 ottobre 2008

martedì 21 ottobre 2008

Le vere cause del crac

Durante la conferenza stampa che ha concluso il vertice europeo della scorsa settimana sulla crisi finanziaria, Nicolas Sarkozy ha affermato che i dirigenti delle banche che hanno provocato lo sconquasso finanziario dovranno pagarla. Vaste programme, avrebbe detto il suo predecessore Charles De Gaulle. A cominciare dai numeri in gioco. Lo sconquasso è stato infatti provocato dalle strategie di mercato d´alcune migliaia di istituzioni finanziarie americane, europee e asiatiche. L´elenco comprende banche di deposito e banche d´affari (sebbene non sempre sia facile distinguerle), fondi speculativi, fondi comuni di investimento, compagnie di assicurazione, buon numero di fondi pensione che negli anni 2000 hanno scoperto il fascino dei mercati dei titoli, e vari altri tipi di enti privati e pubblici. Supponendo che i top manager siano una dozzina per ente, si arriva a una quantità di persone su cui fare indagini fiscali e contabili, civili e penali, dell´ordine di decine di migliaia. Aspettiamo di vedere chi e come ci metterà mano, a tali indagini. 
Vastità del programma a parte, accusare della crisi i dirigenti delle istituzioni finanziarie, come han fatto autorevoli personaggi anche prima di Sarkozy, è del tutto fuorviante per cercar di capire le cause del disastro, quando non si tratti di un vero e proprio depistaggio. Non c´è dubbio che tra i dirigenti delle istituzioni finanziarie vi siano stati dei disonesti, e che sarà giusto colpirli. Ma bisognerebbe cercar di evitare di ripetere la commedia del 2000-2003, quando in Usa crollarono Enron e WorldCom, Adelphia Communications e Tyco International, e in Europa, tra gli altri, Vivendi e Parmalat. Il presidente Bush definì "mele marce" i dirigenti coinvolti, presto condannati a pene severe, e fece passare di corsa la legge Sarbanes-Oxley del 2002, che accresceva le responsabilità dei manager e doveva restaurare la fiducia nel sistema. Il fatto è che il marcio stava nella legislazione fino ad allora in vigore, assai più che nelle persone. Alcuni dirigenti avevano sì commesso delle frodi, ma fino a qualche giorno avanti erano stati oggetto di lodi iperboliche per le loro capacità manageriali. Da esse, si diceva, era nato un nuovo modello di impresa giuridico-telematica, un nesso iperflessibile di contratti e comunicazioni che generava profitti fantasmagorici. Un modello che nel caso Enron si fondava, tra l´altro, sulla modifica per dubbie vie della legislazione di una ventina di stati Usa al fine di consentirle di operare come un fulmine senza freni sul mercato dell´energia. 
La situazione odierna è molto simile. Chi ha deviato tra i dirigenti va colpito. Ma incomparabilmente più grave è il guasto insito nelle leggi che hanno favorito, incentivato, premiato il comportamento di decine di migliaia di dirigenti che si sono limitati ad applicarle e, comprensibilmente, a sfruttarne ogni remota piega. Sono in primo luogo leggi Usa, e visto che perfino il presidente Bush ha ammesso che la crisi è partita da loro, su di esse occorre soffermarsi. Il cammino verso il disastro odierno è segnato da due principali leggi. La prima, la legge Gramm-Leach-Bliley del 1999, aboliva la legge Glass-Steagall del ´33 e permetteva da capo ogni sorta di attività speculative tanto alle banche commerciali che alle banche di investimento � una delle cause del crollo del ´29. Il primo firmatario, il senatore Phil Gramm, che avrebbe lasciato il Senato nel 2003 ed è oggi consigliere economico di McCain, era considerato uno dei più attivi portavoce degli interessi di Wall Street che si siano mai visti nel Congresso Usa. Un anno dopo Gramm colpiva ancora. Poco prima della pausa natalizia, con il presidente uscente Clinton ormai privo di effettivo potere, il Congresso stava discutendo una legge finanziaria che distribuiva tra un´infinità di soggetti quasi 400 miliardi di dollari. Il testo della legge era smisurato: circa 10.000 pagine. Il senatore Gramm riuscì all´ultimo momento a introdurre un emendamento di 262 pagine denominato Commodity Futures Modernization Act (Cfma). Il presidente Clinton lo firmava, trasformandolo in legge, il 21 dicembre 2000. 
Il Cfma sottraeva quasi per intero i prodotti finanziari derivati alla regolazione ed alla sorveglianza sia della Commissione Titoli e Borsa (la famosa Sec), sia della meno nota Commissione per il Commercio dei Titoli Future. In tal modo apriva la porta alla demenziale moltiplicazione dei derivati finanziari trattati al di fuori delle borse. Dal 2000 a fine 2007, va ricordato, essi sono balzati, come valore nominale ovvero di sottoscrizione, da 100 trilioni a 600 trilioni di dollari, una cifra equivalente a 11 volte il Pil mondiale. Al riguardo, il presidente (1987-2006) della Federal Reserve Alain Greenspan ebbe a dichiarare in più di un´occasione che si era dinanzi a un nuovo sistema finanziario, che da un lato migliorava in misura super il livello di vita dei paesi che lo adottavano, dall´altra rendeva evidente che per raggiungere sicurezza e solidità la regolazione finanziaria doveva ormai affidarsi all´auto-sorveglianza delle istituzioni private. Come più di un commentatore ha scritto, in tal modo la custodia del pollaio veniva affidata alle volpi.
Ci si può chiedere perché mai dovremmo preoccuparci, noi della Ue, di un paio di leggi Usa. Due semplici risposte vengono alla mente. Anzitutto il sistema finanziario sortito da quelle leggi, ora sconvolto da una crisi senza precedenti, è stato magnificato per anni, sino ad un paio di mesi fa, come un modello di straordinaria modernità ed efficienza, che si doveva assolutamente trasferire nei nostri paesi. In tal senso si sono adoperati politici e imprenditori, associazioni di categoria ed economisti, quotidiani economici e banchieri. Non sembra, per fortuna, che vi siano riusciti del tutto. Ma resta vero che la legislazione e la normativa delle autorità di sorveglianza hanno fatto in questi anni, seppur con differenze di rilievo da un paese all´altro, lunghi passi in direzione d´una estesa adozione di quel modello. Per evitarlo, e imboccare la strada inversa, bisogna conoscerlo. 
La risposta numero due è che un certo numero di trilioni di dollari di derivati non registrati dal mercato borsistico e quindi invisibili alle autorità di sorveglianza, sono stati presumibilmente acquistati anche da istituti finanziari della Ue, Italia compresa, per essere poi scambiati e rivenduti attraverso mille canali. Fino a ieri sono stati anch´essi glorificati quali capolavori di gestione del rischio, parti geniali della matematica finanziaria. V´è da sperare che il loro peso di mele marce non si riveli eccessivo per gli istituti finanziari e i risparmiatori. Ma forse potrebbe bastare per convincere qualche attore in più, in sede politica ed economica, che cacciare qualche dirigente va pure bene, ma solo una radicale reimpostazione delle regole del sistema finanziario mondiale ci porranno al riparo da catastrofi anche peggiori di quella attuale.

di Luciano Gallino da la repubblica del 21 ottobre 2008

Un Paese che esilia i giovani talenti distrugge il suo futuro

Nell'autunno 1922 due navi tedesche (poi note come Philosophy Steamers) trasportarono da Pietrogrado alla Germania centinaia di intellettuali, la crema dell'intelligentsia russa pre-rivoluzionaria. «Una deportazione di cervelli senza precedenti» (Heller), che eliminava ogni scomoda opposizione in nome di un obbligato conformismo, e che inferse alla cultura russa un colpo mortale. Non fu un caso isolato. Ci sono ideologie, regimi, situazioni che rigettano gli intellettuali, la ricerca, il pensiero creativo (il caso meglio noto è quello della Germania nazista, ma anche l'Italia fascista fece la sua parte, con intellettuali ebrei e non). Non meno massiccia di quelle è l'emigrazione forzata di giovani talenti dalla prospera e smemorata Italia degli ultimi vent'anni: secondo l'Istituto di ricerca economica di Berlino (febbraio 2008), da anni il nostro Paese esporta migliaia di ricercatori e per ogni dieci che se ne vanno meno di uno viene, o torna, dall'estero. Ma in nome di che cosa i Governi italiani, in ammirevole sintonia bipartisan, s'industriano a favorire la diaspora dei migliori giovani dal Paese? Dietro questa ostinazione c'è un'ideologia, un progetto? C'è un'idea dell'Italia, del suo futuro?
I risultati del Consiglio europeo delle ricerche (Erc) sono un'allarmante cartina al tornasole. Erc è la nuova agenzia di ricerca dell'Unione Europea, che per distribuire i suoi 7,5 miliardi ha adottato una metodologia interamente basata sul talento degli studiosi e sul merito delle loro idee. Il primo bando, riservato ai ricercatori più giovani (con un tetto di 2,5 milioni a persona), si è chiuso qualche mese fa; il secondo, per gli studiosi più avanti in carriera (con un tetto di 3,5 milioni) si è chiuso in questi giorni. Quali i risultati italiani? Sia negli starting grants per i più giovani che negli advanced grants, l'Italia è stata prima per numero delle domande (1.760 su 9.167 nel primo caso (19,2%), 327 su 2.167 nel secondo (15%): sicuro indicatore che il Paese abbonda di ricercatori di ogni età, ma anche che essi disperano di trovare in patria i finanziamenti necessari. Ma quante domande hanno avuto successo? 
Negli starting grants, i vincitori italiani sono 35, al secondo posto dopo la Germania, precedendo Gran Bretagna, Francia e Spagna; è dunque chiaro che l'Italia ha offerto a questi studiosi (età media: 35 anni) adeguata formazione e ambCiente di ricerca. Se però si guarda alle sedi di lavoro scelte dai vincitori, l'Italia precipita al quinto posto. Dei 35 vincitori italiani, solo 23 resteranno in patria, gli altri (coi loro fondi europei) preferiscono altri Paesi con migliori strutture di ricerca; e dall'estero in Italia arrivano solo due polacchi e un norvegese. Al contrario, in Gran Bretagna restano 24 vincitori su 29, ma se ne aggiungono 35 da altri Paesi (6 dall'Italia); in Francia restano 26 vincitori su 32, ma ne arrivano altri 12 (2 dall'Italia). 
Negli advanced grants, i risultati italiani sono ancor più preoccupanti. Prima come numero di domande, l'Italia è al quarto posto per il successo (23 vincitori), dietro Gran Bretagna (45), Germania (32) Francia (30). Ma dei 23 vincitori italiani, ben 6 portano il proprio grant in altri Paesi, contro un solo non-italiano (un inglese) che ha scelto una sede italiana (Pisa). Al contrario, negli altri Paesi il rapporto fra "uscite" ed "entrate" di vincitori dei grants è molto più favorevole: il saldo netto (contro il totale di 18 grants da spendersi in Italia) è di 56 in Gran Bretagna, 32 in Francia, 26 in Svizzera. Per attrattività l'Italia è dunque all'ultimo posto, anzi sostanzialmente assente. In compenso, il Paese svetta in cima a tutte le classifiche per numero di studiosi che hanno deciso di trasferirsi altrove coi loro cospicui fondi europei. Il bilancio è disastroso: prima per numero di domande (cioè per potenzialità), l'Italia è ultima in Europa per capacità di attrarre studiosi da fuori, ma anche di trattenere i propri cittadini.
In nome di che cosa maggioranza e opposizione, ministri e deputati assistono passivamente a questa emorragia di forze intellettuali? Nessuno potrà credere sul serio che alla base vi sia un calcolo economico. È evidente che formare nuove generazioni di ricercatori per poi "regalare" i migliori ad altri Paesi non è un buon investimento. Eppure, nella strettoia che l'università italiana sta attraversando questi dati non sembrano avere alcun peso, quasi per corale cecità di un Paese determinato a indietreggiare. I severi tagli della legge 133/2008 incideranno seriamente sul futuro dell'università. Sarebbe ingiusto non riconoscere le gravi difficoltà economiche del momento, come lo sarebbe non ammettere i troppi casi di cattiva amministrazione delle risorse da parte degli Atenei. 
Il paradosso è che i finanziamenti per università e ricerca in Italia sono da troppi anni strutturalmente insufficienti (meno di un terzo dell'obiettivo fissato dall'agenda di Lisbona) ma al tempo stesso le scarse risorse vengono spesso sprecate o mal spese. Ma nessuna scure che si abbatta alla cieca ha mai generato nuove forme di virtù: colpendo in misura eguale chi ha gestito malissimo le proprie risorse e chi lo ha fatto al meglio, la legge Tremonti non ha dato all'università italiana il segnale giusto.

di Salvatore Settis da il Sole 24 ore del 21 ottobre 2008

domenica 12 ottobre 2008

Il mercato senza fiducia

Secondo fiumi di inchiostro questa crisi ridisegna i confini fra stato e mercato. Per uscirne ci vorrà più stato e meno mercato, si scrive ormai da mesi. Anche su questo giornale. Non ci sarebbe niente di preoccupante se si trattasse solo di una disputa dottrinaria.
Una disputa alimentata magari da pensatori poco aggiornati che intravedono, non senza qualche smania di rivincita, una rivalutazione del loro capitale umano. Ma il fatto preoccupante è che queste letture della crisi stanno offrendo ai governi nazionali il pretesto per riprendere il controllo delle banche. Doveroso che lo Stato intervenga, ma solo pro tempore, in attesa che i mercati tornino ad operare. Ci vogliono paletti, limiti temporali precisi all´intervento dello stato nel capitale delle banche. Per capire perché basta ricordare cosa erano le "notti delle banche" quando i partiti si azzuffavano per spartirsi i posti nei consigli di amministrazione delle "banche di interesse nazionale", basta ricordare i lunghi spostamenti e le interminabili attese cui queste bin ci costringevano per compiere le operazioni più semplici.
Per capire invece perché oggi lo Stato deve fornire capitale di ultima istanza alle banche che ne fanno richiesta non c´è bisogno di risalire così indietro nel tempo. Basta rileggere, col senno di poi, quanto è successo negli ultimi 13 mesi.
Questa è una crisi di fiducia. Per questo è così generale. Per questo non può che essere temporanea. Chiediamoci come sia possibile che mutui ipotecari che contano per non più dell´1% del debito mondiale abbiano scatenato questo putiferio. Chiediamoci perché a più di un anno dall´inizio della crisi nessuno, neanche chi istituzionalmente è più informato, sappia ancora offrire una misura delle perdite del sistema finanziario. Si è passati dai 50-100 miliardi di dollari paventati dalla Fed nel settembre 2007 ai 200-300 miliardi stimati dall´Economist nel dicembre 2007, ai 945 miliardi nelle valutazioni di aprile 2008 del Fondo Monetario, quando la Bank of England dichiarava che eravamo ormai fuori dal tunnel. Martedì abbiamo letto le nuove stime del Global Financial Stability Report: 1.400 miliardi. Non si sanno valutare le dimensioni del crac perché non ci sono più mercati che permettano di valutare molti titoli in circolazione, dunque il vero stato patrimoniale di molte banche. E non ci sono mercati perché non c´è informazione, non ci si fida gli uni degli altri. Prima della crisi erano le agenzie di rating a trasmettere questa informazione. Sembravano più affidabili del giudizio del singolo banchiere sul grado di affidabilità del debitore. Paradossalmente questo ruolo crescente delle agenzie di rating ha reso i mercati finanziari sempre più opachi. Le banche di investimento si finanziavano emettendo strumenti finanziari sempre più complessi fatti apposta per ottenere rating positivi. Mettevano insieme tipologie di prestiti e di debitori diversi rispettando principi di diversificazione del rischio per cui se ci sono insolvenze da alcuni debitori, queste verranno compensate da andamenti migliori del previsto di altre categorie di debitori. Ma le agenzie di rating non erano attrezzate per tenere conto di rischi sistemici, che colpiscono tutti, come il crollo del mercato immobiliare. E anche quando avrebbero potuto non hanno voluto tenerne conto perché i loro profitti erano crescenti nel numero di emissioni delle banche di investimento. Colpa di una cattiva regolamentazione. Colpa di regole prudenziali applicate a macchia di leopardo. Bisognerà rivedere le regole e il modo con cui si vigila sul loro rispetto. Ci vorrà del tempo per farlo.
Ci vorrà del tempo anche per spacchettare questi titoli "tossici", guardarci dentro, speriamo trovando non solo sorprese negative. Come ci vorrà del tempo per identificare i manager che ci hanno trascinato sull´orlo del baratro separandoli da quelli che sono solo stati contagiati dalla crisi. Bisognerà fare tutto questo per evitare che la crisi si ripeta. Adesso però, subito, bisogna occuparsi di tenere in piedi il sistema, se non vogliamo tornare all´economia del baratto, quella in cui davvero non c´è più carta.
La mancanza di fiducia ha dunque portato alla ritirata dei mercati. Le banche per svolgere il loro mestiere hanno bisogno di scambiarsi soldi fra di loro: c´è chi è più attivo nel raccogliere risparmi presso le famiglie e chi invece è maggiormente specializzato nei prestiti alle imprese. Ci sono scadenze diverse cui fare fronte sui due versanti, impieghi e depositi. Oggi le banche hanno paura a concedere prestiti ad altre banche temendo che queste siano insolventi. Così le banche hanno smesso di prestarsi denaro tra di loro o lo fanno a costi esorbitanti. Per questo non servono neanche gli interventi delle banche centrali sui tassi di interesse. Gli occhi di molti sono in questi giorni puntati sugli indici di borsa, ma il vero polso della crisi lo si ha monitorando i tassi interbancari. La misura dell´inefficacia del taglio generalizzato dei tassi deciso martedì lo si ha con l´Euribor a tre mesi rimasto invariato. Per tamponare la crisi non bastano più neanche le massicce iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali, che ormai si succedono da mesi. Il fatto è che la crisi ormai è fatta anche di banche insolventi, non solo di banche che hanno problemi di liquidità.
Qualcuno deve oggi riempire i vuoti aperti da mercati che hanno cessato di operare, prima che questi vuoti aprano voragini. Questo qualcuno non può che essere lo Stato. Bene perciò che lo Stato fornisca capitale di ultima istanza a quelle banche che lo richiedessero espressamente, come deciso dal Consiglio dei Ministri straordinario di mercoledì sera. Ma deve essere un intervento con precisi limiti temporali, tenuto il più lontano possibile dalla politica, dalle mani dei Governi. Interventi di questo tipo sarebbero stati meglio gestiti a livello europeo, come richiesto dall´appello lanciato da lavoce.info e sottoscritto da 300 economisti europei. I governi dell´Unione hanno invece sin qui dato una pessima prova di se stessi andando ognuno per la sua strada, indice peraltro del fatto che hanno ambizioni di controllo e che temono che siano gli altri a finire per controllare le loro banche. Ma la gravità della crisi potrà indurli a più miti consigli e il nostro paese può comunque cercare un approccio integrato con quei paesi dell´Unione che ci stanno. In ogni caso, la gestione di queste eventuali partecipazioni dovrà essere affidata ad organi terzi, separati dal Tesoro. Bene che si tratti di azioni senza diritto di voto, ma ricordiamoci che anche con le azioni privilegiate o di risparmio si partecipa ad assemblee e che qualunque partecipazione rilevante è influente perché apre la strada al ricatto di mandare tutto all´aria uscendo dall´azionariato. Questi interventi verranno, per forza di cose, finanziati emettendo debito pubblico. Solo ponendo un ferreo limite temporale a queste partecipazioni avremo solo un incremento temporaneo nel debito, magari riusciremo anche a ridurlo rivendendo le azioni a prezzi più alti in un mondo uscito dalla crisi. Anche per questo è bene assicurarsi sin d´ora che ci sarà una ritirata, e far sì che sia una ritirata vera.

di Tito Boeri da la Repubblica del 10 ottobre 2008

mercoledì 8 ottobre 2008

Il mondo drogato dalla vita a credito

Un quotidiano britannico ha pubblicato la storia di un cinquantunenne che ha accumulato un debito di 58.000 sterline su 14 carte di credito e finanziamenti vari. Con l´inpennata dei costi del carburante, dell´elettricità e del gas non riusciva più a pagare gli interessi.
Deplorando, col senno di poi, la sconsideratezza che lo ha gettato in questa situazione spiacevole se la prendeva con chi gli aveva prestato il denaro: parte della colpa è anche loro, diceva, perché rendono terribilmente facile indebitarsi. In un altro articolo pubblicato lo stesso giorno, una coppia spiegava di aver dovuto drasticamente ridurre il bilancio familiare, ma esprimeva anche preoccupazione per la figlia, una ragazza giovane già pesantemente indebitata. Ogni volta che esaurisce il plafond della carta di credito subito le viene offerto in prestito altro denaro. A giudizio dei genitori le banche che incoraggiano i giovani a prendere prestiti per acquistare, e poi altri prestiti per pagare gli interessi, sono corresponsabili delle sventure della figlia.
C´era un vecchio aneddoto su due agenti di commercio che giravano l´Africa per conto dei rispettivi calzaturifici. Il primo inviò in ditta questo messaggio: inutile spedire scarpe , qui tutti vanno scalzi. Il secondo scrisse: richiedo spedizione immediata di due milioni di paia di scarpe, tutti qui vanno scalzi. La storiella mirava ad esaltare l´intuito imprenditoriale aggressivo, criticando la filosofia prevalente all´epoca secondo cui il commercio rispondeva ai bisogni esistenti e l´offerta seguiva l´andamento della domanda. Nel giro di qualche decennio la filosofia imprenditoriale si è completamente capovolta. Gli agenti di commercio che la pensano come il primo rappresentante sono rarissimi, se ancora esistono. La filosofia imprenditoriale vigente ribadisce che il commercio ha l´obiettivo di impedire che si soddisfino i bisogni, deve creare altri bisogni che esigano di essere soddisfatti e identifica il compito dell´offerta col creare domanda. Questa tesi si applica a qualsiasi prodotto, venga esso dalle fabbriche o dalle società finanziarie. La suddetta filosofia imprenditoriale si applica anche ai prestiti: l´offerta di un prestito deve creare e ingigantire il bisogno di indebitarsi. 
L´introduzione delle carte di credito è stata un segno premonitore. Le carte di credito erano state lanciate sul mercato con uno slogan rivelatore e straordinariamente seducente: «Perché aspettare per avere quello che vuoi?». Desideri una cosa ma non hai guadagnato abbastanza per pagarla? Beh, ai vecchi tempi, ora fortunatamente andati, si doveva procrastinare l´appagamento dei propri desideri: stringere la cinghia, negarsi altri diletti, essere prudenti e parchi nelle spese e depositare il denaro così racimolato su un libretto di risparmio nella speranza di riuscire, con la cura e la pazienza necessarie, ad accumularne abbastanza per poter realizzare i propri sogni. Grazie a Dio e al buon cuore delle banche non è più così! Con la carta di credito si può invertire l´ordine: prendi subito, paghi dopo. La carta di credito rende liberi di appagare i desideri a propria discrezione: avere le cose nel momento in cui le vuoi, non quando te le sei guadagnate e te le puoi permettere.
Questa era la promessa, ma sotto c´era anche una nota in caratteri minuscoli, difficile da decifrare anche se facile da intuire in un momento di riflessione: quel perenne "dopo" ad un certo punto si trasformerà in "subito" e bisognerà ripagare il prestito. Il pagamento dei prestiti contratti per non aspettare e soddisfare subito i vecchi desideri, renderà difficilissimo soddisfarne di nuovi? Non pensare al "dopo", significò , come sempre, guai in vista. Si può smettere di pensare al futuro solo a proprio rischio e pericolo. Sicuramente il conto sarà salato. Più presto che tardi arriva la consapevolezza che allo sgradevole differimento dell´appagamento si è sostituito un breve differimento della vera terribile punizione per l´essere stati precipitosi. Ci si può togliere uno sfizio quando si vuole, ma anticipare il diletto non lo renderà più abbordabile? In ultima analisi, sarà differita solo la presa di coscienza della triste realtà.
Per quanto nociva e dolorosa, questa non è l´unica nota in caratteri minuscoli sotto la promessa del «prendi subito, paga dopo». Per evitare di limitare ad un solo prestatore il profitto derivante dalle carte di credito e dai prestiti facili, il debito contratto doveva essere (e così è stato) trasformato in un bene che procuri profitto permanente. Non riesci a ripagare il tuo debito? Non preoccuparti: a differenza degli avidi prestatori di denaro vecchio stile, ansiosi di veder ripagate le somme prestate entro termini ben precisi e non differibili, noi prestatori di denaro moderni e disponibili non ti chiediamo indietro i nostri soldi, bensì ci offriamo di prestartene altri per pagare il vecchio debito e avere un po´ di disponibilità (cioè di debito) in più per toglierti nuovi sfizi. Siamo le banche che dicono "sì", le banche disponibili, le banche col sorriso, come diceva una delle pubblicità più geniali. 
Quello che nessuno spot diceva apertamente, lasciando la verità ai cupi presagi del debitore, era che le banche prestatrici in realtà non volevano che i debitori pagassero i debiti. Se lo avessero fatto entro i termini non sarebbero stati più in debito, ma sono proprio i loro debiti (il relativo interesse mensile) che i moderni, disponibili (e geniali) prestatori di denaro hanno deciso, con successo, di riciclare come fonte prima del loro profitto costante, assicurato (e si spera garantito). I clienti che restituiscono puntualmente il denaro preso in prestito sono l´incubo dei prestatori. Le persone che si rifiutano di spendere denaro che non abbiano già guadagnato e si astengono dal prenderlo in prestito, non sono di alcuna utilità ai prestatori ? perché sono quelli che (spinti dalla prudenza o da un senso antiquato dell´onore) si affrettano a ripagare i propri debiti alle scadenze. Una delle maggiori società di carte di credito presenti in Gran Bretagna ha suscitato pubbliche proteste (che certo avranno vita breve) nel momento in cui ha scoperto il suo gioco rifiutando il rinnovo delle carte ai clienti che pagavano ogni mese il loro intero debito, senza quindi incorrere in sanzioni finanziarie. 
L´odierna stretta creditizia non è risultato del fallimento delle banche. Al contrario, è il frutto del tutto prevedibile, anche se nel complesso inatteso, del loro straordinario successo: successo nel trasformare una enorme maggioranza di uomini e donne, vecchi e giovani, in una genìa di debitori. Perenni debitori, perché si è fatto sì che lo status di debitore si auto-perpetui e si continuino a offrire nuovi debiti come unico modo realistico per salvarsi da quelli già contratti. Entrare in questa condizione, ultimamente, è diventato facile quanto mai prima nella storia dell´uomo: uscirne non è mai stato così difficile. Tutti coloro che erano nelle condizioni di ricevere un prestito, e milioni di altri che non potevano e non dovevano essere allettati a chiederlo, sono già stati ammaliati e sedotti a indebitarsi. E proprio come la scomparsa di chi va a piedi nudi è un guaio per l´industria calzaturiera, così la scomparsa delle persone senza debiti è un disastro per l´industria dei prestiti. Quanto predetto da Rosa Luxemburg si è nuovamente avverato: comportandosi come un serpente che si mangia la coda il capitalismo è nuovamente arrivato pericolosamente vicino al suicidio involontario, riuscendo ad esaurire la scorta di nuove terre vergini da sfruttare? 
Negli Usa il debito medio delle famiglie è cresciuto negli ultimi otto anni ? anni di apparente prosperità senza precedenti- del 22 per cento. L´ammontare totale dei prestiti su carta di credito non pagati è cresciuto del 15%. E , cosa forse più minacciosa, il debito complessivo degli studenti universitari, la futura élite politica, economica e spirituale della nazione, è raddoppiato. L´insegnamento dell´arte di "vivere indebitati", per sempre, è ormai inserito nei programmi scolastici nazionali? Si è arrivati a una situazione molto simile in Gran Bretagna. Il resto dei Paesi europei segue a non grande distacco. Il pianeta bancario è a corto di terre vergini avendo già sconsideratamente dedicato allo sfruttamento vaste estensioni di terreno sterile.
La reazione finora, per quanto possa apparire imponente e addirittura rivoluzionaria per come emerge dai titoli dei media e dalle dichiarazioni dei politici, è stata la solita : il tentativo di ricapitalizzare i prestatori di denaro e di rendere i loro debitori nuovamente in grado di ricevere credito, così il business di prestare e prendere in prestito, dell´indebitarsi e mantenersi indebitato, potrebbe tornare alla "normalità". Il welfare state per i ricchi (che a differenza del suo omonimo per i poveri non è mai stato messo fuori servizio) è stato riportato in vetrina dopo essere stato temporaneamente relegato nel retrobottega per evitare invidiosi paragoni. Lo Stato ha nuovamente flesso in pubblico muscoli a lungo rimasti inattivi, stavolta al fine di proseguire il gioco che rende questo esercizio ingrato ma, abominevole a dirsi, inevitabile; un gioco che stranamente non sopporta che lo Stato fletta i muscoli, ma non può sopravvivere senza.
Quello che si dimentica allegramente (e stoltamente) in quest´occasione è che l´uomo soffre a seconda di come vive. Le radici del dolore oggi lamentato, al pari delle radici di ogni male sociale, sono profondamente insite nel nostro modo di vivere: dipendono dalla nostra abitudine accuratamente coltivata e ormai profondamente radicata di ricorrere al credito al consumo ogni volta che si affronta un problema o si deve superare una difficoltà. Vivere a credito dà dipendenza come poche altre droghe, e decenni di abbondante disponibilità di una droga non possono che portare a uno shock e a un trauma quando la disponibilità cessa. Oggi ci viene proposta una via d´uscita apparentemente semplice dallo shock che affligge sia i tossicodipendenti che gli spacciatori: riprendere (con auspicabile regolarità) la fornitura di droga. 
Andare alle radici del problema non significa risolverlo all´istante. È però l´unica soluzione che possa rivelarsi adeguata all´enormità del problema e a sopravvivere alle intense, seppur relativamente brevi , sofferenze delle crisi di astinenza.

di Zygmunt Bauman da la Repubblica del 8 ottobre 2008
(Traduzione di Emilia Benghi)

lunedì 6 ottobre 2008

L’allarme del World Social Forum: uno Stato senza welfare genera solo paura

(ASCA) - Roma, 26 set - C’e’ bisogno di uno Stato che torni ad occuparsi delle persone in concreto, sollevando il sistema dell’assistenza dalla burocrazia, con un’opzione decisa per il Terzo settore. Ma c’e’ bisogno anche che le fondazioni bancarie scelgano che mestiere vogliono fare: se gestire banche o occuparsi di chi e’ in difficolta’, come vorrebbe la normativa. E anche che il volontariato faccia bene il suo mestiere, attaccato alla sua mission e non alla rincorsa permanente di finanziamenti. Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma e ”padre” del World social summit che si conclude oggi a Roma con l’intervento di Zygmund Bauman, famoso teorico della societa’ liquida, traccia con l’ASCA un bilancio dell’iniziativa e spiega la sua ricetta contro la paura del nostro secolo.

D: Perche’ la gente di questo secolo ha paura?
E: Lo scenario cui assistiamo non ci presenta un quadro dissimile da quello di epoche lontane come quelle delle grandi invasioni barbariche, delle pestilenze che cancellavano interi stati o delle guerre mondiali. L’umanita’ allora ha resistito Oggi il terrorismo, le pandemie, la crisi ambientale, generano paure che pesano in misura imprevista quando vanno ad annidarsi nell’intimita’ dell’individuo che, squassato dalla perdita di alcuni grandi valori come la fede, la famiglia, la politica, subisce la crisi della propria identita’ e la trasferisce nella realta’ economica, che ne risente anche per la crisi del welfare. Se crolla la prospettiva di lavoro di una famiglia, il futuro di uno studente, la possibilita’ di inserirsi o re-inserirsi nella societa’, infatti, anche tutti gli altri problemi diventano drammaticamente piu’ vicini all’individuo, lo terrorizzano e lo costringono a rimanere nel terrore.

D: Come si interviene in questo scenario?
E: La mia proposta, che reiterero’ nelle conclusioni, richiama, innanzitutto, ad una riscoperta dei valori fondanti l’individuo e la societa’ come l’istruzione, la cultura, cioe’ quelle colonne che possano sorreggerle. C’e’ bisogno, pero’, anche di una riforma del welfare state che, a fronte di uno Stato che arretra perche’ non riesce piu’ a sostenere il peso di questi problemi, puo’ essere portata a compimento solo dal non profit, quel terzo settore al quale ho dedicato tanti anni, e che a mio avviso e’ l’unico a poter consegnare all’uomo quelle risposte che l’umanita’ sembra aver smarrito. Mi ha fatto piacere sentire dagli studiosi dei Paesi emergenti intervenuti al Social summit che a loro avviso la soluzione ai problemi delle loro megalopoli e’ quella solidarieta’ che noi pratichiamo da secoli.

D: Qual e’ il ruolo della politica in questo passaggio?
E: La disattenzione della classe politica rispetto alla dimensione sociale e’ uno dei principali problemi che abbiamo. Il 46% dei cittadini di tutto il mondo, ma in particolare italiani, intervistati dal Censis sulla natura delle proprie paure, non ha risposto che teme il bandito, il diverso, il Rom, ma che ha paura dell’incertezza che gli e’ data dal non poter piu’ contare sulle garanzie di uno Stato sociale che funzioni e gli dia una risposta certa. Ci sono tante realta’ che potrebbero rispondere a questo bisogno, ma se come non profit dobbiamo pagare le tasse come le imprese, non avere cittadinanza attiva perche’ non veniamo riconosciuti con la dignita’ costituzionale che meriteremmo -visto che la sussidiarieta’ e’ stata appiccicata come una pezza alla nostra Costituzione ma non gli si e’ dato ne’ un corpo ne’ una rete - siamo messi in condizione di arenarci.

D: Con il federalismo, tuttavia, lo spostamento di alcune competenze in capo ad Enti locali non in grado di sopportarne il peso di gestione oggi mette in condizione parte del Terzo settore di annunciare la propria estinzione.
E: Sono convinto che non usciremo da questa crisi se non si risolve un grosso problema: dobbiamo sollevare il sistema dell’assistenza da quel grave peso (e costo) che la struttura statale carica nel veicolare le risorse dalla fase di produzione alla destinazione del servizio. Dev’essere il cittadino a modulare la richiesta, a gestirla nella propria autonomia, interrompendo questa lunga catena grazie alle strutture agili ed elastiche che il volontariato ha costruito e che fa funzionare da sempre, rendendo fluido il rapporto tra risorse e cittadini. Non penso, vorrei chiarirlo, che questo sia possibile spostando questo ruolo di ‘’smistamento’ delle risorse sui Centri per i servizi al volontariato - rispetto ai quali, come e’ noto, ho una visione molto critica - perche’ con questo modello rischiamo di ricreare quel sistema ingessato che oggi non permette di operare al pubblico. Non sento alcun politico sostenere questa proposta.

D: Ma non c’e’ il rischio di consumismo dei servizi da parte dei cittadini?
E: La nostra esperienza e i dati ci dicono il contrario. Dobbiamo rieducare i cittadini a un diritto certo ed esigibile, quando serve. Con un pubblico che non gestisce ne’ eroga,ma indirizza e controlla il welfare, potremmo corrispondere in modo piu’ efficace alle aspettative del singolo. Se posso, ad esempio, fruire di un coupon con un pacchetto di prestazioni certe, non credo che accrescero’ la mia domanda di assistenza ma tentero’ di amministrarla con saggezza. Se continuera’, tuttavia, una disattenzione da parte dello Stato, sara’ inutile, a mio avviso, parlare di socialita’, di welfare, visto che questo argomento che dovrebbe essere quello principale finisce, di fatto, ad essere abbandonato in Italia.

D: La politica, dunque, non sta svolgendo fino a fondo il suo ruolo?
E: Anche nel corso del Social summit abbiamo riflettuto tanto sull’intervento pubblico. In America le principali banche sono state nazionalizzate, mentre, ad esempio, in Italia Alitalia sembra dover essere per forza affidata ai privati secondo una formula molto incerta. Io non sono a favore di un intervento illimitato dello Stato, ma di un intervento regolatore si’, anche di fronte ai nuovi strumenti della finanza dei quali abbiamo parlato molto qui in questi giorni. Nel nostro Paese passiamo da un eccesso all’altro: nel caso dell’individuo, dove ci sarebbe bisogno di una personalizzazione dei servizi, lo Stato non lascia spazi al privato sociale perche’ teme un consumismo delle prestazioni che non c’e', ma dall’altro, dove c’e’ gia’ una voragine, lo Stato arretra e la lascia ai privati. Qualcuno dovra’ spiegarci la schizofrenia di questo comportamento pubblico perche’ qualcosa non torna.

D: Quale ruolo possono giocare le fondazioni nel cambiamento da lei auspicato?
E: Parto da una critica che muovo in casa mia. Le fondazioni debbono decidere: o fare come noi della Fondazione Roma, che ci occupiamo esclusivamente delle persone che hanno bisogno, della sanita’, della ricerca scientifica, della cultura, del volontariato, oppure scegliere di gestire le banche e la finanza. Altre fondazioni vogliono fare, in realta’, solo questo: Cariverona, Montepaschi , solo per fare qualche esempio. Noi, al contrario, abbiamo piccole percentuali finanziarie e assicurative, con le quali diversifichiamo, ripartiamo il rischio e destiniamo tutti i proventi ad aiutare la povera gente. Non e’ vero che la filantropia non rende: noi, pur con una scelta di campo molto netta, abbiamo registrato un rendimento annuo di circa il 10%. Ai miei compagni di strada dico: scegliete la filantropia, oppure fate altro, pagando le tasse adeguate ad un’attivita’ di mercato. E che lo stato assicuri a chi fa solo volontariato un trattamento anche fiscale adatto alla sfida.

D: E al terzo settore che cosa chiede?
E. Che faccia bene il proprio mestiere, con professionalita’ e grande coerenza rispetto alla propria mission, senza inventarsi ogni mattina professionista della questua, dedicando tempo e risorse prevalenti al fund raising, con proposte improvvisate e inutili. Sono scelte che, alla lunga, non pagano nessuno, e alimentano incertezza, precarieta’ e paura.