domenica 10 gennaio 2010

Perché rinunciare a Vendola?

Cari dirigenti del partito democratico: sono uno scrittore, e fino a quest’anno non avevo mai preso la tessera di alcun movimento o soggetto politico.
Nel 2009 l’ho fatto, nella sede PD di San Lorenzo, Roma, perché anche se uno che fa questo lavoro ha come malattia professionale quella del dubbio continuo, dell’eccesso di critica, del porsi sempre troppe domande, dell’inventare realtà e personaggi, del farsi trascinare dalla fantasia, comunque mi sembrava il momento.
Ho scelto di entrare nel PD, come militante critico, come ce ne sono migliaia, credo, centinaia di migliaia, in tutta Italia.
Vi disturbo per chiedervi, immaginando che già in molti l’abbiano fatto, ma non avendo ancora sentito una risposta convincente: perché non possiamo fare le primarie in Puglia? E ancora: perché Vendola non può essere il nostro candidato, se le vince? Il problema delle candidature alle regionali è senz’altro più complesso di come appare a noi, semplici iscritti: le alleanze e le correnti e i bilanciamenti e il peso specifico e il peso mediatico e gli scenari futuri, sì, ma il punto è, non può che essere: cosa ha di sbagliato Nichi Vendola?
È di sinistra, ha amministrato bene, ha già vinto una volta le elezioni, o no? E se non è così, mi chiedo se non sia giunto il momento di dirlo: ha governato male, o non troppo bene, è insopportabile, superficiale, inelegante, fuorimoda, troppo magro o troppo alto?
Si dice: il problema è che dobbiamo vincere. Chi mai potrebbe non essere d’accordo? Ma non credete che se terremo Vendola fuori dalla porta delle primarie, e senza alcuna spiegazione forte, perderemo lo stesso, e con un calo di simpatie, diciamo così, anche in campo nazionale? Scusate, davvero, per le troppe domande, è la malattia professionale, come dicevo all’inizio.

Criticamente vostro, Flavio Soriga.

lunedì 21 dicembre 2009

Rodotà: “Un errore il dialogo. Adesso Berlusconi va isolato”

«Siamo al punto: dopo aver praticamente chiuso il parlamento, dopo aver ridotto il Consiglio dei ministri a un comitato di affari del presidente del Consiglio, ecco che Berlusconi annuncia la sospensione dei diritti costituzionali. Perché è questo il significato dell'attacco alle istituzioni di garanzia». Stefano Rodotà commenta con preoccupazione le parole di ieri di Silvio Berlusconi. E aggiunge: «Qualcuno mi aveva detto che ero stato eccessivo a scrivere che in Italia c'era il rischio dell'estinzione dello stato costituzionale di diritto ma è esattamente quello che sta succedendo. Nella cultura di Berlusconi non c'è la democrazia. È un padrone delle ferriere con l'attitudine a identificare l'interesse generale con il suo interesse personale».

L'interesse e la volontà generale, spiega Berlusconi, si è manifestato al momento del voto. Bisogna lasciarlo governare.
Il voto popolare non scioglie dall'osservanza dalle leggi. È un postulato elementare dello stato di diritto. Viceversa dobbiamo parlare di stato monarchico o assoluto che evidentemente è quello che ha in testa Berlusconi quando propone le riforme istituzionali. Dunque stiamo attenti. Per il cavaliere i poteri indipendenti non esistono. Sono automaticamente opposizione. Ossessivamente comunisti. E così la corte Costituzionale diventa un partito della sinistra ma Berlusconi neanche sa qual è la provenienza dei giudici costituzionali, se lo sapesse non parlerebbe così. Il discorso di ieri è chiarissimo: o si sta con chi ha vinto le elezioni ed è in testa nei sondaggi oppure si sta fuori. Ecco perché dice che è finita l'epoca della ipocrisia: è partito all'assalto delle istituzioni d garanzia.

Lei vede un salto di qualità in questi attacchi? Siamo al punto di non ritorno?
C'è un effetto reiterazione, questo è innegabile. Gli attacchi ci sono già stati, giusto un anno fa Berlusconi lanciò il suo affondo contro il capo dello stato a proposito del decreto per Eluana Englaro. Questa da una parte è la conferma di un atteggiamento consolidato ma dall'altra è il segnale gravissimo di una escalation che non si vuole in nessun modo arrestare. E così ieri, dopo aver detto mille volte che non si deve denigrare il nostro paese, in una sede istituzionale all'estero ha denigrato le massime istituzioni di garanzia del paese, il presidente della Repubblica e la Consulta.

Ma quest'ultimo affondo lo ha travestito da difesa del parlamento. Lì si fanno le leggi - ha detto - e i giudici della Consulta si mettono di traverso.
La risposta è molto semplice. Giudicare le leggi è il mestiere della corte Costituzionale. Se non lo facesse tradirebbe la sua missione. Diciamo pure che la Consulta si muove sempre con grandissima prudenza e se stanno crescendo le sue occasioni di intervento è perché c'è un'escalation nel mettere da parte la Costituzione. Non è la Corte che va sopra le righe ma il parlamento che sta uscendo dal circuito costituzionale corretto.

Di fronte a una situazione del genere la Costituzione prevede qualche rimedio o garanzia?
No, non ce ne sono perché la Costituzione è stata scritta da persone che avevano la democrazia nel sangue. Mentre adesso assistiamo a un'estraneità totale alla dimensione costituzionale. Se Berlusconi avesse il minimo senso della legalità costituzionale non direbbe queste cose.

E dunque che fare?
In questo momento tutti coloro che hanno un qualsiasi ruolo all'interno delle istituzioni devono prendere una posizione esplicita e pubblica per misurare la distanza tra chi ritiene che le istituzioni siano questo e chi ancora crede che le istituzioni siano il cuore della democrazia. E soprattutto, lo dico senza mezzi termini, con Berlusconi che segue questa linea devastante di politica istituzionale non si può avere nessun dialogo. Serve un cordone sanitario, fino a oggi l'atteggiamento del cavaliere e dei suoi pasdaran è stato troppo sottovalutato. Pensi alla discussione che si fa ogni volta che viene presentata una nuova legge, è davvero un fatto inedito. La prima preoccupazione è: «Napolitano la firmerà?». E la seconda: «Supererà l'ostacolo della Consulta?». Non c'è prova migliore di quanto il riferimento alla Costituzione sia ormai fuori dalla logica parlamentare. La maggioranza è un gruppo politico che come il capo Berlusconi ha da tempo deciso di vivere ai margini della legalità costituzionale. Non parlo di un rischio, parlo di quello che è già avvenuto.

di Stefano Rodotà da Micromedia

giovedì 18 giugno 2009

A Cuba si vota, meglio che da noi

Caro Severgnini,
è con immenso orgoglio che propongo uno scoop ai lettori di "Italians": nelle giornate di domenica 21 e 28 ottobre a Cuba si vota. Ma come - direte in parecchi a questo punto - Cuba non era una feroce dittatura? E da quando in qua nelle feroci dittature si vota? Se parliamo di Cuba, lì lo si fa da una trentina d’anni. 8,3 milioni di elettori maggiori di 16 anni rinnoveranno con voto diretto e segreto i 15.236 componenti delle Assemblee municipali del potere popolare, che in base alla legge elettorale cubana staranno in carica per due anni e mezzo. In ciascuno dei 169 municipi cubani, più quello speciale dell'isola della Gioventù, la popolazione sarà suddivisa secondo il numero di abitanti in circoscrizioni, ognuna delle quali esprimerà un delegato, il cui insieme darà vita al consiglio popolare.
Vabbè, ma lì c’è un solo partito - continuerete a pensare in molti - quindi le elezioni sono finte. In effetti il partito è unico. Ma, mentre da noi ci sono tanti partiti e non c’è la possibilità di scegliere direttamente la persona da votare, a Cuba c’è un solo partito (orrore) all’interno del quale però si può scegliere chi si vuole. Sì, ma se uno non si riconosce in quel partito, non può candidarsi, obbietterete a questo punto in tanti. E perché da noi cosa succederebbe a qualcuno che volesse candidarsi e non si riconoscesse nelle logiche capitalistiche, di mercato, di primazìa della finanza sulla politica, del profitto sulla solidarietà (unico vero grande partito esistente dalle nostre parti)? Insomma, alla fine è così vero che avere molti partiti significhi più libertà di scelta? Non ne sarei tanto sicuro se è vero che «sotto sotto sono tutti uguali» (non è forse così che dicono tutti in giro?).

di Mirko Fabbri da il Corriere della Sera del 26 ottobre 2007

martedì 16 giugno 2009

Perché il vento della crisi spazza via la sinistra europea

Il mondo del lavoro ha perso le tutele di cui ha goduto in passato E di fronte alla debolezza delle forze sindacali per difendersi può solo scegliere strade individuali. I dati sono preoccupanti: a ingrossare le file dell´astensionismo sono stati proprio gli elettori tradizionalmente più affezionati alla sinistra i giovani e i ceti popolari. La sconfitta generale nelle ultime elezioni per il Parlamento di Strasburgo costringe le socialdemocrazie a ripensare il loro orizzonte teorico e politico.

Il risultato delle elezioni europee, che ha penalizzato la sinistra, suscita due interrogativi cruciali: il primo è sul suo attuale stato di salute, il secondo sul suo futuro che riguarda ormai il post-socialismo. Si delineano due risposte di segno contrario. La prima relativizza l´insuccesso e insiste sul carattere particolare di questa consultazione elettorale, rinviando alle specificità dei singoli Paesi e ricordando che la storia della sinistra registra un alternarsi ininterrotto di cicli ora favorevoli, ora negativi. La seconda, pur riconoscendo la pertinenza dei suddetti argomenti, vede in queste elezioni europee – peraltro precedute da altre batoste – una sconfitta storica. Ed è quest´ultima risposta che dobbiamo prendere in considerazione.
Di fatto, la sinistra riformista ha dovuto incassare ben sedici sconfitte, alcune delle quali di considerevole portata, che colpiscono le sue formazioni più importanti e emblematiche.
La sinistra è colpita, a prescindere dalla sua attuale collocazione – all´opposizione, sola al potere o associata a coalizioni di governo – e indipendentemente dalla sua traiettoria storica. Come spiegare un tale disastro? Mettendo insieme una serie di considerazioni di fatto, di ragioni congiunturali e di fattori più strutturali.
Il record di astensioni registrato alle elezioni europee è riconducibile all´elettorato prediletto dalla sinistra: i giovani e soprattutto i ceti popolari e operai e gli elettori ai livelli di istruzione più modesti, che sono oggi i più depoliticizzati, e i meno interessati all´Europa. I simpatizzanti della sinistra che si sono recati alle urne hanno disperso i loro voti. Chi vede nell´Ue la causa di ogni sua attuale difficoltà ha votato per i partiti euroscettici, o magari per quelli xenofobi e populisti, come sembra sia stato il caso per una parte dell´elettorato popolare. I moderati, più volatili e incerti che mai, hanno optato per le formazioni di centro-destra. Gli europei con redditi assicurati e un alto livello di istruzione, più aperti al mondo, hanno preferito i Verdi (progrediti in alcuni Paesi, tra cui la Francia) ritenendo che oggi i temi prioritari siano quelli dell´ecologia e dell´ambiente.
È inoltre emerso un paradosso significativo: lungi dal favorirla, la crisi finanziaria ed economica ha anzi danneggiato la sinistra, che pure era convinta di doverne trarre vantaggio, poiché l´attuale congiuntura segna la fine delle illusioni sui benefici dell´economia di mercato e il crollo del mito liberista, con la necessità di regole emananti dallo Stato e di politiche sociali. Il Partito socialista europeo non aveva peraltro incontrato particolari difficoltà nel varo di un manifesto comune, e la sua campagna era focalizzata sull´Europa sociale. Anche la sinistra radicale credeva che fosse venuto il suo momento, per fustigare da un lato il capitalismo e dall´altro il riformismo, reo di tutti i tradimenti; mentre pur avendo riportato qualche progresso, in totale avrà dieci deputati in meno nel futuro parlamento europeo. Ma come mai non si è dato ascolto alle sinistre? Innanzitutto, come scriveva Bernardo Valli su Repubblica del 9 giugno, perché la destra, dando prova di grande pragmatismo, ha smesso di richiamarsi al neoliberismo – al quale in verità l´Europa non si era mai convertita – per adottare posizioni protezioniste; e non ha esitato a far propri i temi della sinistra.
Inoltre – e soprattutto – la sinistra ha mostrato una tendenza a leggere il presente attraverso gli occhiali del passato, senza cogliere tutta la complessità di questa crisi, rivelatrice delle mutazioni ben più profonde che travagliano da decenni le nostre società. Crisi vuol dire disoccupazione, sperequazioni sociali crescenti, inasprimento della povertà; eppure, almeno per il momento questa crisi non ha suscitato importanti mobilitazioni collettive. Perché si ha paura. Perché i sindacati sono indeboliti. Perché c´è stata un´evoluzione nelle relazioni sociali all´interno delle imprese. Perché il mondo del lavoro è cambiato. Perché la precarizzazione è ormai generalizzata. Di conseguenza molti europei, deliberatamente o per forza maggiore, tentano ancora strategie individuali di sopravvivenza e di adattamento; e vorrebbero considerarsi liberi e indipendenti, pur avendo forti esigenze di protezione. Quanto agli anziani – peraltro sempre più numerosi – sono sensibili a temi quali la sicurezza e l´immigrazione; e molti aspirano a rifondare la propria identità. Infine, a loro volta anche i nostri regimi politici hanno subito una profonda trasformazione, in particolare con l´affermarsi della democrazia del pubblico e dell´opinione, in cui il ruolo del leader è decisivo. Ed è chiaro che da un decennio, in questo campo tutta la sinistra soffre di un deficit flagrante.
La sinistra riformista non è rimasta né immobile né muta. Ha rifiutato di riesumare, come fa la sinistra radicale, le vecchie ricette del passato; ha esplorato altre vie, tentando di rivolgersi a nuove fasce di elettori. Ma a fronte di una destra unita, capace di proposte incisive, decisa a imporre un´egemonia culturale e a rispondere al bisogno d´identità che si manifesta negli europei, si presenta divisa, sulla difensiva, senza progettualità né identità, priva di leader, poco credibile, non in sintonia con le trasformazioni in atto. Perciò la sinistra riformista ha una priorità: quella di avviare al più presto una riflessione approfondita sui fondamenti e le modalità del suo riformismo, e analizzare la complessità dei cambiamenti in atto nelle società e nelle nostre democrazie. Pena la sua scomparsa.

di Marc Lazar da la Repubblica del 16 giugno 2009
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

venerdì 12 giugno 2009

domenica 17 maggio 2009

Il gene è diventato altruista

Neuroscienze - Le immagini in diretta dei neuroni rivelano i segreti delle decisioni morali. I principi etici preesistono alle religioni, come un circuito innato, simile a quello del linguaggio. Altro che egoismo, siamo programmati per collaborare e innamorarci. La " bontà " nasce dall'interazione tra la corteccia razionale e la sede delle emozioni.

Il bello degli scienziati è che sono le uniche persone disposte a cambiare idea. Ma è ancora più straordinario che molti test sostengano quello che quasi tutti ritengono irrealistico : gli umani sono fondamentalmente buoni. Siamo stati programmati per collaborare, aiutarci anziché farci fuori, costruire gruppi sociali stabili e perfino innamorarci. Merito dell'evoluzione, la scoperta che rovina il sonno a tanti uomini e donne di fede che bollano Darwin come un'anima perduta.
Di sorpresa in sorpresa, la scienza mette il naso nella filosofia, nell'etica e nella religione e costruisce una provocatoria immagine dell'essere umano, buttando all'aria alcune migliaia di anni di meditazioni tutt'altro che scontate. E lo fa rimettendo in gioco anche le proprie interpretazioni. Tra gli anni 70 e poco tempo fa, seguiva il " mainstream " del biologo evoluzionista Richard Dawkins ( ancora evoluzionismo ! ) e sosteneva che gli organismi - noi compresi - sono preda del cosidetto " gene egoista ". La sua frase preferita diceva " La qualità predominante di un gene che ha successo è l'egoismo senza scrupoli. E' questo gene alla base della cattiveria nei comportamenti individuali ".
Oggi non è più così. Le tecnologie di ultima generazione che osservano il funzionamento del cervello in diretta, insieme con l'esplosione delle neuroscienze che si divertono a sezionarne aspetti e abilità sempre più specifici, sostengono l'opposto : i principi etici, invece che un prodotto delle religioni, preesistono a queste , come un circuito innato, parallelo al " software " del linguaggio ( teorizzato dal prof. del Mit Noam Chomsky ). Una prova è il test di Marc Hauser, lo psicologo evoluzionista di Harward, che ha ideato la formula delle " menti morali " ( ecco di nuovo comparire Darwin ). Come una smentita postuma di Dawkins, la spiega così . " Mi vengono dati 10 dollari per fare un'offerta a un estraneo che non rivedrò mai piu. Dovrò consegnarli la cifra pattuita e tenermi il resto. Ma, se rifiuta, nessuno dei due avrà niente ".
Ed ecco l'ennesimo colpo di scena. " Da un punto di vista razionale, dovrei dare la cifra minima possibile. E invece la maggior parte delle "cavie " propone 5 dollari. E quando la cifra è decisamente inferiore, l'altro tende a dire no". E' una delle evidenze - sostiene Hauser - che la mente si è formata "con una serie di meccanismi regolatori in grado di bilanciare l'egocentrismo sfrenato ".
L'aspetto straordinario è che, al di là della statistica, è l' "imaging" dei neuroni a spiegare il segreto. Le decisioni "morali" - e lo confermano altri colleghi, a cominciare da Antonio Damasio, neuroscienziato alla University of Southern California - non sono prese solo dalla corteccia razionale, ma anche e inevitabilmente dal sistema limbico, sede delle emozioni. Ad attivarsi è un mix.
Significa che la sola ragione ci spinge alla rozza avidità alla Dawkins ( e all'estremo anche all'assassinio ). E' invece il sofisticato pacchetto apparentemente irrazionale - formato da 4 categorie di sentimenti, dalla rabbia fino alla compassione, secondo le ricerche dello psicologo Jonathan Haidt della University of Virginia - a trasformarci in benevole creature " pro-sociali". Per Steven Pinker, psicologo cognitivista di Harward, è tutto chiaro : " Si tratta di meccanismi adattativi per rendere possibile la cooperazione ".
E questa, di metamorfosi in metamorfosi, può sublimarsi in amore : osservando le interazioni dei neuroni, Semir Zeki, neurobiologo dello University College a Londra, si è convinto che l'elaborazione degli ideali - lungo un percorso cangiante che si muove dalla creazione artistica fino ai sentimenti, appunto - è l'inevitabile espressione del nostro modo di acquisire conoscenza, che può gestire enormi masse di dati solo attraverso la sintesi. Le neuroscienze, con lui, inaugurano l'era della neuroestetica e espandono il raggio della neuropsicologia. Siamo esseri sociali e , se non bastasse, ci vincola un'idea di amore romantico che è una costante universale, come confermano le frustranti confessioni dei poeti.
Sorpresa finale : che il gene si dimostri egoista o generoso - sottolinea Piergiorgio Strata, presidente dell'Istituto Nazionale di neuroscienze - la nostra libertà scorre entro limiti ristretti, geneticamente determinati. E' del Nobel della medicina Roger Sperry la crudele metafora della ruota : al pari dei nostri schemi mentali può correre o rallentare, ma è la sua geometria che si impone sempre sulle molecole, determinandone il comportamento.

di Gabriele Beccaria da La Stampa del 11 giugno 2008

giovedì 14 maggio 2009

I sette peccati capitali di Internet (e le sue virtù)

Qual è il destino dei parlamenti nell'età dell'informazione e della comunicazione? Alcuni anni fa, quando cominciò il dibattito sulla democrazia elettronica, sembrava che le nuove tecnologie avrebbero portato ad una progressiva scomparsa della democrazia rappresentativa, sostituita da forme sempre più diffuse di democrazia diretta. Nel nuovo agorà elettronico i cittadini avrebbero potuto prendere sempre la parola e decidere su tutto.
La memoria dell'antica Atene e il modello dei town meetings del New England apparivano come la forma nuova della democrazia, con un intreccio tra antico e nuovo che avrebbe via via cancellato il ruolo dei parlamenti. Oggi queste ipotesi sono lontane, e la democrazia elettronica segue strade diverse da quelle di una brutale e ingannevole semplificazione dei sistemi politici. Ma questo non vuol dire che i parlamenti possano trascurare le grandi novità determinate dalle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, che incidono profondamente sul loro ruolo e sul modo in cui si struttura il loro rapporto con la società. Non siamo di fronte a semplici strumenti tecnici, ma ad una forza potente, la tecnologia nel suo complesso, che sta trasformando in modo radicale le nostre società.
Stiamo passando, su scala mondiale, da un equilibrio tecnologico all'altro. Il primo, grande compito dei parlamenti, oggi, è dunque quello di cogliere questo momento, di compiere tempestivamente le scelte intelligenti necessarie perché l'insieme delle tecnologie si risolva in un rafforzamento complessivo della democrazia.
Sono divenute chiare alcune linee di analisi e di intervento, che possono essere così riassunte:
- evitare che le nuove tecnologie portino ad una concentrazione invece che ad una diffusione del potere sociale e politico;
- evitare che le nuove tecnologie si consolidino come la forma del populismo del nostro tempo, con un continuo scivolamento verso la democrazia plebiscitaria.
-evitare che ci si trovi sempre più di fronte a tecnologie del controllo invece che a tecnologie delle libertà;
- evitare che nuove disuguaglianze si aggiungano a quelle esistenti;
- evitare che il grande potenziale creativo delle nuove tecnologie porti non ad una diffusione della conoscenza, ma a forme insidiose di privatizzazione.
Pure l'età digitale, dunque, ha i suoi peccati, sette come vuole la tradizione, e che sono stati così enumerati: 1) diseguaglianza; 2) sfruttamento commerciale e abusi informativi; 3) rischi per la privacy; 4) disintegrazione delle comunità; 5) plebisciti istantanei e dissoluzione della democrazia; 6) tirannia di chi controlla gli accessi; 7) perdita del valore del servizio pubblico e della responsabilità sociale. Non mancano, tuttavia, le virtù, prima tra tutte l'opportunità grandissima di dare voce a un numero sempre più largo di soggetti individuali e collettivi, di produrre e condividere la conoscenza, sì che ormai molti ritengono che la definizione che meglio descrive il nostro presente, e un futuro sempre più vicino, sia proprio quella di "società della conoscenza".
Al di là delle immagini e delle metafore, i parlamenti non sono chiamati a scegliere tra il bene e il male. Di fronte ad una realtà complessa, nella quale convivono società della conoscenza e società del rischio, i parlamenti non sono chiamati scegliere tra bene e male. Devono ribadire la loro storica e insostituibile funzione di custodi della libertà e dell'eguaglianza.
Non sono riferimenti retorici. La tecnologia è prodiga di promesse.
Alla democrazia offre strumenti per combattere l'efficienza declinante, e arriva fino a proporne una rigenerazione. Ma, se guardiamo al mondo reale, alle tendenze in atto, rischiamo di incontrare sempre più spesso un uso delle tecnologie che rende capillare e continuo il controllo dei cittadini. A queste tendenze bisogna reagire, non solo per sfuggire ad una sorta di schizofrenia istituzionale che spinge verso la costruzione di un mondo diviso tra le speranze di libertà e l'insidia della sorveglianza. E' necessario soprattutto considerare realisticamente le dinamiche sociali, a cominciare da quelle che rischiano di produrre nuove diseguaglianze.
Questo problema viene solitamente indicato con l'espressione digital divide, ed effettivamente l'uso delle tecnologie, di Internet in primo luogo, produce stratificazioni sociali, l'emergere di nuove categorie di haves e di have nots, di abbienti e non abbienti proprio per quanto riguarda la fondamentale risorsa dell'informazione. Ma le più attendibili ricerche sul digital divide mettono in evidenza che il divario tra paesi sviluppati e paesi meno sviluppati, per quanto riguarda l'accesso ad Internet, non può essere esaminato riferendosi prevalentemente alle differenze di reddito. Pur rimanendo profondissime, infatti, le distanze riguardanti Internet tendono a ridursi più rapidamente di quelle relative alla ricchezza.
Questo vuol dire che i fattori influenti non sono tanto quelli economici, quanto piuttosto quelli sociali e culturali.
Conoscenza è parola che sintetizza le possibilità di accedere alle fonti, di elaborare il materiale, raccolto, di diffondere liberamente le informazioni. Già nell'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite si è affermato il diritto di ogni individuo alla libertà di opinione e di espressione "e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere". Oggi questo diritto è in pericolo per la pretesa di molti Stati di controllare Internet, per l'esercizio di veri poteri di censura, per le condanne di autori di quelle particolari comunicazioni in rete che sono i blog.
Questa situazione non può essere ignorata, soprattutto perché alcune grandi società - Microsoft, Google, Yahoo!, Vodafone - hanno annunciato per la fine dell'anno la pubblicazione di una "Carta" per tutelare la libertà di espressione su Internet. I parlamenti non possono accettare che la garanzia del free speech, che gli Stati Uniti vollero affidare al Primo Emendamento della loro Costituzione, divenga materia di cui si occupano solo i privati, che evidentemente offriranno solo le garanzie compatibili con i loro interessi.
Internet è il più grande spazio pubblico che l'umanità abbia conosciuto, dove si sta realizzando anche una grande redistribuzione di potere. Un luogo dove tutti possono prendere la parola, acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune, e costruire così un mondo diverso di cui tutti possano egualmente dirsi cittadini.
Ma tutto questo può diventare più difficile, per non dire impossibile, se la conoscenza viene chiusa in recinti proprietari senza considerare proprio la novità della situazione che abbiamo di fronte e che impone di guardare alla conoscenza come il più importante tra i beni comuni.
La questione dei beni comuni è essenziale. Parole nuove percorrono il mondo - open source, free software, no copyright - dando il senso di un cambiamento d'epoca. Oggi, infatti, il conflitto tra interessi proprietari e interessi collettivi non si svolge soltanto intorno a risorse scarse, in prospettiva sempre più drammaticamente scarse come l'acqua. Nella dimensione mondiale assistiamo ad una creazione incessante di nuovi beni, la conoscenza prima di tutto, rispetto ai quali la scarsità non è l'effetto di dati naturali, ma di politiche deliberate, di usi impropri del brevetto e del copyright, che stanno determinando un movimento di "chiusura" simile a quello che, in Inghilterra, portò alla recinzione delle terre comuni, prima liberamente accessibili. Questa scarsità artificiale, creata, rischia di privare milioni di persone di straordinarie possibilità di crescita individuale e collettiva, di partecipazione politica.
La sfida lanciata ai parlamenti non riguarda soltanto la necessità di trovare nuovi equilibri tra logica della proprietà e logica dei beni comuni. Investe lo stesso modo d'intendere la cittadinanza. La vera novità democratica delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, infatti, non consiste nel dare ai cittadini l'ingannevole illusione di partecipare alle grandi decisioni attraverso referendum elettronici. Consiste nel potere dato a ciascuno e a tutti di servirsi della straordinaria ricchezza di materiali messa a disposizione dalle tecnologie per elaborare proposte, controllare i modi in cui viene esercitato il potere, organizzarsi nella società. Con questo vasto mondo - in cui la democrazia si manifesta in maniera "diretta", ma senza sovrapporsi a quella "rappresentativa" - i Parlamenti devono trovare nuove forme di comunicazione, attraverso consultazioni anche informali, messa in rete di proposte sulle quali si sollecita il giudizio dei cittadini, procedure che consentano di far giungere in parlamento proposte elaborate da gruppi ai quali, poi, vengano riconosciute anche possibilità di intervento nel processo legislativo.
La rigida contrapposizione tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta potrebbe così essere superata, e la stessa democrazia parlamentare riceverebbe nuova legittimazione dal suo presentarsi come interlocutore continuo della società.
In questa prospettiva, i parlamenti debbono soprattutto impedire che le esigenze di lotta a terrorismo e criminalità e le richieste del sistema economico portino alla nascita di una società della sorveglianza, della selezione e del controllo, alterando quel carattere democratico dei sistemi politici di cui proprio i parlamenti sono i primi ed essenziali garanti.
Proprio le tecnologie, con la loro apparente neutralità, hanno rafforzato le spinte verso la creazione di gigantesche raccolte di dati personali.
La politica sta delegando alla tecnica la gestione dei più diversi aspetti della società, dimenticando, ad esempio, un principio chiaramente indicato nell'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. In questa norma si ammettono limitazioni dei diritti per diverse finalità, compresa la sicurezza nazionale, a condizione però che si tratti di misure compatibili con le caratteristiche di una società democratica. I parlamenti devono esercitare con il massimo rigore questa funzione di controllo, senza delegarla ad altri organi dello Stato, fossero pure le corti costituzionali. Solo così possono evitare la trasformazione dei cittadini in sospetti, ed impedire che, con l'argomento della difesa della democrazia, sia proprio la democrazia ad essere perduta.

Questo è il discorso che Stefano Rodotà ha tenuto a Montecitorio per l'apertura della Conferenza internazionale dell'Unione interparlamentare (6 marzo 2007)

I CERVELLONI DI HARWARD I cervelloni di Harward: " Punire è inutile, lo fanno solo i perdenti "

NELLA SIMULAZIONE GUADAGNAVA PUNTI CHI COLLABORAVA CON GLI AVVERSARI.
"Il castigo non aiuta a ottenere risultati. Serve solo a ribadire una rigida gerarchia".

L'avessero detto agli aguzzini di Abu Ghraib, forse si sarebbero trattenuti un po'. Punire non serve a niente, è un comportamento da perdenti. La verità psicologica e sociologica , che prigionieri e sottoposti di tutto il mondo avevano già intuito, è ora certificata da uno studio dell'Università di Harward, condotto da Martin Nowak E pubblicato su Nature. I ricercatori hanno riunito un gruppo di volontari e li hanno vagliati con una serie di giochi di ruolo (non torture) per capire quali erano i comportamenti più efficienti in un gruppo o in una catena gerarchica.
L'esperimento chiave è stato il " Dilemma del prigioniero ", un modello già studiato in economia e sociologia.
Nella versione del gioco utilizzata nell'esperimento, i volontari avevano diverse opzioni di vincita o perdita, collegate alle mosse degli altri. Ciascun giocatore poteva decidere di " cooperare " con gli avversari (perdendo una moneta , ma facendone vincere due agli avversari), di pensare solo ai propri interessi e quindi vincere facendo perdere il suo avversario, di punire l'avversario, autotassandosi di una moneta e facendo perdere al " nemico " quattro monete.
Alla fine i cinque giocatori meglio piazzati erano quelli che avevano scelto di non punire mai. All'estremo opposto si sono piazzati quelli che avevano uato la punizione frequentemente.
Il castigo insomma NON SERVE A PROMUOVERE LA COOPERAZIONE, MA CORRISPONDE AD ALTRE ESIGENZE, COME QUELLA DI RINFORZARE UNA GERARCHIA DI COMANDO O DIFENDERE UNA PROPRIETA'.
"I vincenti non puniscono", ha sintetizzato David G. Rand, uno dei ricercatori dell'Università di Harward.
Non lo fanno perché il castigo genera una spirale di vendetta, che può avere conseguenze distruttive. "In una società competitiva come quella di oggi - conclude -, chi sceglie di punire, perde, vittima della sua stessa arma".

Studio pubblicato su "Nature"

mercoledì 13 maggio 2009

Se vengono meno i principi della democrazia

Questo testo comparve nel 1958 su "Risorgimento" che, in occasione del primo decennale della Costituzione, aveva promosso un´inchiesta. Venne poi pubblicato, nello stesso anno, sul bollettino dell´Ateneo di Torino.
Quando parliamo di democrazia, non ci riferiamo soltanto a un insieme di istituzioni, ma indichiamo anche una generale concezione della vita. Nella democrazia siamo impegnati non soltanto come cittadini aventi certi diritti e certi doveri, ma anche come uomini che debbono ispirarsi a un certo modo di vivere e di comportarsi con se stessi e con gli altri.
Come regime politico la democrazia moderna è fondata sul riconoscimento e la garanzia della libertà sotto tre aspetti fondamentali: la libertà civile, la libertà politica e la libertà sociale. Per libertà civile s´intende la facoltà, attribuita ad ogni cittadino, di fare scelte personali senza ingerenza da parte dei pubblici poteri, in quei campi della vita spirituale ed economica, entro i quali si spiega, si esprime, si rafforza la personalità di ciascuno. Attraverso la libertà politica, che è il diritto di partecipare direttamente o indirettamente alla formazione delle leggi, viene riconosciuto al cittadino il potere di contribuire alle scelte politiche che determinano l´orientamento del governo, e di discutere e magari di modificare le scelte politiche fatte da altri, in modo che il potere politico perda il carattere odioso di oppressione dall´alto. Inoltre, oggi siamo convinti che libertà civile e libertà politica siano nomi vani qualora non vengano integrate dalla libertà sociale, che sola può dare al cittadino un potere effettivo e non solo astratto o formale, e gli consente di soddisfare i propri bisogni fondamentali e di sviluppare le proprie capacità naturali.
Queste tre libertà sono l´espressione di una compiuta concezione della vita e della storia, della più alta e umanamente più ricca concezione della vita e della storia che gli uomini abbiano creato nel corso dei secoli. Dietro la libertà civile c´è il riconoscimento dell´uomo come persona, e quindi il principio che società giusta è soltanto quella in cui il potere dello stato ha dei limiti ben stabiliti e invalicabili, e ogni abuso di potere può essere legittimamente, cioè con mezzi giuridici, respinto, e vi domina lo spirito del dialogo, il metodo della persuasione contro ogni forma di dogmatismo delle idee, di fanatismo, di oppressione spirituale, di violenza fisica e morale. Dietro la libertà politica c´è l´idea della fondamentale eguaglianza degli uomini di fronte al potere politico, il principio che dinanzi al compito di governare, essenziale per la sopravvivenza stessa e per lo sviluppo della società umana, non vi sono eletti e reprobi, governanti e governati per destinazione, potenti incontrollati e servi rassegnati, classi inferiori e classi superiori, ma tutti possono essere, a volta a volta, governanti o governati, e gli uni e gli altri si avvicendano secondo gli eventi, gli interessi, le ideologie. Infine, dietro la libertà sociale c´è il principio, tardi e faticosamente apparso, ma non più rifiutabile, che gli uomini contano, devono contare, non per quello che hanno, ma per quello che fanno, e il lavoro, non la proprietà, il contributo effettivo che ciascuno può dare secondo le proprie capacità allo sviluppo sociale, e non il possesso che ciascuno detiene senza merito o in misura non proporzionata al merito, costituisce la dignità civile dell´uomo in società.
Una democrazia ha bisogno, certo, di istituzioni adatte, ma non vive se queste istituzioni non sono alimentate da saldi principi. Là dove i principi che hanno ispirato le istituzioni perdono vigore negli animi, anche le istituzioni decadono, diventano, prima, vuoti scheletri, e rischiano poi al primo urto di finire in polvere. Se oggi c´è un problema della democrazia in Italia, è più un problema di principi che di istituzioni. A dieci anni dalla promulgazione della costituzione possiamo dire che le principali istituzioni per il funzionamento di uno stato democratico esistono. Ma possiamo dire con altrettanta sicurezza che i principi delle democrazia siano diventati parte viva del nostro costume? Non posso non esprime su questo punto qualche apprensione.
Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell´umanità. Oggi non crediamo, come credevano i liberali, i democratici, i socialisti al principio del secolo, che la democrazia sia un cammino fatale. Io appartengo alla generazione che ha appreso dalla Resistenza europea qual somma di sofferenze sia stata necessaria per restituire l´Europa alla vita civile. La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti. Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme.

di Norberto Bobbio

Chi ama e chi no le pulizie di Pasqua

Il deluso popolo di sinistra, i tanti che si sentono "esuli in patria", per dirla con Ilvo Diamanti, ancora mostrano, tuttavia, ogni qualvolta se ne presenti l' occasione, una insospettata voglia di dire la loro, di partecipare e contare qualcosa nel dibattito politico. Mi hanno colpito in questo senso le singolari reazioni alla "Linea di confine" del 2 marzo in cui davo conto dell' iniziativa di uno studioso del Cnr (Stefano Calabretta: http://doparie.it) di promuovere, oltre alle primarie per la scelta diretta dei candidati, le "doparie", una consultazione referendaria interna ad un partito o ad una coalizione, sia su scala nazionale che locale, per decidere a maggioranza, una volta l' anno in un apposito election day, sulle più importanti questioni che dividono l' opinione pubblica afferente al Pd (dal testamento biologico alla linea tranviaria a Firenze). Dubitavo che la proposta cadesse nell' indifferenza che suscita l' ingegneria istituzionale, ma forse sbagliavo perché ancora non colgo davvero la potenza dirompente di Internet. La rete ha cominciato, infatti, a raccogliere e rilanciare l' idea: dai "cittadini per l' Ulivo" del Friuli Venezia Giulia al comitato per le primarie aperte di San Giovanni in Fiore (Cosenza) e a diversi blog, in genere di militanti pd. Si è manifestata così una rispondenza tendente a appropriarsi di un nuovo percorso di democrazia diretta e partecipata. Confortante anche il contenuto delle e-mail alla nostra rubrica. Il prof. Mario Staibano, primario cardiochirurgo ed ora responsabile Sanità dell' Italia dei Valori: «In un momento di vuoto di idee e di drammatico calo di interesse per la politica, solo il recupero di una democrazia partecipativa può far sperare in una riscossa. L' introduzione delle doparie nelle questioni della sanità avrebbe rappresentato un freno alla invadenza politica negli ospedali, da tutti invano criticata». Laura Saggio, studentessa universitaria: «Le primarie da sole non bastano più. Ioe altri studenti universitari di Roma stiamo pensando di organizzare una primaria simbolica su un tema caldo che ha diviso le opinioni all' interno della coalizione Pd, come il testamento biologico. Quello che vogliamo è che il partito che abbiamo sostenuto e votato trovi il coraggio di consultarci. Ma al Pd interessa ancora la nostra opinione?». Infine Giuseppe Civati, di Milano, titolare di un blog molto frequentato, ha in animo di inserire l' idea delle doparie nel documento che con altri amici presenterà all' assemblea dei circoli Pd, convocata per il 31 a Roma. Una critica drastica, peraltro espressa in termini lusinghieri, quella di Lanfranco Pace sul Foglio del 6 marzo. Mondo dalle giovanili simpatie per il partito armato, l' articolista analizza la proposta «di fare una volta l' anno, un po' come si fanno le pulizie di Pasqua, un referendum interno sui punti controversi... con strumenti tutti giovanili e molto obamiani.... Eppure - prosegue - il rimedio è peggiore del male... Fra le tante iatture che potrebbero abbattersi su partiti già caratterizzati da alto grado di indecisione e di litigiosità interna, quella di rivolgersi a iscritti ed elettori, che anche se diminuiscono son pur sempre milioni... riduce la politica a registrazione notarile, senza metterla in riparo dal popolo, che se è grande in generale può essere perfetto bue nel particolare. Se anziché procedere da solo e con coraggio alla abolizione della pena di morte, Mitterrand avesse chiesto lumi ai suoi elettori, in Francia ci sarebbe ancora la ghigliottina». Evidentemente il lungo esilio francese ha lasciato qualche traccia nella mente di Lanfraco Pace: non si accorge che da noia sinistra non esiste alcun Mitterrand, in grado di procedere da solo, mentre a destra vi è Berlusconi, che potrebbe, se ne avesse voglia, reintrodurre la pena di morte col voto del solo capogruppo di maggioranza, stando alle sue trovate costituzionali.

di Mario Pirani da la Repubblica del 16 marzo 2009

sabato 9 maggio 2009

Un rischio la vittoria dei Sì

La disputa sulle date del referendum sta per esaurirsi; si può perciò cominciare a parlare del merito. Gli intenti che spinsero i referendari ad assumere l'iniziativa nel 2007 erano più che lodevoli. Di fronte al rischio che il panorama rissoso delle coalizioni proprio della scorsa legislatura diventasse un carattere strutturale del nostro sistema politico, proposero di liquidare quelle coalizioni attribuendo il premio di maggioranza alla sola lista vincente. In ogni scelta politica ci sono vantaggi e danni. Allora i vantaggi erano superiori ai danni.
Ora, però, il superamento di quel tipo di coalizioni è avvenuto per via politica. Nel 2008 Veltroni, con coraggio, si coalizzò con la sola Idv e Berlusconi lo seguì stringendo un patto solo con la Lega. E' difficile pensare che si possa tornare alle carovane di un tempo: i primi a ribellarsi sarebbero gli elettori. Perciò, guadagnati per via politica i vantaggi che si volevano conseguire attraverso il referendum, bisogna fare i conti con i danni.
Il quesito principale intende attribuire il premio di maggioranza alla lista che abbia preso più voti: la lista vincente alla Camera o al Senato, in ipotesi anche solo con il 30% dei voti, otterrebbe il 55% dei seggi. Già oggi non gli elettori, ma i capi dei partiti, caso unico nel mondo avanzato, hanno il potere di scegliere i componenti del Parlamento. Il referendum conferma questa loro prerogativa e anzi la potenzia perché mette nelle mani di un solo uomo, il capo del partito vincente, chiunque esso sia, la scelta della maggioranza assoluta dei parlamentari. Le preoccupazioni aumentano quando si guarda agli statuti dei partiti e alle prassi che caratterizzano la loro vita interna: ben pochi partiti politici oggi potrebbero definirsi democratici, visto che molti funzionano con modalità carismatiche e populiste. Se domani vincesse il Sì, un solo partito, in netta minoranza nel Paese, diventerebbe maggioranza assoluta in Parlamento e potrebbe ad esempio, da solo, eleggere il Capo dello Stato, impossessarsi dei mezzi d'informazione, cambiare secondo le proprie convenienze la legge elettorale e i regolamenti parlamentari. Il Parlamento diventerebbe una protesi del governo, anzi del presidente del Consiglio, chiunque esso sia.
Oggi la maggioranza Pdl-Lega assicura una certa dialettica politica che non blocca la democrazia ma favorisce il confronto; lo stesso sarebbe accaduto se avesse vinto la coalizione Pd-Idv. Se domani, grazie al referendum, governasse solo il Pdl o solo il PD la democrazia sarebbe più salda? Il bipartitismo non è una bestemmia, ma esige un sistema elettorale che dia ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari e regole democratiche in tutti i principali partiti. Queste condizioni oggi non ci sono e pertanto il bipartitismo che verrebbe fuori dal referendum consoliderebbe in realtà le attuali oligarchie.
Mi sembra assai rischioso sostenere che conviene far vincere il Si per potere poi cambiare la legge Calderoli. Se davvero ci fosse una maggioranza per cambiare la legge elettorale, perché non la si è cambiata tempestivamente, anche per evitare il referendum? In realtà oggi non c'è una maggioranza per una nuova legge elettorale ed è difficile che possa esserci domani, quando i vincenti avrebbero nelle proprie mani tutto il potere.

di Luciano Violante da La Stampa del 16 aprile 2009

venerdì 8 maggio 2009

Boicottiamo il referendum

Pare che molti nel centrosinistra siano orientati a votare Sì nel referendum Guzzetta. Spero che cambino idea.
Non c’è una sola ragione al mondo per votare in quel senso. Il quesito del referendum è stato rappresentato come un tentativo di eliminare gli effetti negativi della legge Calderoli. Non è affatto vero. Se accolto produrrebbe un secco peggioramento della legge: il passaggio automatico da un bipolarismo coatto a un bipartitismo coatto. E non solo: la lista di partito che prende più voti ottiene la maggioranza assoluta dei seggi.
C’è chi ripete che una riforma non deve essere giudicata in base alla contingenza ma per i suoi effetti di sistema. L’assunto può avere senso in una democrazia normale, ma in Italia non c’è una democrazia normale. Non si capisce perché si dovrebbe giudicare la soluzione Guzzetta trascurando le sue conseguenze nei prossimi dieci o venti anni. Dopo ciò che accadrà in questo periodo gli effetti di sistema della legge uscita dal referendum avrebbero l’efficacia di una medicina sul corpo del morto. Perché?
Perché nelle condizioni date oggi in Italia, il successo del Sì ha un solo significato: la vittoria definitiva di Berlusconi. Se passa il Sì potrà sostenere che si deve andare a elezioni anticipate con la nuova legge elettorale. Il PdL vincerà e otterrà una maggioranza schiacciante che gli permetterà di fare ciò che vuole. D’Alema e molti altri sostengono che se vince il Sì sarà necessario scrivere una nuova legge elettorale. L’ipotesi è già stata smentita dal PdL: la legge cambiata dal Sì sarà immediatamente applicabile e applicata.
La Lega ha capito benissimo che così perderà ogni potere di condizionamento sul centrodestra e che il PdL potrà governare da solo. Perciò si oppone con decisione. E se davvero Berlusconi fosse intenzionato a far votare Sì, la Lega non avrebbe forse altra scelta che far cadere il governo prima del referendum. Che lo faccia o no dipenderà dalla sua volontà. Ma in ogni caso nelle sue file l’allarme è suonato.
Non si capisce invece perché i partiti del centrosinistra dovrebbero scegliere un voto che li avvia a un sereno suicidio. Il PD può accampare il motivo di aver da tempo sostenuto la validità di una soluzione molto bipolare. Ma a questo punto dovrebbe essersi reso conto che la scelta “coraggiosa” di andare da solo lo fa passare solo da una sconfitta all’altra. Da parte sua IdV può giustificare la scelta del Sì solo perché aveva raccolto le firme per il referendum. Ma oggi è assai più chiaro di allora che la soluzione Guzzetta è un netto peggioramento della legge Calderoli. Dunque perché insistere? E poi la coerenza verso una scelta infelice e ormai superata vale molto di meno della coerenza dovuta alla propria vocazione: sì alla democrazia pluralistica, no al potere unico.
In ogni caso PD e IdV devono confrontarsi con un futuro già segnato. Se vincerà il Sì, dopo elezioni anticipate Berlusconi avrà da solo il pieno possesso del Parlamento. Cambierà la Costituzione e la Corte Costituzionale. Diventerà presidente della repubblica con accresciuti poteri. Le assemblee elettive, che già oggi contano ben poco, diventeranno l’arredo di contorno del presidenzialismo. La democrazia italiana sarà sfigurata per sempre.
Di fronte a questa prospettiva non si può nemmeno propagandare il No. Lo schieramento a favore del Sì, anche senza l’inclinazione al suicidio del centrosinistra, è già abbastanza temibile. Si deve sperare che il 21 giugno sia una data che di per sé scoraggi la partecipazione popolare e occorre mobilitarsi con tutte le nostre forze per far mancare il quorum. Non si tratta di dire: andate al mare. Si deve spiegare con cura estrema: la soluzione Guzzetta dà tutto il potere in mano a chi ha già il pieno dominio sui mezzi di comunicazione. Questa non è democrazia. E’ instaurazione di un potere plebiscitario assoluto.
Far mancare il quorum non è manifestazione di indifferenza. E’ difesa attiva della democrazia.

di Pancho Pardi

giovedì 30 aprile 2009

La questione energetica come questione politica

Di questi tempi riprende in varie sedi il dibattito sulla questione energetica. Secondo modalità che continuano a evidenziare una sorta di persistente pigrizia intellettuale.
Chi scrive non è nuclearista e neppure anti-nuclearista, non crede nelle virtù salvifiche delle “rinnovabili” ma neppure è pregiudizialmente contrario a dare loro credito.
Semmai è altrove, interessato a un modo diverso di impostare tale questione. Visto che l’indirizzo dominante segue un’ottica tipica di questi ultimi decenni, rivelatasi perniciosa: il punto di vista dell’offerta. Quella teoria economica dell’offerta che ha funzionato male - come ci ripete sempre il premio Nobel Paul Krugman - e che, applicata alla crescente penuria di energia, si traduce nella banale (pigra) ricetta di sostituire le fonti in via di esaurimento con altre, ma sempre presupposte abbondanti, di facile reperibilità e gestione, a buon mercato. Insomma, il magico e semplicistico rimpiazzo degli idrocarburi con qualcos’altro. In ogni caso, presupponendo come immutata/immutabile la domanda.
Per cui il cuore del problema pare quello di ricercare risorse equipollenti da bruciare nell’irrinunciabile ventre mai sazio dei SUV, per cui continuare a riscaldare e termoregolare tanto le abitazioni come gli uffici nei modi più dissipatori e scriteriati odierni; e così via.
Magari dimenticando (volutamente?) che se i combustibili fossili sono dati in esaurimento tra qualche decennio, l’uranio li seguirà nel comune destino ben poco dopo; trascurando il fatto che qualsivoglia soluzione alternativa non è in grado di reggere gli attuali livelli di consumo. Non accettando la semplice evidenza che viviamo in un sistema finito e che i limiti stanno nell’ordine naturale delle cose.
Per questo sembra molto più ragionevole (e responsabile) ribaltare il punto di osservazione ragionando in termini di domanda: non lo sforzo da inconcludente Sisifo di inseguire ansimanti un livello di offerta a misura degli attuali standard di consumo quanto - piuttosto - riallineare l’organizzazione della società e i conseguenti stili di vita alle effettive possibilità a nostra disposizione. Risparmiando e riconvertendo.
Risulta evidente che - a questo punto - la questione energetica da scientifica e tecnologica diventa eminentemente politica. Con tutte le difficoltà che ciò comporta, dato l’attuale stato dell’arte (abbastanza sinistrato) dell’azione pubblica. Resta fermo il fatto che l’impostazione corrente è soltanto rinvio consolatorio a breve, che ci avvia tranquilli e soddisfatti verso la catastrofe a medio periodo.
L’alternativa - appunto - è quella di riorientare verso la sobrietà: dunque, prevalenza dei consumi pubblici, ripensamento dei modelli collettivi e una straordinaria opera di educazione civica a largo raggio. A partire dalla selezione e dal riutilizzo dello scarto.
Insomma, prima ancora dei presunti abrakadabra della scienza e della tecnica, attesi fideisticamente come una sorta di manna dal cielo, l’impegno collettivo per pratiche improntate alla consapevolezza attiva.
Per fare questo si richiedono passaggi di certo molto difficili. Che presuppongono il coinvolgimento diretto della cittadinanza che va sensibilizzata e - in contemporaneo - una profonda riflessione sulle tendenze intrinseche alle dinamiche sociali come linee guida di una politica rinnovata alla radice; a partire da quel grado di credibilità che le consenta di esercitare il ruolo di guida delle proprie comunità (che oggi nutrono nei suoi confronti una radicata disistima).
D’altro canto, a livello mondiale è in corso un’intensa opera critica dei “pigri” impianti di governo basati sulle teorie dell’offerta, all’origine delle bolle economiche che stanno scoppiando in faccia all’intera umanità. La stessa operazione si impone per quella che è la primaria questione della nostra sopravvivenza: come alimentare e far girare in modi plausibili un mondo finito in bolletta.

di Pierfranco Pellizzetti da il Secolo XIX del 26 aprile 2009

giovedì 16 aprile 2009

Il referendum arebbe l'eutanasia della sinistra

Caro direttore, rinviato di un anno a causa delle elezioni anticipate, il referendum Segni-Guzzetta torna di attualità risvegliando nella maggioranza tensioni che si credevano sopite. I referendari chiedono di andare al voto il 7 giugno unitamente alle elezioni europee e al primo turno delle amministrative.
Scopo dichiarato è quello di risparmiare una cifra che i referendari indicano in 400 milioni e il ministro Maroni in 173. Scopo reale quello di avvalersi della concomitanza delle elezioni per raggiungere il quorum della metà più uno degli elettori prescritto dalla legge per la validità dei referendum. Quanto i referendari tacciono, e molti dei commentatori non dicono, è che - proprio per assicurare che la partecipazione sia spontanea e non indotta artificiosamente - il referendum non deve tenersi in coincidenza con altre consultazioni elettorali. Poiché la legge prescrive che i referendum si tengano in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno, la sola data di giugno che soddisfi ogni precedente e ogni requisito di legge è il 14. Ogni altra data richiederebbe una modifica normativa che, in ragione dei tempi, imporrebbe un ricorso alla decretazione di urgenza. Ma l'obbligo di fissare una data essendo noto da oltre un anno, è indubbio che non ricorrano le condizioni di "necessità e urgenza" prescritte dalla Costituzione. L'adozione di un decreto legge in materia elettorale potrebbe così giustificarsi solo in presenza di un generale consenso tra le forze politiche che garantendone una pronta ratifica sanasse l'avvenuta forzatura della legittimità costituzionale, consenso - che stando agli ultimi annunci - è forse possibile sulla data del 21 ma non certo su quella del 7 giugno.
Si aggiunga che l'abbinamento del referendum con le elezioni non è un fatto tecnico di scarso rilievo, ma un intervento politico di grande portata che, favorendo il successo del referendum, modificherebbe profondamente la natura del nostro sistema politico. Il referendum non porta risposta ad uno dei principali difetti dell'attuale legge elettorale: contrariamente a quanto affermano i referendari, mantenendo le liste bloccate, la vittoria del "si" non ridarebbe ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, conservando alle segreterie dei partiti il potere di nominarli a proprio piacimento. Ma a questa mancata modifica, il referendum aggiungerebbe un'innovazione ancor più nefasta: la nascita di "partiti-coalizione" profondamente disomogenei, ove i precedenti partiti sopravviverebbero sotto forma di correnti organizzate. Anziché avere una frammentazione limitata dal ricorso a soglie di sbarramento, avremmo una proliferazione incontrollata di gruppi vecchi e nuovi, uniti al solo scopo di conseguire il premio di maggioranza, ma privi di una comune identità. Le difficoltà che già oggi si avvertono nel Pd e nel PdL ne uscirebbero ingigantite. Né questo sarebbe il solo male: al posto dell'attuale "multipartitismo moderato" , caratterizzato da 5 partiti al di sopra del 4%, pienamente compatibile con quella "competizione bipolare" che è la vera essenza del bipolarismo, avremmo un bipartitismo indotto forzosamente che paradossalmente finirebbe col negare proprio l'alternarsi al governo di centro-destra e centro-sinistra. L'incipiente e ancor timida democrazia dell'alternanza cui abbiamo assistito negli ultimi anni è stata infatti resa possibile dall'autonomia rispetto al PdL di UdC e Lega, e nel centro-sinistra dalla capacità dell'IdV di intercettare elettori altrimenti orientati verso l'astensione o un voto di protesta radicale. Senza Lega, UdC, e IdV non avremmo una competizione bipolare ma un netto e stabile predominio del centro-destra sul centro-sinistra. Non un sistema competitivo, con un frequente alternarsi di governo e opposizione, ma il progressivo affermarsi di un sistema a partito dominante. Non l'annunciato salvifico bipartitismo, ma una nuova forma di "bipartitismo imperfetto". Ogni qualvolta si è assistito in Italia ad una riduzione della competizione ad un confronto diretto tra destra e sinistra senza la possibile mediazione di forze di centro, la sfida ha infatti premiato la destra. Costretti a scegliere tra destra e sinistra gli elettori del centro moderato hanno sempre scelto a destra: nel 1924, nel 1948, e nuovamente oggi con Berlusconi. In altre parole, una sinistra riformista può vincere e governare in Italia solo rinunciando ad ogni pretesa di autosufficienza e solo se sostenuta da autonome forze di centro. Adottare con il referendum un sistema elettorale che, distruggendo il centro e ogni spazio di autonomia per i partiti non allineati, favorisse strutturalmente la destra sarebbe per il centro-sinistra e per i suoi elettori una vera e propria forma di eutanasia politica. A ciò si aggiunga che attribuendo il 55% dei seggi alla lista più votata il referendum può porre alla portata del partito dominante persino la modifica della Costituzione con 2/3 dei voti e senza possibilità di referendum confermativo. Una ragione in più per evitare l'election day, e non ricorrere ad un decreto che oltre a porre seri problemi di legittimità costituzionale rappresenterebbe un grave rischio per la democrazia dell'alternanza.

di Stefano Passigli da il Riformista del 16 aprile 2009

mercoledì 8 aprile 2009

La modernità dei disastri

Il terremoto si distingue dalle altre e molte calamità per la rapidità e l´indifferenza naturali: nei pochi minuti delle scosse telluriche il disastro è compiuto, ai superstiti non resta che cercare i cadaveri sepolti sotto le macerie e camminare smarriti fra ciò che resta di città e villaggi. Fra il dolore insopportabile ma come sempre sopportato da chi ha perso i suoi cari, e il silenzio degli altri sopravvissuti che li compiangono ma sanno di essere stati miracolati.
Per giorni, per anni, si parlerà delle prevenzioni non fatte, degli errori compiuti, delle malefatte per egoismi per i quali è arrivato il conto da pagare e sui giornali e alla televisione ci sarà lo spettacolo dolente e impotente dei morti, dei feriti, dei loro parenti in lacrime.
Un nome verrà ripetuto in tutte le cronache, nei commenti, nelle polemiche. Quello di Guido Bertolaso il capo della Protezione civile, il professionista dei pubblici soccorsi che tutti gli italiani conoscono anche se, per la verità, faticano a capire che è lui il vero premier di questa Italia disastrata. Il vero capo del governo è lui, non i politici che in Italia e all´estero recitano la parte dei pubblici amministratori.
Bertolaso ha una sua uniforme, veste in borghese senza gradi e senza medaglie, pantaloni normali e un pullover blu con su cucito un nastro tricolore, ma non c´è italiano che non riconosca in lui quello che promette di rimettere in piedi il paese ogni volta che va in pezzi, che promette di ricucire le sue ferite, di togliere le macerie e le immondizie, di riaprire le strade, di riportare fiumi e torrenti nei loro argini. È quello che il capo ufficiale del governo vorrebbe essere, un "dittatore" buono. Bertolaso gode infatti dei poteri necessari per mobilitare eserciti di soccorritori, migliaia di treni, di auto, di camion. Quando arriva lui con il suo pulloverino blu, con il nastrino tricolore, prefetti, questori e generali si mettono sugli attenti e gli obbediscono senza fiatare. Lui zittisce le polemiche, come ha fatto anche ieri, spiega che la tragedia non si poteva prevedere. E non importa se poi non riesce a mantenere molte delle sue promesse. Bertolaso ha i pieni poteri, è il governo più forte del governo.
C´è una cosa importante che si sta verificando anche in Abruzzo. Nel dolore e nella disperazione dei disastri maturati la gente riscopre la voglia di resistere, di riparare. E per una volta i lacci e i lacciuoli burocratici sembrano scomparire di fronte alla superiore necessità. Si mobilita in poche ore un vero esercito nazionale che è quello dei soccorsi, che si mette in marcia dal Brennero a Capo Passero secondo piani e interventi preordinati, ma anche su base volontaria e solidaristica. Sospinto dall´emozione, dal dolore, dalla fratellanza di un popolo.
E c´è un´altra lezione, un´altra cognizione che viene da questo disastro per molti aspetti feroce e impietoso. La transizione fra l´Italia antica, paese d´arte, l´Italia dei mattoni e delle ardesie, e quella moderna del cemento armato. Fra l´Italia dei borghi medievali attorno ai castelli sopra i colli e quella delle zone industriali sui piani di fondo valle. Giornali e televisioni hanno intervistato i superstiti dei terremoti in Campania e nelle Marche, amministratori, funzionari che hanno visto con i loro occhi, a volte la morte dei loro cari, i ritardi e le imprevidenze, gli errori ancora una volta compiuti, ancora una volta troppo tardi denunciati. Ancora una volta hanno ricordato l´antica e mai osservata lezione di serietà e di modestia, il dovere di provvedere oggi al necessario invece di piangere domani sulla propria imprudenza.
Il rimprovero principale che si mosse alla megalomania imperiale mussoliniana, fu di aver speso uomini e denaro per la conquista dello «scatolone di sabbia» in Libia mentre nell´Italia meridionale mancavano strade e ferrovie e la gente continuava a portare i carichi in spalla e a percorrere a piedi i tratturi. Le grandi opere sono una testimonianza di civiltà ma anche un lustro di governanti ambiziosi più che saggi. Il ponte sullo Stretto di Messina e i treni super veloci sono belli da vedere e da raccontare ma poi arriva una pioggia persistente e una delle grandi opere, l´autostrada Salerno-Reggio Calabria si tramuta in quello «sfascio pendulo» che è gran parte del Meridione.
C´è infine una terza lezione da ricavare da questa modernità: non è più il tempo di correre a vedere chi è morto o senza casa. Anche la pietà e il cordoglio devono adattarsi alla modernità di massa, non intralciare sulle strade il traffico dei soccorsi. È una preghiera, ordine di Guido Bertolaso.

di Giorgio Bocca da la Repubblica del 7 aprile 2009

lunedì 16 marzo 2009

E l’uguaglianza fa bene alla crescita della società

Secondo i due sociologi autori del volume, la stabilità vacilla dov´è più ampio il gap tra chi è ricco e chi vive in povertà. I modelli vincenti: Scandinavia e Giappone. Gli Stati con più problemi, invece, sono gli Usa, il Portogallo e il Regno Unito.

L´ineguaglianza è la madre di tutti i mali: più ampio è il gap tra ricchi e poveri in una società, peggio quella società funziona da ogni punto di vista. È meno solida, meno stabile, più vittima del crimine, con più ignoranza, più gravidanze minorili, più detenuti, più malattie, più obesi, più depressi, più infelicità. Ecco un teorema che piacerebbe ai nostalgici del socialismo vecchia maniera. Eppure, sorpresa, viene da due sociologi che non vogliono affatto ricostruire il socialismo: consigliano semplicemente alle nazioni della terra di seguire il modello della Scandinavia o del Giappone, se vogliono avere una vita migliore. Lo spiegano, con tanto di cifre, grafici, statistiche, in un volume pubblicato in questi giorni in Gran Bretagna: The spirit level. Why more equal societies almost always do better.
Dalle aule di Oxford e Cambridge fino ai corridoi di Downing Street e Westminster, se ne parla come del libro dell´anno, un testo che ogni leader politico, sindacalista, imprenditore illuminato, dovrebbe leggere, specie nel momento in cui, di fronte a una recessione economica e finanziaria forse senza precedenti, tutti si chiedono come ricostruire il capitalismo.
Gli autori, gli inglesi Richard Wilkinson e Kate Pickett, cominciano affermando qualcosa che molti pensano ma non tutti si azzardano a dire, per timore di passare per oscurantisti, improduttivi o lunatici: siamo già abbastanza ricchi. La crescita economica dell´ultimo mezzo secolo ha fatto abbastanza per migliorare le condizioni materiali nei paesi industrializzati (e ha cominciato a migliorarle anche in quelle in via di sviluppo). Ora il compito dell´Occidente sviluppato sarebbe di concentrare i propri sforzi nel tentativo di rendere il reddito dei propri cittadini più ugualitario, almeno quanto quello di Giappone e Scandinavia: non per ragioni morali, non per sentirsi più buoni, non in nome di un egualitarismo socialista, ma perché, così facendo, saremmo tutti meno grassi, staremmo meglio di salute, vivremmo mediamente almeno un anno di più, faremmo vacanze più lunghe, ci fideremmo di più gli uni degli altri, insomma le nostre società sarebbero più armoniose e felici.
Dati alla mano (raccolti dall´Onu, dalla Banca Mondiale, dall´Organizzazione Mondiale della Sanità), i due ricercatori britannici dimostrano che il peggioramento della qualità della vita, come risultato di un aumento della diseguaglianza, risalta ovunque. Praticamente in ogni indice della qualità della vita, si può osservare una forte correlazione tra il livello di ineguaglianza economico di un paese e i suoi risultati sociali.
L´America, ad esempio, è il paese più ricco del mondo, con il reddito medio più alto, ma ha la longevità più bassa tra le nazioni sviluppate, il più alto numero di omicidi, la più alta percentuale di carcerati in rapporto alla popolazione, ed è ai primi posti della classifiche di obesi, di ragazze-madri, di alcolismo, tossicodipendenza, nevrosi. E il paese europeo che ha il più ampio gap tra ricchi e poveri, la Gran Bretagna (dove questo divario è enormemente aumentato, anziché diminuito, nei dodici anni di potere laburista, prima con Tony Blair, ora con Brown), è quello che è in cima alle stesse graduatorie sui problemi sociali e sulla violenza sociale nel nostro continente.
I paesi occidentali dove si vive meglio, afferma il libro, sono quelli dove l´ineguaglianza è più ridotta, e precisamente (nell´ordine) Giappone, Finlandia, Norvegia, Svezia, Danimarca, Belgio, Austria. Quelli dove invece i problemi sociali sono più forti sono quelli nei quali è più forte la diseguaglianza: Stati Uniti, Portogallo, Gran Bretagna, Australia, Nuova Zelanda, Israele e, al settimo posto, l´Italia, dove il quinto più ricco della popolazione è 6,7 volte più ricco del quinto più povero (negli Usa la differenza è 8,5 volte, in Giappone 3,4).
Concludono gli autori: diventare ricchi aveva l´effetto automatico di rendere una nazione più sana e più soddisfatta, e non c´è dubbio che il miracolo economico del dopoguerra, in Italia e altrove, sia servito a questo. Ma - nei paesi industrializzati - non funziona più così, anche perché la forbice dell´arricchimento si allarga a beneficio di una élite sempre più ristretta. Si può concordare o meno con la tesi, ma ecco un libro da tradurre subito in italiano e da far leggere ai nostri leader, al governo e all´opposizione.

di Enrico Franceschini da la Repubblica 16 marzo 2009

giovedì 12 marzo 2009

Le spallate alla Costituzione

Che effetto fa vivere in un paese dove il presidente del Consiglio dichiara di voler chiudere il Parlamento? Non lasciamoci rassicurare da chi dice che questa proposta «cadrà nel vuoto». Non banalizziamo, non derubrichiamo a battuta occasionale un´affermazione così pesante secondo un costume invalso in questi anni e che ha portato al degrado del linguaggio e della politica. Le parole aggressive della Lega sono state un potente veicolo di promozione degli spiriti razzisti. Lo stillicidio delle dichiarazioni di Berlusconi contribuisce a distruggere gli anticorpi che consentono ad un sistema di rimanere democratico. Soprattutto, non isoliamo le ultime affermazioni del presidente del Consiglio da un contesto ormai caratterizzato da un quotidiano attacco alla Costituzione.
Si stanno mettendo le mani sulla prima parte della Costituzione, proprio quella che, a parole, si dice di voler tenere fuori da ogni proposito di riforma. La legge all´esame del Senato sul testamento biologico viola la libertà personale e l´autodeterminazione delle persone. Si mettono in discussione la libertà d´espressione e il diritto dei cittadini ad essere informati con la legge sulle intercettazioni telefoniche. Si nega il diritto alla salute come elemento essenziale della moderna cittadinanza quando si prevede che i medici possano denunciare un immigrato irregolare la cui unica colpa è la richiesta di cure. Si privatizza la sicurezza pubblica legittimando le ronde, con una abdicazione pericolosa dello Stato da una delle funzioni che ne giustificano l´esistenza. Si avanzano proposte censorie che riguardano Internet. Si erodono le garanzie della privacy per improprie ragioni di efficienza. Si propone una banca dati del Dna con scarse garanzie per la libertà delle persone.
Non era mai accaduto che il nostro sistema politico vivesse quotidianamente ai margini della legalità costituzionale, che si dubitasse della costituzionalità di tutte le leggi di qualche peso in discussione alle Camere. Si altera così il funzionamento del sistema istituzionale, e si trasferisce l´intero compito di garantirne il corretto funzionamento ai "due custodi", il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, di cui si accentuano le responsabilità e la politicità. E si dimentica che proprio la cultura costituzionale segna la politica e la civiltà di un paese.
Distogliamo per un momento lo sguardo dalle nostre lacrimevoli vicende, e rivolgiamolo agli Stati Uniti. Barack Obama non sta soltanto liberando il suo paese da inammissibili vincoli, come quelli sul divieto del finanziamento pubblico alla ricerca sulle cellule staminali embrionali, mostrando come sia possibile e necessaria una politica lungimirante e svincolata da ipoteche fondamentaliste. In un documento indirizzato a tutti i responsabili dell´amministrazione federale, Obama ha scritto che, «esercitando la mia responsabilità nel decidere se una legge sia incostituzionale, agirò con prudenza e misura, basandomi unicamente su interpretazioni della Costituzione che siano solidamente fondate». Qui è evidente l´imperativo di allontanarsi dalle pratiche lesive dei diritti dell´amministrazione Bush, proprio per ricostituire quegli anticorpi democratici la cui distruzione stava minando la coesione interna e la stessa credibilità degli Stati Uniti.
Quale distanza, quale abisso ci separano da questa volontà di ridare la bussola costituzionale al funzionamento dell´intero sistema politico, e quale deriva ci sta travolgendo proprio perché stiamo abbandonando quella bussola. Grande, allora, diviene la responsabilità della cultura che si cimenta proprio con il tema della Costituzione, e con il modo in cui oggi si deve guardare ad essa.
Le reazioni, gli atteggiamenti sono diversi. Si è diffidenti verso una difesa della Costituzione che sembra fine a se stessa, che non tiene nel giusto conto la dimensione della politica. Che è preoccupazione giusta a condizione, però, che la sacrosanta invocazione di una politica non più latitante abbia quei solidi fondamenti che, per le ragioni appena accennate, debbono essere trovati proprio nei principi costituzionali. Oggi più che mai abbiamo bisogno di una politica "costituzionale".
Della legittimità stessa di questa politica si dubita quando si mette in evidenza che proprio la prima parte della Costituzione, quella delle libertà e dei diritti, è segnata da un inaccettabile statalismo, dall´accentuazione di una funzione protettiva delle istituzioni pubbliche che apre la porta alle tentazioni stataliste. È singolare, o rivelatore, il fatto che questo atteggiamento ritorni proprio nel momento in cui i guasti enormi della economia deregolata hanno fatto emergere una imperiosa richiesta di regole. Disturba, ad esempio, il fatto che si adoperi la parola "tutela" quando ci si riferisce alla salute. Eppure proprio negli Stati Uniti, nella materia della salute, si è verificato un gigantesco fallimento del mercato e la riforma del sistema è un punto chiave del programma di Obama.
Si torna, poi, a ripetere che la nostra Costituzione dovrebbe essere modificata perché non dà spazio adeguato al riconoscimento del mercato. Che cosa dovrebbe dire, allora, la Germania la cui costituzione parla di una proprietà il cui «uso deve servire al bene della collettività»? La verità è che rimane forte il fastidio per un contesto che vuole il mercato rispettoso dei diritti fondamentali. In Italia si è arrivati a proporre l´abrogazione dell´articolo 41 della Costituzione, che stabilisce che l´iniziativa economica privata «non può svolgersi in contrasto con l´utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Statalismo o soglia minima di civiltà?
La spallata berlusconiana al Parlamento nasce in tempi di costituzionalismo debole e ha come fine, insieme alla cancellazione del sistema parlamentare, l´azzeramento delle garanzie, lo smantellamento del sistema dei diritti.

di Stefano Rodotà da la Repubblica 12 marzo 2009

giovedì 12 febbraio 2009

Perché ho il diritto di scegliere la mia morte

BENCHE' il problema mi turbasse molto, e forse proprio per questo, ho cercato negli ultimi mesi di non pronunciare alcun giudizio o opinione sul caso Englaro, per molte e sensate ragioni, ma anzitutto perché non volevo partecipare alla canea di chi stava sfruttando per ragioni ideologiche, da una parte e dall'altra, la vicenda di una sventurata ragazza e della sua famiglia.

Quando il presidente del Consiglio ha preso pretesto dal caso per tentare uno dei suoi ormai reiterati attacchi alla Costituzione, sono intervenuto con Libertà e Giustizia, in piazza, e mi sono unito agli appelli alla vigilanza. Ma nelle poche interviste che non ho potuto evitare ho sempre detto che le poche centinaia di persone che erano con me davanti a palazzo di Giustizia a Milano non erano lì a manifestare sul caso Englaro, perché ero pronto a scommettere che se si fosse fatta la conta si sarebbe visto che metà la pensavano in un modo e metà nell'altro, ma per protestare contro l'attacco al presidente della Repubblica, attentato bonapartista (ringrazio Ezio Mauro per aver rievocato questo precedente) su cui tutti erano d'accordo.

Adesso, sfogliando le gazzette, mi rendo conto come sia difficile dividere questi due problemi e quanta sottigliezza politologica, giuridica e (permettetemi) morale ci voglia a capire quanto i due problemi siano diversi. Ma cosa si può pretendere da chi, come accadeva secoli fa con Terenzio e gli orsi, ha preferito il Grande Fratello alla discussione su questi casi?
Così mi sono trovato citato tra coloro che sul caso Englaro avevano idee chiare e decise. Intervengo per dire che non le avevo, altrimenti le avrei espresse. Solo che, ora che la ragazza è morta, forse si può parlare di questi problemi senza temere di far sciacallaggio su un corpo in sofferenza.

In effetti non intendo parlare della morte di Eluana Englaro. Voglio piuttosto parlare della mia morte, e ammetterete che in questo caso ho qualche diritto all'esternazione.

Dovendo parlare della morte mia, e non di quella altrui, non posso non citare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il fatto che qualche anno fa ho scritto un romanzo intitolato La misteriosa fiamma della regina Loana, dove il protagonista, dopo un primo incidente cerebrale per cui perdeva la memoria, cadeva nuovamente in coma.

Non so se scrivendo volessi affermare qualcosa di scientificamente valido o cercassi solo un pretesto narrativo, ma fatto sta che ho impiegato più di cento pagine a far monologare il mio personaggio ormai in coma (non avevo allora calcolato se ridotto a vegetale, imputato di morte cerebrale o in coma eventualmente reversibile - segno che non avevo precise preoccupazioni scientifiche).

In ogni caso il personaggio, in quello stato che chiamerò di "vita sospesa", pensava, ricordava, desiderava, si commuoveva. Sapeva benissimo che probabilmente i suoi cari lo credevano ridotto allo stato di una rapa, o al massimo di un cagnolino dormiente, ma si accorgeva che i medici sanno pochissimo di quanto succede nel nostro funzionamento mentale, e che forse dove essi vedono un encefalogramma piatto noi continuiamo a pensare, che so, coi rognoni, col cuore, coi reni, col pancreas...

Questa era la mia finzione letteraria (per calmare coloro che dall'eccezionale si attendono tutto, dirò che alla fine il mio personaggio sprofondava nel buio) ma devo dire che se l'avevo pensata era perché un poco ci credevo. Non sono sicuro che là dove gli strumenti scientifici di oggi vedono solo una terra piatta, e una assenza di anima, ci sia del tutto assenza di pensiero - e lo dico con sereno materialismo, non perché ritenga che un'anima sopravviva alla morte delle nostre cellule ma perché non mi sento di escludere che - morte e definitivamente alcune cellule - altre non sopravvivano e prendano il controllo della situazione, testimoniando di una straordinaria plasticità non del nostro cervello (questo ormai lo sanno tutti) ma del nostro corpo.

Insomma, siccome sospetto che quando si è sani si pensi anche con l'alluce, allora perché no quando il cervello non dà segni di vita?

Non farei una comunicazione in merito a un congresso scientifico, ma in qualche modo ci credo. Visto che c'è gente che crede al cornetto rosso lasciatemi credere a questo.

Ora che cosa vorrei, se se mi trovassi in una situazione del genere?

A cercare proprio col lanternino tutte le possibilità credo proprio che esse si riducano a tre. Prima possibilità, sopravviverei come una rapa, senza coscienza, senza poter dire "io", reagendo al massimo a qualche modificazione dell'umidità atmosferica, come se fossi una colonnina di mercurio. In effetti a queste condizioni non sarei più "io", ma appunto una rapa e non vedo perché dovrei preoccuparmi di me.

La seconda possibilità è che in quello stato si riviva tutto il proprio passato, si torni all'infanzia, si abbiano visioni e si realizzino quelli che in vita erano stati i nostri desideri, insomma si viva una sorta di sogno paradisiaco. È un poco quel che accade al personaggio del mio romanzo, ma poi purtroppo anche lui cala nelle tenebre.

La terza ipotesi è la più angosciante, è che in quella vita sospesa ci si interroghi su cosa faranno e penseranno di noi i nostri cari, si riviva col cuore in gola gli ultimi momenti di coscienza, si tema per l'orrido futuro che ci attende, o addirittura ci si consumi come ha fatto mia madre negli ultimi dieci anni che è sopravvissuta a mio padre, raccontando a noi figli, ogni volta che poteva, come era stata orribile la notte in cui mio padre era stato colto da infarto, e se non fosse stata colpa sua che aveva preparato una cena forse troppo pesante. Questo sarebbe l'inferno - e ho accolto quasi con sollievo la morte di mia madre perché sapevo che stava uscendo da quell'inferno.

Adesso facciamo una botta di conti alla Pascal. Di tre possibilità solo una è gradevole, le altre due sono negative. In termini di roulette (e sui grandi numeri, tipo diciassette anni di vita sospesa) si è già perso in partenza. Ma il problema non è questo. Io sono pronto a dichiarare che, nel caso incorra nell'incidente della vita sospesa, desidero che non si protraggano le cure (anche se potrei perdere alcuni istanti o millenni di paradiso) per evitare tensioni, disperazione, false speranze, traumi e (permettetemi) spese insostenibili ai miei cari. Ma chi sono io per distruggere la vita a una, due, tre o più persone per la remota possibilità di avere qualche istante o qualche anno di paradiso virtuale?

Io ho il diritto di scegliere la mia morte per il bene degli altri. Guarda caso, è quello che mi ha sempre insegnato la morale, e non solo quella laica, ma anche quella delle religioni, è quello che mi hanno insegnato da piccolo, che Pietro Micca ha fatto bene a dare fuoco alle polveri per salvare tutti i torinesi, che Salvo D'Acquisto ha fatto bene ad accusarsi di un crimine non commesso, andando incontro alla fucilazione, per salvare un intero paese, che è eroe chi si strappa la lingua e accetta la morte sicura per non tradire e mandare a morte i compagni, che è santo chi accetta l'inevitabile lebbra per baciare le piaghe al lebbroso.
E dopo che mi avete insegnato tutto questo non volete che io sottoscriva alla sospensione di una vita sospesa per amore delle persone che amo? Ma dove è finita la morale - e quella eroica, e quella che mi avete insegnato, che caratterizza la santità?

Ecco perché, turbato a manifestare la sia pur minima idea sulla morte di Eluana (non sono, maledizione, fatti miei, ma dei genitori che l'hanno amata più di quanto l'abbia amata Berlusconi, che ha sinistramente fantasmato sulle sue mestruazioni) non ho esitazioni a pronunciare la mia opinione circa la mia morte. E all'amore che una morte può incarnare. "Laudato s' mi Signore, per sora nostra Morte corporale, - da la quale nullu homo vivente po' skappare: - guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; - beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, - ka la morte secunda no 'l farrà male".

di UMBERTO ECO da la Repubblica del 12 febraio 2009

Legiferare di morte dimenticando la vita

Legiferare di morte dimenticando la vita Il commento Governo e Chiesa dettano norme e comportamenti anziché favorire diritti e tutele. Così si finisce per varare leggi mostruose ed inapplicabili. Il naturale e l'umano sono usati in nome della supremazia contingente di Vaticano e maggioranza politica pro tempore. La quale legifera di morte e dimentica l'esistere. Come quello dei migranti, il cui diritto alla salute è compromesso dal nuovo ddl sicurezza
Come è giusto che sia, ora il dibattito parlamentare ripartirà dal testo della Commissione sanità del Senato sul Testamento biologico. Esso però rischia ulteriori sopraffazioni rispetto alle esigenze e alle volontà delle persone. Con efficacia, Claudio Magris ci ha ricordato che "La qualità della vita può essere valutata solo dall'interessato, l'unico autorizzato a poter decidere della propria vita e della propria morte".
E' opportuno quindi rileggersi per intero l'art. 32 della Costituzione, composto di due paragrafi. Il primo afferma che "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti". Non meno significativo il secondo, proprio alla luce delle recenti vicende: "Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana".
Sono principi fondati sulla libertà personale e sulla responsabilità dei medici e della scienza, beni che lo Stato mette a disposizione dei suoi cittadini per garantire loro il diritto alla salute.
E qui sta il grande valore della laicità e della inalienabile distinzione tra fede e legge. Il governo e il centrodestra hanno abbracciato con piglio decisionista la posizione del Vaticano e delle gerarchie cattoliche, sostituendosi in un solo colpo alle volontà della povera Eluana e della sua famiglia, alle attenzioni dei medici chiamati al suo capezzale, alle sentenze della magistratura fino ai rilievi costituzionali del Capo dello Stato.
Ieri sulla procreazione assistita, oggi sul testamento biologico, Governo e Chiesa irrompono nelle vite delle persone dettando norme, stabilendo obblighi, prescrivendo comportamenti, anziché favorire diritti e assicurare tutele. Con il risultato che, in nome del principio secondo cui la disponibilità della vita appartiene alla volontà di Dio anziché agli individui, è lo Stato a determinare come si viene al mondo e come si lascia questa terra.
Così si finisce per fare leggi tanto mostruose quanto inapplicate ed inapplicabili (i voli della speranza per le cliniche spagnole dove coppie sterili cercano di avere figli sono aumentati del 300% dopo l'approvazione della legge 40). Oppure, da una parte si condanna l'accanimento terapeutico e gli eccessi di certi abusi tecnologici e poi li si impone per decreto legge.
Il naturale e l'umano vengono usati, fino ad essere vilipesi, in nome della supremazia contingente, sia essa della Chiesa, sempre più incline a espressioni teocratiche, che della maggioranza politica pro tempore. La quale legifera di morte e dimentica la vita.
Come quella legata alla salute dei migranti, da segnalare alle forze dell'ordine se osano usufruire del nostro sistema sanitario. La Chiesa stessa, come ogni buon medico e ogni buon infermiere, ha denunciato i devastanti effetti di questa norma. E alcune regioni (la Puglia, la Toscana, il Lazio) hanno già deciso di non applicarla, mentre governo e centrodestra sembrano intenzionati a non tenere in alcuna considerazione i rilievi etico-sanitari avanzati, davanti a tanta inumanità, da quanti sono mossi dalla consapevolezza che le malattie epidemiche nascoste dalla legge, finirebbero per riversarsi sulla salute di tutta la popolazione. La rivolta di tanti medici, cattolici e non cattolici, indica come si può stare dalla parte della vita battendosi contro il furore ideologico di taluni atti legislativi.
Le crociate integraliste basate sull'affermazione dei valori cristiani sembrano prevalere sulla libertà di coscienza (e di cure) dei medici e dei cittadini. Contro ogni autodeterminazione delle persone, il governo ha scelto il terreno che più terremota le coscienze e abbatte le barriere di partito: il dolore. Trasformando una complessa e straziante vicenda nell'ennesimo scontro tra dove finisca la vita e dove inizi la morte.

di Giovanni Berlinguer

giovedì 5 febbraio 2009

Stefano Rodotà: «Governo recidivo, violata ancora la legalità costituzionale»

Il ministro Sacconi che minaccia interventi formali del governo per fermare la mano dei medici che dovrebbero interrompere l'alimentazione artificiale che tiene in vita Eluana; il cardinale Barragan, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, che chiede di fermare «la mano assassina». Mentre la vicenda della giovane in coma vegetativo da 17 anni sembra volgere al termine, c'è chi non si rassegna e tenta in tutti i modi di ignorare le diverse sentenze della magistratura che hanno detto sì alla volontà espressa dai genitori di Eluana e dalla stessa ragazza. Abbiamo chiesto a Stefano Rodotà, giurista autorevole, attento ai temi della laicità e dei diritti della persona, un parere su questo scenario. «E' in atto non da oggi - dice l'ex garante della protezione dei dati personali - un gravissimo e pericoloso conflitto sul tema della legalità e il rispetto dei diritti. Queste invocazioni, questi tentativi di impedire che si dia esecuzione ad una sentenza passata in giudicato non vengono da soggetti che fanno appello a dei criteri morali. In tal senso figuriamoci se sono d'accordo sul contenuto e ancor meno sulle parole del cardinale Barragan».
Ma almeno agisce senza avere un ruolo istituzionale. Ma quando dichiarazioni di questo genere e annunci di comportamenti vengono da responsabili politici investiti da ruoli particolarmente rilevanti come un ministro qui si apre un conflitto».

Che certamente non è nuovo, vero professore?
Sì, si tratta di un conflitto aperto da molto tempo. Gli atti precedenti, dichiarati assolutamente illegittimi, si sono esplicitati con tre tentativi di bloccare attraverso strade più o meno corrette dal punto di vista legale l'attuazione della sentenza: primo tentativo, il Parlamento che ha sollevato appunto un conflitto tra magistratura e Parlamento stesso dicendo che non spettava ai giudici dare indicazioni in materia. La Corte Costituzionale ha liquidato molto rapidamente questo come un atteggiamento non corretto e ha valutato che la magistratura si è mossa nell'ambito dei propri poteri e delle proprie competenze.
Secondo tentativo, Formigoni, governatore della Lombardia, che dice "non in casa mia". Questo atto è stato impugnato davanti al Tribunale amministrativo della Lombardia, che ha annullato il provvedimento del presidente. Terzo, il cosiddetto atto di indirizzo di Sacconi, che più passa il tempo, più è stato studiato da chi ha conoscenza di grammatica giuridica, più si è rivelato un provvedimento legalmente improponibile. Tant'è che lo stesso governatore del Friuli Venezia Giulia, che come sappiamo è una regione amministrata dal centro-destra, non ha ritenuto vincolante qull'atto di invito. Quindi noi siamo di fronte ad un conflitto che ci viene riproposto di nuovo dopo che in tutte le sedi istituzionali questi tentativi della maggioranza di governo o del governo in quanto tale sono stati ritenuti assolutamente illegittimi.

Un grave strappo istituzionale...
E una gravissima violazione della legalità costituzionale perché sono in gioco contemporaneamente i poteri dello Stato e i diritti individuali e fondamentali delle persone. Questo come valutazione d'insieme. Sicché trovo stravagante per non usare altre parole, la richiesta di Buttiglione di organizzare una riunione immediata del Consiglio dei ministri perché sia approvata una legge che dovrebbe avere come obiettivo quello evidentemente di bloccare l'attuazione di una sentenza. Ne ho viste di tutti i colori in questo paese ma dire che con un decreto legge si possa impedire che una sentenza possa avere attuazione viola la stessa logica della politica costituzionale.

Professore, non siamo di fronte anche ad una grave violazione della sfera personale?
Non userei in questo caso la parola privacy . Qui c'è la fine del rispetto della dignità delle persone. Un principio che deve guidarci in ogni momento. Qui la dignità del morire non può essere evidentemente considerata qualcosa sulla quale ci si accanisce con una certa violenza. Anche da questo punto di vista in altri tempi si sarebbe detto che c'è una spaventosa mancanza di carità cristiana. Oggi dobbiamo dire laicamente, anche se quell'espressione della carità cristiana continua a piacermi, che il principio di dignità, che è uno dei principii fondativi di uno stato democratico, è violentamente aggredito. E non si dica che la dignità è quella di chi deve vedere la propria sopravvivenza resa obbligatoria ma di chi invece deve essere rispettato nelle sue decisioni e nel suo essere persona.

Quando si affrontano questi temi si parla sempre di vuoto legislativo. Ma non si rischia, visto lo scenario che offre il Parlamento, di "colmare" questo vuoto peggiorando la situazione?
Anzitutto non enfatizzerei il profilo "vuoto legislativo". Non c'è infatti questo vuoto tant'è che i giudici, con alcune decisioni, in particolare con la sentenza cardine di tutta questa vicenda, quella della Corte di Cassazione dell'ottobre 2007, hanno potuto ricostruire con molto rigore il sistema giuridico italiano mettendo in evidenza tutti gli elementi che già oggi, senza bisogno di una legge, consentono di arrivare alla conclusione che si è delineata, e cioè il diritto di rifiutare le cure e di morire con dignità. Quindi io uso con prudenza, e anzi tendo a non accettare l'argomento del vuoto legislativo perchè significa che qualcuno lo ha riempito più o meno illegittimamente. Quello che hanno fatto i giudici è assolutamente legittimo, conforme ai principi del nostro sistema e della nostra Costituzione, perché hanno letto tutta una serie di norme, come ci è stato insegnato dalla stessa Corte Costituzionale, secondo un'interpretazione costituzionalmente orientata. Oggi dunque non c'è un vuoto. Ci possono essere degli aspetti operativi che hanno bisogno di una disciplina più puntuale. Per esempio la forma del testamento biologico o la possibilità di nominare un fiduciario di un amministratore di sostegno per evitare che ci siano ancora dei dubbi. Ma il mio timore è che si voglia usare l'argomento "dobbiamo fare una legge" sul testamento biologico o sulla tutela della vita fino alla sua fine "naturale", per una vera e propria restaurazione e per tornare indietro rispetto a ciò che già oggi è possibile per i cittadini italiani, ovvero poter rifiutare le cure in diverse forme.

di Vittorio Bonanni da Liberazione del 4 febbraio 2009

mercoledì 4 febbraio 2009

Margherita Hack: «Questo centrodestra è formato da un branco di arroganti e ignoranti»

Non parla soltanto come scienziata, parla come cittadina di un paese che fatica a riconoscere. E non fa sconti, Margherita Hack.

Non si spengono i riflettori su Eluana Englaro, si annunciano marce su Udine. Che ne pensa?
«Intanto vorrei dire che apprezzo molto l’atteggiamento del presidente del Friuli Renzo Tondo, un uomo del Pdl che ha assunto una posizione laica e di grande rispetto».

Ha visto il video choc, le persone che gridavano a Eluana sull’ambulanza: «Ti vogliono uccidere»?
«È una vergogna. Se non ci fossero stati i progressi della medicina Eluana sarebbe morta 17 anni fa, questa è la verità».

C’è chi accusa di omicidio i medici che sospenderanno i trattamenti artificiali. La Chiesa parla di eutanasia.
«Qui non siamo di fronte alla difesa della vita, siamo di fronte a posizioni ideologiche. C’è qualcuno che vuole far vincere le proprie idee senza considerare Eluana. Eluana è già morta, di fatto. È un corpo tenuto in vita da macchine, non in grado di soffrire o di capire cosa le sta accadendo intorno. È come fosse sotto anestesia da 17 anni».

Forse la Chiesa e i cattolici hanno paura che si crei un precedente con l’applicazione di questa sentenza, in vista della legge sul testamento biologico?
«Ma una legge sul testamento biologico è indispensabile e deve tutelare le volontà del paziente».

È questo il punto. C’è chi sostiene che idratazione e alimentazione artificiale non siano cure mediche e quindi nessuno può sospenderle.
«Sarebbe innaturale imporre una cosa del genere: stiamo parlando di trattamenti medici. Qui non c’è più alcun sentimento cristiano verso chi soffre, c’è soltanto la volontà di imporre il proprio punto di vista. Se vogliono fare una legge del genere è meglio che lascino stare, significherebbe togliere diritti alle persone sulla propria vita e il proprio corpo. È inammissibile».

Davanti al caso di Eluana come ci si dovrebbe muovere?
«Con il massimo del rispetto. L’ingerenza della Chiesa e la debolezza della politica sono due cose veramente insopportabili. La politica solo una cosa deve fare: una legge per il testamento, che poi deve essere eseguito secondo le volontà di chi lo ha sottoscritto».

Secondo lei c’era un altro modo di raccontare il caso Englaro?
«Credo che finora tutto si sia mosso con una grande irrazionalità, con grande voglia di prevaricare la volontà degli individui. È incivile».

Nel centrodestra c’è chi ha chiesto un decreto d’urgenza per bloccare tutto.
«Questo centrodestra è formato da un branco di politici arroganti e ignoranti che pretende di bloccare una decisione della magistratura. Ma il Pd dovrebbe essere più coraggioso».

di Maria Zegarelli da l'Unità del 4 febbraio 2009

mercoledì 7 gennaio 2009

Come combattere l'Italia delle disparità

Nel discorso di Capodanno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha proposto di fare della crisi un´occasione "per impegnarci a ridurre sempre più le acute disparità che si manifestano nei redditi e nelle condizioni di vita". Supponiamo per un momento che il governo o l´opposizione prendano sul serio le sue parole. Caso mai lo facessero, dovrebbero elaborare una politica rivolta a ridurre in modo stabile le disparità, ovvero le disuguaglianze socio-economiche osservabili nel nostro paese. Il percorso da seguire a tale scopo comprenderebbe diverse tappe. Vediamo quali sarebbero le principali. 
Anzitutto, parlando dell´Italia, è poi vero che da noi le disuguaglianze sono maggiori che in altri paesi? Ammesso che lo siano, perché mai il potere politico dovrebbe preoccuparsene? Una risposta alla prima domanda l´ha fornita l´Ocse con un rapporto pubblicato un paio di mesi fa. Sui trenta paesi aderenti all´Ocse, soltanto 5 presentano indici di disuguaglianza superiori all´Italia, mentre ben 24 presentano indici inferiori. D´altra parte i ricercatori della Banca d´Italia forniscono da anni dati analoghi. In Italia il 20 per cento della popolazione più povera percepisce meno del 7 per cento del reddito totale; il 20 per cento più ricco riceve più del 41 per cento. Se si guarda al patrimonio, le disuguaglianze sono anche più grandi: il 10 per cento formato dalle famiglie più ricche detiene la metà della ricchezza reale e finanziaria, mentre la metà formata da quelle più povere possiede appena il 10 per cento della ricchezza totale. Soltanto gli Usa, il Brasile e pochissimi altri paesi mostrano disuguaglianze altrettanto piramidali. 
La politica, sostiene la destra, non dovrebbe occuparsi delle disuguaglianze socio-economiche. Perché in fondo, essa dice, sono giuste. Coloro che stanno in alto lo debbono nell´insieme a un impegno nello studio e sul lavoro superiore a quello di coloro che stanno in basso. Se lo Stato interviene in tale processo, sminuisce il riconoscimento dovuto ai primi e compensa i secondi che non se lo meritano. Sostenendo questo la destra commette due errori. Il primo fattuale, perché la spiegazione vale per casi individuali, ma per un fenomeno collettivo come le disuguaglianze socio-economiche non c´è evidenza disponibile che la confermi. Il secondo errore è politico.
Chi si trova nella parte bassa della distribuzione del reddito e della ricchezza ha in media una vita più corta di qualche anno; svolge un lavoro più faticoso; si nutre come può; tende ad ammalarsi più spesso; stenta a mandare i figli all´asilo da piccoli come alle superiori o all´università da grandi; spreca in media un paio d´ore al giorno a fare il pendolare; a suo tempo, avrà una pensione da fame. Soprattutto, chi si trova nelle predette condizioni non conta niente nelle decisioni che vengono assunte dal potere politico giusto in tema di organizzazione del lavoro, salari, sanità, prezzi, costo e disponibilità di asili, scuola, trasporti pubblici, pensioni. Ora, finché si tratta d´una parte modesta della popolazione, un problema politico non si pone per chi sta in cima alla piramide: quelli che stanno alla base sono semplicemente invisibili. Quando invece capita che la base diventi maggioranza, o si affronta la questione delle disuguaglianze sul piano politico, oppure esse corrompono in profondità le strutture della società che le ha tollerate fino a quel punto. Che è il limite al quale l´Italia pare si stia approssimando.
Un segno del suo approssimarsi è evidente nel prolungato peggioramento delle disparità di salario tra l´Italia e i maggiori paesi europei. I rapporti dell´Ocse e alcuni recentissimi dell´Organizzazione Internazionale del Lavoro, datati addirittura 2009, non lasciano dubbi. Tra il 1995 e il 2005 le retribuzioni reali al netto dell´inflazione sono cresciute in Italia d´un misero 1,5 per cento, contro il 9,5 della Germania, il 14,5 della Francia e il 25,5 del Regno Unito. Se però i salari vengono misurati tenendo conto, oltre che dell´inflazione, anche della parità di potere d´acquisto, i salari italiani risultano diminuiti del 16 per cento tra il 1988 e il 2006. L´Oil precisa che questo è il maggior declino delle retribuzioni osservato in 11 paesi dell´eurozona per cui erano disponibili dati comparabili. Il declino ha un riflesso diretto nella quota che i salari rappresentano sul Pil: tra il 1979 e il 2007 tale quota è diminuita in Italia di quasi il 13 per cento. Al presente costituisce solamente il 55 per cento del Pil, sebbene i lavoratori dipendenti regolarmente occupati, quindi captati dalle rilevazioni Istat, siano cresciuti nel frattempo di alcuni milioni. A ragione l´Oil parla di "una vera emergenza salariale in Italia". 
Superata la tappa dell´accertamento dei dati, una politica volta a ridurre le disuguaglianze dovrebbe interrogarsi sulle loro numerose cause. Basta scegliere quelle su cui concentrarsi. La produttività delle imprese italiane, che dovrebbe essere fatta anzitutto di ricerca e sviluppo, prodotti innovativi, organizzazione del lavoro ad elevato contenuto professionale, nonché mezzi di produzione idonei a migliorare la qualità di prodotti e servizi e non soltanto a risparmiare lavoro, ristagna da circa un decennio. Le imprese piccole pagano salari molto più bassi in media che non quelle grandi, e l´Italia ha un numero spropositato di esse. Alle politiche attive e passive del lavoro, intese a facilitare un rapido ritorno al lavoro di chi lo ha perso, l´Italia destina poco più dello 0,5 per cento del Pil; Germania, Francia e Spagna, quasi cinque volte tanto. Infine la finanziarizzazione delle imprese ha dirottato masse di capitali che potevano andare agli investimenti verso impieghi improduttivi, come il riacquisto di azioni proprie e i compensi astronomici ai manager sotto forma di stock option, bonus, paracadute e pensioni d´oro in aggiunta allo stipendio. 
In compenso è cresciuto il numero dei miliardari in dollari facenti parte del decimo al top delle persone più ricche del mondo. Quelli italiani formano ora il 7 per cento di tale decimo, appena un punto meno della Germania che ha una popolazione molto più grande, e tra 1 e 3 punti in più rispetto a Regno Unito, Francia e Spagna. 
Allo scopo di elaborare una politica diretta a ridurre stabilmente le disparità di reddito, come richiesto dal Capo dello Stato, occorre coraggio e consenso sociale. Il primo, è noto, se uno non ce l´ha non se lo può dare. Quanto al consenso, il governo in carica pensa evidentemente di averlo trovato distribuendo qualche euro una tantum ai poverissimi e ad una frazione minima dei precari. L´opposizione farebbe invece bene a pensare di accrescere il proprio prendendo sul serio l´invito di Napolitano. Tenendo conto che in assenza d´una simile politica l´emergenza salariale di cui scrive l´Oil, con le sue componenti finanziarie, potrebbe notevolmente peggiorare nel corso del 2009.

di Luciano Gallino da la Repubblica del 7 gennaio 2009

sabato 20 dicembre 2008

Il Paese senza dimissioni

Le dimissioni in Italia sono sempre state una nobile rarità. Ma solo ora sono diventate ignobili, ripugnanti e vili. E dunque davvero qui non si dimette più nessuno.
Nessun topo si sente fuori posto nel formaggio, e nessuno ha l´autorevolezza di imporre le dimissioni a nessuno. Eppure in passato nessun Bassolino e nessuna Iervolino avrebbero potuto resistere al consiglio imperioso di lasciare la poltrona fosse pure per sacrificarsi, nel rito collettivo del capro espiatorio, al bene comune e a un´idea alta di futuro.
E una volta ci si dimetteva anche per amor proprio. Al contrario di quel che pensa Rosa Russo Iervolino «vado avanti per difendere la mia onorabilità» si lascia non solo quando ci si sente "al di sotto", ma anche quando ci si sente "al di sopra", come fu, per esempio, il caso di De Gaulle che andò via senza dare spiegazioni e perciò permise a Raymond Aron di scrivere: «E´ un piacere ascoltare il silenzio di quest´uomo».
Insomma, le dimissioni, specie quelle che non vengono date ma sempre rimandate, misurano, oltre che la struttura morale dell´individuo, la dignità etica del luogo in cui ci si muove e il prestigio e la forza politica di chi (non) riesce ad ottenerle.
E basti pensare alla debolezza di un partito che applaude il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, perché sentendosi fuori posto egli si è incatenato al suo posto. Dinanzi alla giustizia non ci sono partiti e il segretario di un partito non è un avvocato. In questi casi, la solidarietà o è inutile o è astuta, o è insensata o è corriva. Non si possono confondere i due piani e, infatti, tutti sanno che Veltroni ha per esempio, sotto sotto chiesto, senza riuscire ad averle, le dimissioni di Bassolino al quale è stata tuttavia espressa solidarietà pubblica: «piena e totale fiducia» dunque, ma secondo la famosa formula filosofica del "qui lo dico e qui lo nego", bene illustrata al paragrafo due, comma quarto dell´autorevole trattato «Mamma, Ciccio mi tocca; toccami Ciccio, che mamma non c´è».
Alla fine dunque si capisce solo che Veltroni non ha la forza di fare dimettere Bassolino e la Iervolino, ma neppure Villari e Loiero? Eppure una volta ci si dimetteva perché amavi e credevi, oltre che nelle istituzioni, anche nel partito: uscivi per rafforzare il tuo partito. Mi racconta un dirigente del Pd di un Veltroni sconsolato: «Nessuno mi ha creduto e io stesso ormai faccio fatica a credermi. Ma sono mesi che chiedo la testa di Bassolino». Sfiducia in privato, fiducia in pubblico.
Il punto è che non è vero che dimettersi significa ammettere la propria colpevolezza penale ma soltanto la propria inadeguatezza. Dimettersi è dire "sorry" e scansarsi, confessare l´errore e non il crimine, e magari anche l´illusione, il sogno fortissimo: scusatemi, pardon. Dimettersi, prima d´esservi costretti, è anche intelligenza, eleganza, è una battuta di spirito.
Prendete invece l´assessore di Firenze Graziano Cioni che, da solo, ha pronunziato una dopo l´altra tutte quelle frasi del repertorio militare alle quali sempre si ricorre a ridosso della fine, da «rimango al mio posto di combattimento» a «non mi arrenderò mai». E infatti qui è un tripudio di «vado avanti» (Villari e Iervolino), «se mi dimettessi sarei un irresponsabile» (Loiero e Bassolino), «non mi consegnerò ai nemici» , «io sono un combattente». Sono tutti Menenio Agrippa, tutti Coriolano, tutti Enrico Toti. E però la metafora di guerra non precede le dimissioni, che in fondo non compromettono il futuro, ma l´irreversibile uscita di scena, la sconfitta definitiva.
E´ vero che in Italia anche in passato le dimissioni erano un lungo sfinimento e si ricorda per esempio un discorso di Forlani con tre finali diversi perché la Dc aveva elaborato la rimozione-promozione, il dimettersi per immettersi in nuovi poteri e un´infinità di altre combinazioni, "dimissioni con riserva", "dimissioni mai", "reincarico", "sfiducia". Ma non si era mai vista una resistenza così estesa e così bipartisan. E poi, diciamolo chiaro: non eravamo abituati alla faccia tosta di sinistra, alla sfrontatezza di sinistra, all´impudenza di sinistra che non si vergogna di se stessa. Ancora un passo e arriviamo a Cuffaro che non solo non si dimetteva, ma disarmava il Diritto festeggiando la condanna con i cannoli.
Ecco dunque Villari che può autoproclamarsi eroe della democrazia perché nessuno ha i titoli per farlo vergognare. Villari ha ragione a iscrivere anche il proprio trasformismo nella democrazia italiana. Da La Marmora a Mastella, dai ribaltoni di De Pretis e Minghetti a quelli di D´Alema e Bossi, dalla cacciata di Ricasoli alle cacciate di Prodi: «cospirazioncelle di gabinetto» le chiamava già il primo direttore del Corriere della Sera Eugenio Torelli-Viollier. E però anche dentro il trasformismo nessuno poteva sfuggire all´imposizione delle dimissioni che alla fine smontavano i conflitti e disarmavano le ideologie. E invece qui Agazio Loiero annunzia «non deporrò le armi», Bocchino pensa che l´accusa contro di lui sia «kafkiana», Lusetti ammette d´essere «distratto», ma di dimissioni non ne parla nessuno.
Per non dire del sottosegretario all´Economia Nicola Cosentino, coordinatore di Forza Italia in Campania, indagato per fatti terribili.
Abbassamento della soglia della dignità collettiva? Bassolino ha detto di non leggere i documenti che firma, parodiando così gli imputati di Norimberga. E Marta Vincenzi, sindaco di Genova, quando arrestarono il suo portavoce annunziò: «E´ il giorno più triste della mia vita». Dimissioni? «No. Farò piazza pulita». Ma i portavoce, i sottopanza, i segretari e gli alterego sono solo disgrazie? Gli italiani hanno il diritto di pensarli come protesi, come il guanto che indossa la casalinga per toccare i residui di cucina senza sporcarsi. E l´errore? Quanti errori bisogna commettere prima di ammettere l´incompetenza che non te li ha fatti riconoscere?
Eppure i non dimissionari, dietro l´inadeguatezza dei loro predecessori, furono pronti a scoprire coraggiosamente i delitti e le complicità: delitti non penali ma civili, delitti di indecenza, di sciatteria, di volgarità politica. Ebbene adesso dietro la propria inadeguatezza tutti coraggiosamente scoprono che esistono le cattive azioni senza autore, le malefatte senza malfattori, i colpevoli dall´innocenza adamantina. Così il deputato Margiotta e il sindaco di Pescara, che è stato arrestato ma non si è ancora dimesso.
Insomma le dimissioni sono state definitivamente cancellate dalla politica italiana. Le sole che continueremo a ricordare sono quelle di Francesco Cossiga che, travolto dal senso di colpa, lasciò il ministero dell´Interno dopo l´assassinio di Aldo Moro, e quelle di Dino Zoff che da allenatore della Nazionale non sopportò gli insulti del premier Berlusconi. Nel paese del "posto fisso", ecco dunque chi si dimette: il disturbato e il galantuomo.

di Francesco Merlo da la Repubblica del 19 dicembre 2008

venerdì 19 dicembre 2008

Bertinotti: "Caro Walter, ammettiamolo il partito leggero ha perso"

ROMA - "Il partito leggero di Veltroni è fallito. È diventato il partito degli assessori, ecco perché è permeabile ai potentati economici". Fausto Bertinotti spiega così la questione morale nel Pd. 

Presidente Bertinotti, siamo di fronte ad una nuova Tangentopoli, che si abbatte sul Pd, oppure si tratta di singoli episodi di corruzione e malaffare? 
"Siamo di fronte ad una crisi di sistema. Investe il Partito democratico semplicemente per la ragione che il Pd, contrariamente a quel che pensano quasi tutti, è la frontiera più avanzata dell'innovazione. Ed è proprio una certa innovazione del nostro sistema la causa prima di quel che sta succedendo". 

Ma è come nel '92? 
"La Tangentopoli di allora e i fatti di oggi sono fenomeni diversi, due risposte sbagliate alla crisi della Prima Repubblica. La Tangentopoli del '92 è fotografata dall'analisi di Berlinguer. I partiti per salvare se stessi occupano tutto, fagocitano lo Stato. Craxi, nella sua chiamata di correo alla Camera, dice: l'ho fatto per salvare i partiti. Che naturalmente non lottano più in nome degli ideali ma provano a sopravvivere attraverso una crescita del loro potere". 

La Tangentopoli di oggi? 
"E' quasi il contrario. I partiti diventano partiti del leader e si dissolvono. Nel Pdl, Berlusconi "a machiavella", come direbbero dalle mie parti per intendere machiavellico, tiene insieme il partito del capo e le singole forze politiche, come la Lega e An. Il Pd invece, in questo senso più innovatore, è il partito del leader allo stato fluido, come direbbe Bauman. Ma la dissoluzione del partito cosa fa nascere? I potentati locali. Senza una reale struttura oligarchica al centro, fragile, si appoggia al partito dei sindaci. Sotto il partito del leader ecco così i potenti locali. Il baricentro del potere si è spostato qui. Comandano gli amministratori". 

Ma perché la dislocazione "in basso" dovrebbe essere veicolo di corruzione? 
"Non di per sé, ma è la miscela con altri fattori che provoca l'esplosione. Intanto, un rovesciamento dell'etica costituente: oggi l'economia comanda sulla politica, che è sempre sotto schiaffo, tende a farsi gradita alle grandi banche, ai costruttori, agli immobiliaristi, ai potentati". 

Un fenomeno non nuovo... 
"Aggiungiamo l'ultimo elemento: una vera e propria controriforma del quadro istituzionale. Il Parlamento è svuotato rispetto al governo ma è ancora nulla rispetto a quel che è successo a livello locale. I consigli comunali letteralmente non contano più niente. Le giunte sono un insieme di assessori dotati di potere sovrano. Ogni singolo assessore è fuori controllo: ha una delega dal sindaco, il quale è in grado di intervenire solo sulle cose su cui sta, e non risponde di fatto al consiglio comunale. I centri di potere locali sono così diventati irresponsabili democraticamente. Chiamati ad occuparsi di servizi pubblici ormai privatizzati...". 

Erano servizi spesso costosi e inefficienti. 
"Non lo nego. Ma quando la mensa degli ospedali era un servizio interno, non da affidare in appalto, il rapporto fra affari e politica era precluso a monte. Lo stesso può valere, che so, per le lavanderie degli ospedali. Oppure per i cimiteri, che ormai non sono più luoghi di culto ma di affari. Il tutto, mentre vengono meno le funzioni pubbliche". 

In che senso? 
"Perché è diventato così ingombrante il peso di costruttori e di immobiliaristi? Ma perché i piani urbanistici, e quindi il ruolo pubblico, subiscono una revisione attraverso quel che viene definito urbanistica contrattata. Il potere pubblico entra sistematicamente in una contrattazione con i privati, ti cedo una parte del territorio e tu mi fai un'opera. Un ragionamento analogo si può fare per gli inceneritori. Così si è spalancata alla strada alla discrezionalità. Non a caso nessuno degli episodi emersi riguarda il finanziamento illecito ai partiti ma lo scambio diretto fra un dirigente politico dotato di potere amministrativo e un soggetto economico". 

Il partito degli assessori allora agisce solo per sé. 
"Ma è un'organizzazione del consenso elettorale, ovvero il punto nevralgico del nuovo partito leggero. Privo della forza dell'oligarchia, e senza la forza della pressione di massa, il partito leggero ha come stella fissa la vittoria delle elezioni. Voti non olet. Quello che olet lo fa il potentato locale, che "scherma" il partito. Per questa ragione la sollecitazione a "bonificare", per quanto sacrosanta, temo sia inefficace. Per bonificare, bisogna mettere mano a quel sistema. Togli una mela marcia e ne marciscono altre dieci. Il contagio è ambientale. La politica non può delegare alla magistratura". 

Si fronteggiano due modi di affrontare la bufera, vedi Napoli. Il sindaco Iervolino giura sulla sua onestà, rimpasta la giunta e va avanti. L'Italia dei Valori esce a tappeto da tutte le giunte della Campania. 
"Dipende dal livello delle indagini ma ci sono casi in cui non ce la fai comunque. Sulla moralità della Iervolino sono pronto a mettere la mano sul fuoco, ma superato un limite di soglia c'è il problema di come un atto politico viene percepito in una città, in un territorio. Non cedo nulla al populismo ma devi poter ritrovare la parola, e a volte per farlo non resta che una discontinuità assoluta, e il voto. Magari per ripresentarsi. Detto questo, io penso però che bisognerebbe cominciare dal grande per arrivare al piccolo".

Dal vertice del Pd. 
"Occorre riaprire la discussione sulle forme di democrazia nel territorio. Per esempio certe grandi opere meriterebbero il vaglio di una consultazione referendaria. L'altra questione è tutta politica". 

Qual è? 
"E' il momento di reinventare i partiti democratici, di massa e pesanti. La questione morale dovrebbe essere colta come un'occasione di riforma, che intanto riguarda la sinistra. Se il Pd viene coinvolto, invece di scandalizzarsi bisogna guardare alle cause profonde e pensare ad un vero e proprio big bang. Perché oggi in Italia nella lotta politica la sinistra non c'è, e il partito leggero moderno si è rivelato esposto a rischi cui il vecchio Pci, con tutti i suoi limiti, era immune. Ammettiamo che un ciclo è fallito, senza colpevolizzare nessuno. Serve un nuovo inizio, in cui tutti si mettano a disposizione".

di Umberto Rosso da la Repubblica del 19 dicembre 2008

lunedì 15 dicembre 2008

Democrazia, il paradosso dell'antipolitica

«La democrazia non è solamente il voto nell´urna. Nella complessità del mondo contemporaneo, la vita democratica si decentra, dando vita a una varietà di azioni e istituzioni al di là del solo suffragio universale». È questa la conclusione cui è giunto Pierre Rosanvallon, lo studioso francese che insegna al Collège de France ed oggi considerato uno dei più influenti intellettuali d´Oltralpe. Lo spiega in un volume appena pubblicato in Francia, La légimité démocratique (Seuil, pagg. 380, 21 euro), che fa seguito a un altro corposo saggio intitolato La politica nell´era della sfiducia, in procinto di essere pubblicato in Italia da Città Aperta, aggiungendosi così ai precedenti Il popolo introvabile (Il Mulino) e Il Politico, storia di un concetto (Rubettino). «Il disincanto democratico è oggi un´evidenza. I cittadini votano meno che in passato e soprattutto in modo diverso», spiega Rosanvallon, che ha anche creato la République des idées, un importante spazio di riflessione, dotato di un sito web e di una collana di libri.

«Oggi il voto non è più un momento d´identificazione con un gruppo sociale, un territorio o un partito politico. Il voto ha cambiato natura. In passato era la manifestazione di un´identità sociale, oggi esprime un´opinione individuale. Questa trasformazione è accompagnata da una crescente disaffezione nei confronti dei partiti politici e dalla crisi dello stato inteso come amministrazione dell´interesse comune».

Il disincanto democratico favorisce il disinteresse per la cosa pubblica?
«Non credo, dato che i cittadini manifestano la loro implicazione nella vita collettiva in altro modo. Tra un´elezione e l´altra, la vitalità democratica prende altre forme, che nel volume La politica nell´era della sfiducia ho designato con il termine "controdemocrazia", un termine forte e volutamente ambiguo».

Di che si tratta?
«La "controdemocrazia" è costituita dall´insieme delle attività che non mirano ad associare il cittadino all´esercizio del potere, ma a organizzare il suo controllo su chi governa. E´ impossibile che tutti partecipino direttamente alle decisioni politiche, ma tutti possono esprimere opinioni critiche e partecipare alla vigilanza civica nei confronti del potere. Naturalmente queste attività possono essere molteplici, a cominciare da quelle di sorveglianza, notazione e convalida delle procedure democratiche. Si tratta di modalità più o meno formalmente costituite, i cui attori possono essere le associazioni, la stampa o anche i singoli cittadini su internet».

Lei parla anche di sovranità negativa...
«È quella che i cittadini manifestano rifiutando alcune scelte governative. I primi teorici della democrazia pensavano che la democrazia si fondasse essenzialmente sul consenso silenzioso dei cittadini, oggi invece ci rendiamo conto che nell´attività democratica, accanto al consenso, svolge un ruolo essenziale il dissenso. Già Montesquieu sottolineava la dissimmetria tra facoltà d´impedire e facoltà d´agire, in democrazia. E´ infatti molto più facile misurare i risultati ottenuti sul versante del disaccordo che su quello della proposta costruttiva. Se si riesce a bloccare una decisione del potere, i risultati si vedono subito, mentre per promuovere una legge spesso occorrono anni prima di vedere i risultati».

Quali sono le altre forme della controdemocrazia?
«Un´altra componente importante è l´esercizio che mira a mettere sotto accusa il potere. Il modello del processo, fuoriuscendo dall´ambito giudiziario, si è diffuso in tutta la società. L´atteggiamento accusatorio una volta era al centro del ruolo dell´opposizione parlamentare, col tempo però si è disseminato in tutta società, diventando un patrimonio collettivo».

Opponendosi al palazzo, la società civile sceglie a volte forme che alimentano l´antipolitica. Non è un rischio?
«Effettivamente è un rischio oggi assai diffuso. Le attività che chiamo controdemocratiche hanno sempre un carattere ambiguo. Se da un lato, infatti, queste possono essere utili a rafforzare la democrazia, stimolandola positivamente; dall´altro, possono anche indebolirla, alimentando l´antipolitica. La controdemocrazia positiva sottomette il potere a prove che lo costringano a realizzare meglio la sua missione al servizio della società. La vigilanza e la critica creano infatti vincoli virtuosi. La controdemocrazia negativa invece scava un solco sempre più profondo tra il potere e la società, allargando la distanza tra i cittadini e i politici. Il paradosso dell´antipolitica è che rende il potere sempre più distante e quindi intoccabile. La sua critica radicale non produce un´appropriazione sociale, ma una situazione in cui i cittadini sono sempre più espropriati dei procedimenti democratici. Nasce da qui quel populismo "dal basso", le cui forme sono diverse dal populismo tradizionale del XIX secolo».

Questa ambivalenza della controdemocrazia è una novità dei nostri giorni?
«No, la sua ambiguità era già evidente durante la rivoluzione francese. A quei tempi, il grande teorico della sorveglianza del potere è Condorcet, per il quale chi governa deve essere giudicato di continuo. Per lui, non esiste un potere buono in sé solo perché è stato eletto democraticamente. La democrazia esiste solo nell´interazione continua tra le istituzioni che governano e le procedure che ne regolano e ne controllano le attività. Accanto a Condorcet, però, agisce Marat, l´amico del popolo, il quale denigra di continuo la politica, trasformando coloro che governano in un´incarnazione del male da cui la società non potrà mai aspettarsi nulla di buono».

In Italia, il populismo tradizionale e quello nato dalla controdemocrazia sembrano oggi coesistere...
«Quando queste due forme di populismo si sovrappongono, si rischia d´innescare un pericoloso meccanismo di disgregazione del tessuto democratico. La democrazia dovrebbe essere un movimento di appropriazione sociale delle decisioni collettive, il populismo però espropria sempre il popolo di tali decisioni. Spesso chi critica i partiti ritiene che la società civile possa essere autosufficiente, ma è un´illusione pensare che la democrazia possa ridursi alla sola società civile. La democrazia è sempre un faccia a faccia tra governo e società, tra decisioni e consenso».

Nel suo nuovo libro, La légitimité démocratique, lei sostiene che il suffragio universale non basta più a legittimare la democrazia. Quali sono le altre forme di legittimazione democratica?
«In passato - in un contesto sociale, economico e ideologico più stabile - era più facile immaginare la continuità tra il voto e le politiche che avrebbero fatto seguito. Oggi le elezioni sono diventate un semplice processo di nomina che anticipa sempre meno le scelte a venire. Una volta si votava per un progetto, oggi per un uomo. Di conseguenza, il suffragio universale procura una legittimità solo strumentale, che è certo molto importante - perché alla fine la verità aritmetica è quella che decide - ma non più autosufficiente. E´ una legittimità che deve quindi continuamente essere messa alla prova e trovare l´appoggio di altre forme di legittimità».

In che modo?
«Un processo di legittimazione del potere è quello prodotto dall´imparzialità garantita dalle autorità indipendenti che vigilano per evitare che alcuni si approprino delle istituzioni in maniera partigiana. C´è poi la legittimazione derivata dalle corti costituzionali che garantiscono l´uguaglianza dei diritti e proteggono la democrazia dal capriccio dell´istante. Infine, c´è una forma di legittimazione che nasce dalla vicinanza di chi governa ai cittadini, i quali chiedono al governo di rispettare la società e di ascoltarne le sofferenze. Se in passato le democrazie hanno posto l´accento soprattutto sulle istituzioni, oggi si torna a valorizzare i comportamenti. Abbiamo bisogno di una democrazia dei comportamenti. E questo è un segno della trasformazione e dell´allargamento della concezione della democrazia».

Le diverse figure e istituzioni della realtà democratica sono date una volta per sempre?
«No, la democrazia non è mai data una volta per sempre. Essa deve essere di continuo sottoposta a un processo di appropriazione, grazie alle attività della società civile, alle istituzioni e all´interazione permanente tra potere e società. Bisogna appropriarsi di continuo della democrazia. Tocqueville pensava che la democrazia semplificasse sempre di più la vita politica, in realtà avviene il contrario. Lo sviluppo della democrazia rende la vita politica sempre più complessa. Ma questa è la condizione per impedire che un qualche interesse particolare la confischi a suo vantaggio».

di Fabio Gambaro da la Repubblica del 15 dicembre 2008

martedì 9 dicembre 2008

Ginsborg: «Questo partito può finire come il Psi»

Lo storico «girotondino» «Da Blair in poi la forza di massa cede il posto allo staff del leader: con D'Alema andò così»

FIRENZE — Paul Ginsborg è appena tornato nella sua casa d'Oltrarno, dopo quattro mesi a Berkeley. Ha davanti il titolo dell'Espresso — Compagni Spa — che ha fatto infuriare il sindaco di Firenze, e i quotidiani con la foto di Domenici in catene. Cultore di storia repubblicana, «ideologo» della fase nascente dei girotondi e protagonista dell'episodio-simbolo, la disputa con D'Alema al Palasport davanti a migliaia di fiorentini: «Vinsi io, 3 gol a 1. Anche se D'Alema forse non la pensa così».

Professor Ginsborg, Cordova dice al «Corriere» che gli scandali di oggi chiudono, sul versante sinistro, il cerchio di Tangentopoli. È così?
«Non c'è dubbio che la cronaca di questi giorni vada inquadrata in un contesto storico che comincia nell'89. Allora i postcomunisti non riuscirono ad elaborare un progetto forte che spezzasse l'intreccio tra l'azione politica e il clientelismo. Uno storico male italiano: il rapporto verticale tra patrono e cliente. Gli antichi romani l'avevano codificato. Andreotti lo teorizzò nel '57, quando disse che la domenica mattina, anziché riposare, lui e gli altri democristiani si prendevano cura delle famiglie disagiate».

La sinistra aveva un atteggiamento diverso?
«Non ho mai mitizzato il Pci. E non amo parlare di questione morale. Ma a sinistra questo male veniva studiato: penso al lavoro di Mario Caciagli su Catania, di Percy Allum su Napoli, di Amalia Signorelli sul Salernitano; Chi può e chi aspetta era il felice titolo del suo libro. E a sinistra c'era l'orgoglio della diversità, della fibra morale, della connessione tra etica e politica».

C'era. E adesso?
«Oggi il rapporto tra patrono e cliente non viene più studiato. In compenso, è fiorito. Il patrono non è più il proprietario terriero che dispone delle cose proprie; è il politico che dispone delle cose pubbliche. Anche molti politici di sinistra».

Berlusconi dice che la questione morale riguarda il Pd.
«Berlusconi è un grande patrono. Lo dimostra anche con il linguaggio del corpo: ha sempre le mani sulle spalle di qualcuno. Ma il clientelismo e il nepotismo si ritrovano anche nelle amministrazioni del Pd. E non vedo tensione su questo tema al suo interno. Neppure il Pd affronta il grave problema della forma e del ruolo dei partiti. Molti meno iscritti, molto meno consenso. Il partito di massa cede il posto allo staff del leader. Il primo è stato Tony Blair».

Si disse qualcosa di simile del governo D'Alema nel 2000, con Velardi e Latorre.
«L'impressione era quella. D'Alema aveva quell'atteggiamento. Ma non solo D'Alema. Se il centrosinistra non cambia direzione, può fare la fine dei socialisti craxiani negli anni '90».

Addirittura?
«Se il Pd non si apre alla democrazia partecipata, se non si rivolge ai cittadini e si limita a fare da mediatore, a tenere i contatti con i poteri forti economici, diventa indistinguibile dagli altri partiti. Il clientelismo di Cioni nei suoi meccanismi non è diverso da quello della destra».

Che succede a Firenze?
«Le racconto un episodio. Quando Domenici fu eletto, fondammo un comitato per lo sviluppo sostenibile dell'Oltrarno. Andammo dal sindaco, portammo proposte per migliorare il traffico e la vita. Lui sembrò disponibile. Distinse tra le cose da fare subito, quelle di medio e quelle di lungo termine. Decise la chiusura temporanea di due strade, un'ora al giorno, per fare andare i bambini a scuola. Buon inizio. Ma tutto finì lì. Fu commissionato a Carlo Trigilia un piano strategico per la città; ma nel 2005 l'intero comitato scientifico si dimise, e oggi l'inquinamento a Firenze è sopra il livello di guardia. Se non hai una visione complessiva della città, finisci per occuparti solo di edilizia, project-financing, poteri forti. Domenici si è comportato come gli altri politici di sinistra con cui abbiamo discusso, da D'Alema a Chiti: ascoltano; spesso ci danno ragione; e poi fanno come se nulla fosse stato. Un muro di gomma ».

Domenici si è incatenato sotto «Repubblica».
«Mi dispiace, ma non lo vedo come vittima. Preferisco prenderla con leggerezza. Non a caso si è incatenato a Roma; se l'avesse fatto a Firenze avrebbe violato il regolamento del suo assessore Cioni. Vietato disturbare la pubblica quiete, vietato esporre targhe e bacheche senza autorizzazione... C'è però una cosa che mi ha colpito molto del caso Domenici. Il cartello che inalberava».
«Sì alla difesa della dignità e dell'onorabilità».
«Ecco, la parola chiave è onore. Sento un'eco della vecchia Italia, della profonda cultura mediterranea. L'Italia ha grandi meriti che il mondo anglosassone non ha; ma nei Paesi anglosassoni non ci si appella all'onore maschile. Ci si difende laicamente in tribunale. La stessa eco la sento nel tragico suicidio di Nugnes: un'altra storia che ci riporta agli anni di Tangentopoli. Perché reagire così? Perché non dimostrare la propria innocenza, oppure patteggiare la pena? Siamo tutti esseri umani, non dei, e possiamo tutti sbagliare».

Lo scontro tra procure?
«Brutto. I giudici non dovrebbero comportarsi così. Molte cose nella magistratura come casta vanno criticate. Ma la sua autonomia è preziosa e va salvaguardata. E gestita in modo responsabile ».

Bassolino deve andarsene?
«Qualsiasi politico indagato, compreso Berlusconi, dovrebbe andarsene. Figurarsi quelli rinviati a giudizio ».

Dove sono però i girotondi? E che fine hanno fatto i «ceti medi riflessivi» da lei teorizzati?
«I ceti medi riflessivi non sono il Pensatore di Rodin. Si muovono. Ma faticano quando vengono sistematicamente irrisi, come fanno anche molti giornali. In tanti sono caduti nel cinismo, e non si impegnano più. Sarà difficile rianimarli, ma non impossibile».

Può riuscirci Di Pietro?
«Ho sempre pensato che Di Pietro doveva restare in magistratura. Ora ho cambiato idea. Non appartengo al gruppo di Travaglio, Flores, Di Pietro, ma condivido le loro battaglie. Voi giornalisti lo considerate noiosissimo, ma all'estero il conflitto di interesse resta il primo argomento quando si parla d'Italia».

Quindi Veltroni non deve rompere l'alleanza?
«Veltroni ha già commesso un grave errore a rompere con la sinistra radicale. Ha ottenuto un vantaggio immediato. Ma poi la sua apertura a Berlusconi non ha portato a nulla. Ora è in arrivo una crisi economica globale di grande drammaticità. O il Pd trova una progettualità forte e ricostruisce un'alleanza alternativa; o entra in un governo d'emergenza nazionale, e allora diventa indistinguibile dalla destra».

intervista di Aldo Cazzullo dal Corriere della Sera del 8 dicembre 2008

venerdì 5 dicembre 2008

Perché non possiamo fare a meno della laicità

Nel testo della Costituzione non c’è il riferimento alla laicità e nemmeno alla libertà di coscienza. Si può discutere sul perché questa che viene considerata la base di tutte le altre libertà non è menzionata, ma lasciamo da parte il discorso, per il momento: certo, se si volesse fare una riforma della Costituzione ben fatta si potrebbe tentare di inserire la tutela della libertà di coscienza.
Il testo della Costituzione non contiene nemmeno la parola “laicità”. La Costituzione non è la somma di leggi costituzionali, di proposizioni autonome, l’una scissa dall’altra, è invece un sistema, è per l’appunto una costituzione. Si vada alla radice latina constituere che vuol dire mettere insieme, formare, dare assetto e non si dà assetto con una somma di impulsi staccati l’uno dall’altro.
La Corte ha ragionato sull’insieme di norme e ha detto che la Costituzione contiene in sé il principio supremo della laicità, cioè un principio che non può essere cambiato nemmeno con una revisione della Costituzione. Perché principio supremo? C’è una ragione storica profonda. Il rapporto tra Politica e Religione, Chiesa e Stato, è un rapporto che troviamo fin dagli albori delle comunità politiche. Roma aveva la sua religione, la religio civilis; c’è un bellissimo articolo di Montesquieu di una decina di pagine, dove si fa l’elogio della religio civilis romana, in quanto sarebbe l’unica religione che ha accompagnato il contenuto della formazione politica senza alimentare l’intolleranza. Ma questo problema della commistione sta proprio agli albori; c’è un testo perduto di Marco Terenzio Varrone, Antiquitates, in cui si distinguono tre tipi di religione, di teologia: la religio civilis, la religio naturalis e la religio mitica.
Prima di Varrone l’avevano già teorizzato altri. I testi sono andati perduti, ma si ricostruiscono dagli scritti di Sant’Agostino. Nei capitoli sesto e settimo del primo libro del De civitate, Sant’Agostino per contrastare le opinioni dei pagani, ci dà definizione precisa dei tre tipi di religione: la religione mitica è quella che si rappresenta nei teatri, dove si raccontano le gesta di Giove e di Giunone, gli attori si rivolgono agli spettatori con lo scopo di farli divertire; la religio naturalis, riportata in onore di recente da papa Benedetto XVI, perché è la scienza della natura di Dio, che è competenza dei filosofi. Il papa attuale vuole unire religione e filosofia, logos e fede. Poi c’è la religio civilis che si rappresenta nei templi, in chiesa diremmo oggi, i sacerdoti ne sono i soggetti principali che vogliono così rafforzare la compagine politica. Agostino se la prende con Varrone, perché sembrerebbe che questi sostenga la tesi che si fonda il potere della città e poi per rafforzarlo s’inventa la religio. Ma Agostino non poteva accettare che si facesse della religione un’ancella della politica, una conseguenza, uno strumento della politica. Sosteneva l’opposto: prima c’è Dio, la religione, la fede e poi c’è la politica e la città. E’ la tesi della prevalenza della religione sulla politica. Noi potremmo sostenere come Thomas Mann in Giuseppe e i suoi fratelli: nascono insieme, "si scambiano la veste", per usare l'espressione dell'autore. La storia dell’occidente, almeno, ha avuto le sue tappe ed è approdata all’idea della separazione, della distinzione. La posizione cristiano-cattolica naturalmente insiste molto sulla distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio. Anche se, se ci riflettiamo, questa è una formula totalmente vuota di contenuto, perché il problema fondamentale sarebbe quello di sapere cosa è di Dio e cosa di Cesare e chi può dire, quale autorità può definire. Perché si potrebbe sostenere che tutto è di Dio e nulla è di Cesare. La formula evangelica è costantemente richiamata in tutte le encicliche politiche del basso medioevo, da Bellarmino in poi, a dimostrazione del fatto che, è una formula che, si presta a mille usi.

La mia domanda era: perché il principio di laicità è supremo? Perché la posta in gioco è suprema. Non è solo una questione delle interferenze che possiamo giudicare gravi o meno, in un senso o in un altro. Oggi noi abbiamo sotto gli occhi iniziative che sembrano nascondere ingerenze della Chiesa verso lo Stato, ma nulla esclude che sia reciproco, dello Stato verso la Chiesa, il Concordato del ’29 mussoliniano voleva attribuire all’autorità civile la nomina dei vescovi. Il carattere supremo sta a dire che è in gioco una posta suprema. Questo Pontefice, prima di assurgere al trono di Pietro, riflettendo sulla crisi della società occidentale e sui segni di disgregazione, sull’egoismo, il rilassamento dei consumi, concludeva che la società civile non è una societas perfetta. Questa espressione indica quella società che è in condizioni e in grado di perseguire da sé, con le sue forze, il fine per cui è stata creata. La Chiesa è una societas perfetta, ma lo Stato, la società statale non lo è più. Un’affermazione di questo genere ha importanza elevatissima: il diritto costituzionale si basa sul principio che, attraverso questi strumenti, un popolo è in grado di perseguire autonomamente i propri scopi senza avere bisogno di un supporto di autorità diversa. Quando una delle due società una dice all’altra che non è più perfetta, si comincia a rotolare su una china in cui l’autonomia delle due sfere non viene più considerata. Ecco perché è così importante non solo il principio di laicità, ma il carattere essenziale e fondamentale del principio di laicità. Se non si difende il principio di laicità, non si difendono le basi stesse della convivenza tra di noi, che è una convivenza tra persone che professano le religioni più diverse o che non professano alcuna religione. Lo stato è societas perfetta, in quanto è in grado di assicurare la buona coesistenza, la convivenza, tra tutti questi soggetti. Se invece qualcuno ci dice: tu sei società imperfetta e c’è bisogno dell’apporto della religione – badate, non si può sostenere che c’è bisogno dell’apporto di più religioni, perché diventerebbe un fattore distruttivo, la religione può essere cemento della vita civile solo se è una – ecco, cade il principio. Quindi è fondamentale, non tanto per i rapporti tra Stato e Chiesa, quanto per la nostra auto considerazione, per il modo in cui noi cittadini consideriamo noi stessi.

di Gustavo Zagrebelsky*

* Il testo che pubblichiamo è la trascrizione di una parte della conferenza che il presidente emerito della Corte Costituzionale ha tenuto a Firenze, per l'Istituto di Scienze umane, a Palazzo Strozzi, dall'1 al 3 dicembre, dal titolo Di che vive la Costituzione? Variazioni. La trascrizione dell'intervento è a cura di Olga Piscitelli

giovedì 4 dicembre 2008

Rodotà: «No a leggi restrittive, sì a regole dal basso»

L’ex Garante della Privacy è impegnato per una “carta dei diritti” della Rete: «Ma si devono garantire le libertà, non limitarle»

Della dichiarazione di intenti fatta dal premier Berlusconi Stefano Rodotà non è al corrente: si trova in India proprio per partecipare all’”Internet Governance Forum” promosso nell’ambito delle Nazioni Unite. L’ex Garante della Privacy, giurista e docente universitario, è uno dei “padri” della proposta di dotare la Rete di una “carta dei diritti” a garanzia della stessa comunità internettiana. Nel 2006 l’iniziativa è stata presentata al Parlamento Europeo con la partecipazione del ministro della Cultura brasiliano Gilberto Gil.

Professore, il tema di regolamentare Internet esiste?
«Esiste da anni il tema di una Costituzione per Internet. Una sorta di bill of rights, come lanciato nel 2005 dalla Conferenza di Tunisi. Ma lo spirito deve essere quello di garantire le libertà fondamentali e non di introdurre forme di controllo».

Non sembra la stessa forma mentale che anima il premier.
«Infatti si tratta di due visioni profondamente diverse. Noi discutiamo da tempo per rafforzare le “coalizioni dinamiche” che si creano in modo spontaneo in Rete a garanzia di tutti e perché il bill of rights passi attraverso una discussione della comunità internettiana».

Quindi, le regole devono provenire dal basso?
«Esattamente. Anche se io non parlerei di regole che fanno pensare all’”ingabbiare”. Due sono i punti fermi. Il primo è che si deve intervenire non per restringere bensì per garantire le libertà. Il secondo è di non imporre regole dall’alto ma conformemente alla natura della Rete attraverso un processo aperto e condiviso».

E una legge del Parlamento servirebbe allo scopo?
«Ora non ci sono le condizioni. Oggi vedo molti tentativi di ridurre le libertà online per motivi economici, commerciali, di sicurezza...»

O, come in Cina, per motivi repressivi.
«Infatti. Ed è tanto più necessario tutelare la libertà di espressione. La dichiarazione dei cyber-diritti deve rafforzarsi con un processo a partecipazione allargata».

Quale deve essere dunque l’impostazione corretta per stabilizzare il mondo virtuale?
«Ritengo che la via corretta sia quella che stiamo seguendo. Un’impostazione che pensi Internet come un luogo pericoloso sarebbe da un lato un errore e dall’altro provocherebbe fortissime reazioni del popolo di Internet».

Ci sono già. Siti autoscurati, blog in fibrillazione.
«Nel momento in cui c’è un movimento che si va consolidando e sta acquistando riconoscibilità da parte dell’Onu e della Ue, non dobbiamo andare in direzione opposta. È importantissimo convincere la comunità di Internet che servono regole positive».

A cosa porterebbe una legislazione globale sulla Rete?
«La dimensione in cui ci muoviamo è uno spazio globale dove la legislazione nazionale non basta. L’attitudine tipica di tutti i regimi autoritari è frenare le manifestazioni di libertà su Internet. Da Pechino a Singapore, gli stati che cercano di mettere le mani su Internet lo fanno perché offre al dissenso possibilità inedite. Non dimentichiamo che dalla Birmania, nei giorni della repressione, filtravano online notizie superando la rigida censura. Andare in senso opposto sarebbe assolutamente inaccettabile».

L’Italia non è la Cina. Quali sono i rischi di regolamentare Internet per un paese democratico?
«Certo che non lo è. Ma proprio perché l’Italia è in primissima linea nel rafforzare le garanzie per chi naviga, dico che va benissimo se il governo vuole unirsi a questo fronte. Andare in senso opposto invece sarebbe assolutamente inaccettabile».

intervista di Federica Fantozzi da l’Unità del 4 dicembre 2008

mercoledì 3 dicembre 2008

«Corruzione a sinistra, cacicchi scatenati»

ROMA — «Questa è qualcosa di più di un'intervista, è uno sfogo». A parlare così è Gustavo Zagrebelsky, uno dei più importanti costituzionalisti italiani, ex presidente della Corte Costituzionale, opinionista influente, capofila della scuola piemontese cui hanno fatto riferimento personaggi come Giancarlo Caselli e Luciano Violante, e un'intera generazione di magistrati «democratici».
Fumo negli occhi per il centrodestra che lo ha sempre temuto come il padre nobile di Mani Pulite e, negli anni, come la punta di diamante giuridica contro le cosiddette leggi ad personam e i provvedimenti sulla giustizia dei governi Berlusconi succedutisi dal 1994.
Ebbene,con il suo consueto rigore more geometrico Zagrebelsky prende oggi pubblicamente atto che un'enorme «questione morale sta corrodendo il centrosinistra». E che quello che Gerhard Ritter aveva definito «il volto demoniaco del potere» ormai è diventa l'altra faccia della politica del Partito democratico. Secondo l'analisi di Zagrebelsky il Pd «a livello centrale è debolissimo e quindi a livello locale i cacicchi si sono scatenati». Dalla Campania all'Abruzzo, da Firenze a Genova.

Oggi la questione morale si è spostata a sinistra?
«Sì. Per un motivo antropologico e per uno politico».

Prima l'antropologia...
«E' una questione di antropologia, ma pur sempre antropologia politica. Le leggi della politica sono ineluttabili: la politica corrompe. Ha un effetto progressivamente corrosivo, permea il tessuto connettivo e stabilisce delle relazioni basate sul potere. Nel caso meno peggiore si tratta di relazioni non trasparenti, di dipendenze, di clientele. Siamo un popolo di clienti delle persone che contano. Nel peggiore dei casi, invece, si tratta di vere e proprie relazioni criminali e di malavita».

Anche nel Pd?
«Sì. Nella sinistra, il neonato Pd è la causa della questione morale che constatiamo. Per due motivi».

Il primo?
«Il mancato ricambio generazionale che era la speranza e la scommessa dei democratici. Non che a sinistra ci siano necessariamente gli uomini migliori, ma si poteva sperare in un rinnovamento che avrebbe invertito l'inesorabile avanzata degli effetti della legge della corruzione».

Il secondo?
«La debolezza del partito, dell'organizzazione del partito, la mancanza di comuni linee di condotta...».

Rina Gagliardi su «Liberazione « ieri sottolineava che l'esplosione della questione morale comporta il rischio di implosione per il Pd. Manca il centralismo democratico?
«Certamente non bisogna invocare il centralismo democratico che era anch'esso una degenerazione, ma al centro del Pd oggi come oggi non c'è nulla e così a livello locale i cacicchi si sono scatenati ».

Anche D'Alema aveva definito questa tipologia di politici locali il «partito dei cacicchi». Lei quando parla di caciccato pensa alla Campania del presidente Antonio Bassolino?
«Non conosco direttamente le varie situazioni: certo è che se ne sentono dire di tutti i colori».

Proprio ieri il capo dello Stato, parlando a Napoli, ha fatto un forte appello all'autocritica delle forze politiche in particolare del Mezzogiorno. Condivide le parole di Napolitano?
«Completamente. Anche perché si stanno avvicinando le elezioni amministrative e quello che si vede e si sente ha effetti devastanti sulla tenuta democratica del Paese».

Ci spieghi...
«La gente si sente strumentalizzata, usata per giochi di potere. C'è un drammatico bisogno di ricambio degli amministratori. Molti cittadini hanno veramente creduto nella possibilità di un cambiamento con il governo della sinistra.
E invece, le ferree regole descritte da Ritter ne Il volto demoniaco del potere hanno avuto il sopravvento e si è instaurato il caciccato ».

E nel centrodestra ci sono i cacicchi?
«Il centrodestra ha un leader, Berlusconi, che ha dimostrato di avere le capacità e le possibilità, anche materiali, di tenere insieme i suoi. Noi constatiamo che a destra il sistema di potere funziona meglio e quindi è meno visibile. Non che questo sia un vantaggio, ma gli effetti degenerativi non sono sotto gli occhi di tutti in maniera così eclatante».

di M.Antonietta Calabrò dal Corriere della Sera del 3 dicembre 2008

venerdì 28 novembre 2008

Ricchi-poveri sempre più disuguali

Ci sono tre ragioni fortissime e stringenti per occuparsi con estrema attenzione della disuguaglianza: non solo di disparità di reddito, ma più in generale di opportunità. Prima di tutto una maggiore disuguaglianza porta alla paralisi della mobilità sociale e dei progressi basati sul merito, può dare origine a frustrazioni politiche e fragilità economica. In secondo luogo l’opposizione politica rischia di essere dirottata e trasformata in opposizione populista, contro gli aspetti positivi della globalizzazione, mediante l’uso di politiche e controlli di tipo protezionistico. Già vediamo in atto processi di questo tipo nell’Unione Europea, negli Stati Uniti e in alcuni Paesi in via di sviluppo. In terzo luogo, l’eccesso di disuguaglianza è sempre sbagliato dal punto di vista etico, e potrebbe delegittimare il nostro sistema economico.
Secondo un recente studio dell’Ocse, nel 2005 il 10% più ricco della popolazione percepiva un reddito di 9 volte superiore a quello del 10% più povero. Nei Paesi nordici e in Francia la disuguaglianza era molto inferiore, ma in molte grandi nazioni la disparità era decisamente più elevata. In Messico per esempio la differenza nei livelli di reddito tra il 10% al vertice e il 10% al fondo della scala sociale era di 26 a 1, negli Stati Uniti di 16 a 1, in Italia di 11 a 1 e in Giappone, Regno Unito, Germania e Canada di 8-10 a 1. In termini monetari il rapporto affermava che i cittadini più poveri dei Paesi Ocse erano costretti a vivere in media con meno di 7 mila dollari l’anno, quando non dovevano accontentarsi di 5 mila come in Italia e negli Stati Uniti. I dati citati fotografano unicamente le due estremità del livello di reddito. Non si riferiscono alla disparità di ricchezza, dove il primo decile della popolazione di regola possiede almeno il 50% della ricchezza, definite in termini di patrimonio immobiliare, depositi bancari, prodotti finanziari e altri beni dello stesso genere. Nessuno vuole sostenere che tali disparità siano un fenomeno recente, ma negli ultimi 20 anni le dimensioni della disuguaglianza sono andate aumentando.
Esistono misure che i governi possono intraprendere per affrontare la disuguaglianza da subito, malgrado le pressioni finanziarie generate dalla spesa finalizzata a scongiurare il crollo del sistema bancario. Nel futuro immediato si possono prevedere forme di finanziamento per gli elementi più poveri della società, e si potrebbero avviare programmi concentrati su infrastrutture, rinnovamento urbano, attenuazione dei fenomeni di cambiamento climatico, energie alternative e altri progetti ecosostenibili. Sono cose che dovremo fare comunque, e sarebbe il caso di cominciare subito anche perché questi programmi produrrebbero conseguenze durature sui posti di lavoro e sui redditi. 
Nel lungo periodo non ci sono alternative a programmi fortemente strutturati volti a incrementare il livello complessivo dell’occupazione e soprattutto della specializzazione e dell’istruzione. Dobbiamo dar vita a una globalizzazione migliore, capace di una migliore valutazione e gestione dei costi. La Cina è diventata il fulcro della produzione manifatturiera di basso e medio profilo per il mondo intero, e l’India aspira allo stesso ruolo nel settore dei servizi. Dobbiamo lavorare alla pari con questi giganti del mercato emergente. \ Dobbiamo sviluppare programmi che incrementino l’inserimento nella forza lavoro delle donne e delle persone con più di 55 anni. E concentrarci sulle strategie volte a promuovere l’istruzione e la formazione professionale permanenti, per tutta la durata della vita attiva della popolazione, volte ad agevolare la mobilità sociale e la capacità di competere nell’economia globale. Nei prossimi 10 anni avremo più bisogno di ingegneri meccanici che finanziari, occorrerà che i nostri cervelloni si adoperino per costruire cose concrete invece di escogitare complicati modelli di prodotti finanziari. E dobbiamo bloccare la crescente tendenza al pensionamento di persone che godono di un livello di istruzione e competenza più elevato di quello dei loro figli e nipoti che entrano oggi nel mondo del lavoro.

di George Magnus*, La Stampa, 28-11-2008

*Senior Economic Adviser dell’UBS Investment Bank.
Dal saggio «Non possiamo più ignorare la disuguaglianza»
pubblicato su «MicroMega» da oggi in edicola